Federazione Sindacati Indipendenti

Lavoro, avanti in controtendenza

Lavoro, avanti in controtendenza
La dinamica degli occupati mostra segnali di rallentamento, ma si mantiene positiva, nonostante il ristagno dell’economia e l’incerta ripresa congiunturale che si va delineando. Anche la disoccupazione scende ai minimi. Problemi dalla bassa produttività e dal sommerso in crescita.
di Michele De Gaspari

La congiuntura sempre in affanno non sembra aver ostacolato nemmeno nel corso del 2003, in contrasto con i diffusi timori, il graduale miglioramento del mercato del lavoro italiano, che continua a mettere a segno lusinghieri risultati. Dopo il positivo bilancio del 2002 (+315mila nuovi occupati e +1,5% rispetto al 2001), quest’anno gli occupati hanno superato i 22 milioni di unità in totale e la loro crescita media annua ha sostanzialmente tenuto il passo (+1%, equivalente a 225mila lavoratori in più), sia pure mostrando contenuti segnali di rallentamento.
L’aumento dei posti di lavoro in termini assoluti si mantiene, dunque, oltre le 200mila unità annue, mentre il tasso di occupazione – calcolato come rapporto tra occupati totali e popolazione residente in età lavorativa (15-64 anni) – ha ormai superato il 56%, con un recupero di ben cinque punti percentuali negli ultimi cinque anni. Nel periodo 1998-2003, che ha seguito l’avvio delle riforme del mercato del lavoro (pacchetto Treu del 1997)) orientate alla flessibilità, gli occupati sono complessivamente cresciuti di poco più di un milione e 600mila unità. E’ aumentata, soprattutto, l’occupazione femminile, che si avvicina al 40% del totale, ma contribuisce per quasi il 60% alla crescita dei posti di lavoro.
I nuovi occupati, dopo una prima fase in cui è stato decisivo il lavoro cosiddetto atipico (temporaneo, interinale, part time), sono poi in prevalenza rappresentati da dipendenti a tempo indeterminato, con una ricomposizione contrattuale a favore dei rapporti più stabili e a scapito di quelli a termine. Il tasso di disoccupazione, a sua volta, è sceso sotto il 9% nella media del 2003, mettendo in evidenza un sensibile calo (ben tre punti percentuali nell’ultimo quinquennio). Tra i settori produttivi, l’incremento più elevato è quello delle costruzioni, grazie anche al boom del mercato immobiliare; seguono, un po’ distanziati, il commercio, in particolare la grande distribuzione al dettaglio, i servizi alle imprese e alle persone.

Effetto riforme e flessibilità
Questo risultato del mercato del lavoro italiano, se si tiene conto della prolungata fase di debolezza congiunturale e della conseguente bassa crescita del reddito, appare senza dubbio sorprendente e ancora una volta migliore delle attese. La scarsa coerenza tra l’andamento dell’occupazione e il ciclo economico è, infatti, spiegabile in buona parte con i benefici della maggiore flessibilità introdotta negli ultimi anni: oltre alla riforma Treu, vanno citate la legge sul part time del 2000 e la deregolamentazione del lavoro temporaneo nel 2001, con il recepimento della direttiva Ue. La cosiddetta legge Biagi poi, varata nel corso del 2003, dovrebbe consolidare, con la sua andata a regime, la tendenza favorevole già da tempo in atto.
Se i contratti a termine si sono dimostrati uno strumento capace di agevolare l’entrata nel mercato del lavoro e il successivo passaggio a occupazioni permanenti, le novità previste dalla riforma Biagi (legge 30/2003) favoriscono un riordino delle forme contrattuali, andando incontro a specifiche esigenze organizzative delle imprese (per esempio, il lavoro intermittente e a chiamata, il lavoro ripartito o job sharing e il lavoro a progetto). Un indubbio vantaggio per i lavoratori, oltre che per le aziende, è poi il miglioramento dei meccanismi di intermediazione tra domanda e offerta, grazie all’ingresso di nuovi soggetti privati (agenzie, consulenti) accanto ai tradizionali centri per l’impiego.

Tra salari quasi fermi ed emersione
Un ruolo significativo nella creazione di nuovo lavoro hanno avuto, inoltre, anche la moderazione salariale, che ha senza dubbio agevolato negli ultimi anni la sostituzione del lavoro al capitale fisico, e gli incentivi alle assunzioni con credito d’imposta a favore delle imprese, soprattutto nel Mezzogiorno, a sostegno dell’inserimento dei disoccupati di lunga durata. Se si guarda alla forte crescita del settore delle costruzioni e di alcuni comparti dei servizi, va considerata l’emersione di lavoro irregolare, a cui hanno contribuito sia la sanatoria sugli immigrati, sia la proroga degli incentivi fiscali alle ristrutturazioni edilizie.
Quest’ultima ipotesi, la regolarizzazione del sommerso, potrebbe in parte spiegare perché l’espansione degli occupati sia avvenuta in assenza di un significativo incremento nell’attività produttiva e nella domanda. L’aumento dell’occupazione in un contesto di prodotto tendenzialmente stagnante è, tuttavia, un fenomeno non sostenibile nel lungo pediodo. Il risultato di tale processo è, infatti, il declino della produttività media del sistema economico, insieme a quella del lavoro, la cui crescita, per contro, è alla base dello sviluppo del reddito e del benessere.