Federazione Sindacati Indipendenti

Cure appese al federalismo fiscale

Il macigno del Fisco e di un’autonomia finanziaria assolutamente inadeguata. I livelli essenziali di assistenza (Lea) che restano un’incognita, quasi una chimera. Il Nord che ha più chance di farcela (e di incassare), il Sud che invece deve usare l’accetta e tagliare le prestazioni. Chiamarlo federalismo solidale è davvero troppo. A queste condizioni, anzi, il federalismo rischia solo di far tremare la Sanità pubblica.

Mentre resta apertissima la partita – uno scontro che proprio in questi giorni dovrebbe arrivare al redde rationem – tra Governo e Regioni sui problemi di budget in sospeso del “dopo Finanziaria 2004”, a dare un aiuto quanto meno morale ai governatori è l’Isae (Istituto di studi e analisi economica) nel suo «Rapporto sullo stato di attuazione del federalismo 2004».

Un’ampia panoramica che mette la Sanità in primo piano: non a caso, ricorda l’Isae, almeno il 70% dei bilanci regionali è dedicato proprio all’assistenza sanitaria (per quanto riguarda le altre “voci” si veda «Il Sole-24 Ore» del 20 febbraio). Che dall’attuazione del federalismo “targato Ulivo” (la legge costituzionale 3 del 2001) ha conquistato solo un pugno di mosche. Con tutte le ricadute che, senza la necessaria ponderazione, potrebbe provocare la devolution del progetto di riforme istituzionali all’esame del Senato.

I Lea «poveri». La prima critica dell’Isae è ai Lea: avrebbero dovuto applicare l’accordo Stato-Regioni sulla spesa sanitaria dell’8 agosto 2001, ma in realtà hanno solo elencato le prestazioni attualmente offerte dal Ssn. Le conseguenze sono state un aumento dell’8,6% della spesa 2001, con un extra di circa 4 miliardi. Boom ridimensionato negli anni successivi con una crescita del 3,7% nel 2002 e 3,4% nel 2003, ma una riduzione solo parziale del deficit. Fosche anche le previsioni 2004: si stima un aumento del 5,2%, complici i rinnovi contrattuali (in alto mare) di medici e dirigenti del Ssn. A livello regionale la situazione è estremamente differenziata.

Si spende ancora troppo nelle Regioni a statuto speciale del Nord che dovrebbero ridurre la spesa del 2%. Le Regioni meridionali a statuto ordinario spendono di più per i farmaci, unici responsabili del gap tra procapite locale e quello medio nazionale. Tra le Regioni centro-settentrionali, invece, differenze positive di spesa sono in Lombardia, Emilia Romagna e Toscana, negative soprattutto nel Lazio. E in tutti i casi è responsabile l’assistenza ospedaliera.

Nessun effetto ha avuto, secondo l’Isae, il meccanismo sanzionatorio dell’accordo dell’8 agosto: non ha contenuto i disavanzi e ha solo responsabilizzato, in parte, le Regioni, ma con interventi “a macchia di leopardo”.

Federalismo fiscale al palo. La diversa capacità fiscale ha portato le Regioni più ricche a contare sui maggiori incassi e le più povere a rivedere i livelli di erogazione dei servizi. Una razionalizzazione positiva secondo l’Isae se riduce gli sprechi, ma che peggiora l’equità se diventa un razionamento che potrebbe mandare gambe all’aria la tenuta degli standard nazionali.

E anche le anticipazioni di cassa per far fronte alla spesa sanitaria sono costate care alle Regioni in termini di interessi, penalizzando tempi di pagamento ai fornitori e condizioni di mercato per l’acquisto di beni e servizi. Infine la Finanziaria 2004: ha aperto speranze, ma non ha dato certezze alle Regioni. Senza l’accordo Stato-Regioni sui meccanismi del federalismo fiscale restano infatti bloccate le maggiorazioni Irpef e Irap. E la norma prevista per sbloccare il 95% delle anticipazioni di cassa rende più agevole l’afflusso di liquidità, ma le erogazioni restano comunque subordinate all’accordo sul riparto del Fondo sanitario e all’avvio del federalismo fiscale. Che per ora è solo un sogno.
(1 marzo 2004)

Roberto Turno, Paolo Del Bufalo