Federazione Sindacati Indipendenti

Mansioni identiche, retribuzione diversa: è possibile?

Ai lavoratori che svolgono identiche mansioni deve essere riconosciuto il medesimo inquadramento?

Come è noto, ai sensi dell’art. 2103 del codice civile, il prestatore di lavoro deve essere adibito alle “mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito, ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione”.
L’inquadramento professionale del lavoratore deve, dunque, tenere conto, in relazione alle mansioni espletate, della disciplina contrattuale collettiva applicabile al rapporto di lavoro, che deve essere interpretata tenendo in particolare considerazione gli specifici profili professionali indicati come corrispondenti ai vari livelli rispetto alle declaratorie generali (cfr. tra le altre Cass. 23 giugno 2000 n. 8578 in Lav. giur., 2000, 945).
Peraltro, è stato ritenuto che il diritto del dipendente al corretto inquadramento non può essere escluso per il fatto che, in base alle disposizioni contrattuali, sia prevista una particolare idoneità professionale per l’acquisizione della superiore qualifica rivendicata (cfr. Cass. 9 marzo 2000 n. 2714, in Not. giur. lav., 2000, 590).

Con sentenza delle sezioni unite resa in data 29 maggio 1993, n. 6030, è stato escluso che nel nostro ordinamento sia rinvenibile un principio di parità di trattamento operante nei rapporti tra privati, escludendo cioè che dagli artt. 36 e 41 della Costituzione possa farsi discendere un principio di comparazione soggettive dal quale consegua che, a lavoratori che svolgono identiche mansioni, debba necessariamente essere riconosciuto il medesimo inquadramento.
Sulla scia di tale statuizione, la giurisprudenza di legittimità ha altresì ritenuto che, ai fini dell’inquadramento, il datore di lavoro non è obbligato a rispettare una parità di trattamento tra i lavoratori che svolgono analoghe mansioni, potendo attribuire una qualifica superiore rispetto a quella contrattualmente dovuta, semprechè ciò non realizzi una discriminazione vietata (cfr sul punto Cass. 4 dicembre 1999 n. 13601 in Not. giur. lav., 2000, 166).
Successivamente, il Supremo Collegio si è in parte discostato da tale orientamento, affermando che, pur in assenza di un principio di parità di trattamento a parità di mansioni, tuttavia da una ingiustificata attribuzione di qualifiche superiori a dipendenti con identici incarichi, e dunque in violazione delle regole di correttezza e buona fede, potevano discendere obblighi risarcitori in capo al datore di lavoro in favore del dipendente (cfr. Cass. 17 febbraio 1994 n. 1530; conf. Cass. n. 6448 del 1994 e n. 11515 del 1995).
Di lì a breve, tuttavia, la Suprema Corte era tornata a pronunciarsi, ribadendo il principio già espresso con le statuizioni rese nel 1993 (cfr. Cass. n. 4570 del 1996).

Orbene, recentissimamente il Supremo Collegio è tornato a pronunciarsi sulla questione inerente l’esistenza, o meno, di un principio di parità di trattamento a parità di mansioni.
Infatti, con pronuncia n. 18418 del 2 dicembre 2003, è stato ribadito che “né l’art. 36 della Costituzione, né il successivo art. 41 possono individuare come precetti idonei a fondare un principio di comparazione soggettiva, in base al quali ai lavoratori dipendenti che svolgano identiche mansioni debba attribuirsi la stessa retribuzione o il medesimo inquadramento”.
Nel caso di specie, il Supremo Collegio ha cassato la statuizione resa in sede di appello, laddove aveva ritenuto che, pur in assenza di un principio di parità di trattamento, laddove fosse stato applicato un trattamento differenziato fra lavoratori che svolgevano identiche mansioni, e privo di una ragionevole motivazione, ciò costituiva lesione della personalità e dignità sociale.

La Suprema Corte di Cassazione, uniformandosi al proprio precedente consolidato orientamento, ha dunque ribadito l’inesistenza di un diritto soggettivo del lavoratore subordinato alla parità di trattamento, né tantomeno l’attribuzione ingiustificata ad un lavoratore di un determinato beneficio, non può costituire titolo per attribuire al lavoratore che si trovi in analoga posizione né il diritto ad ottenere lo stesso beneficio, né può determinare l’insorgenza di un danno risarcibile.

marzo 2004

risposta a cura di Salvatore Trifirò, Giacinto Favalli e Francesco Rotondi
 
Fonte: Diritto & Pratica del lavoro – Settimanale di amministrazione e gestione del personale – Ipsoa Editore