Federazione Sindacati Indipendenti

Licenziamento e accesso ai dati personali

Nel caso in cui un datore di lavoro licenzia un dipendente per mancato superamento del periodo di prova, il legale di quest’ultimo può richiedere l’accesso ai dati personali del suo assistito detenuti dalla società?

Prima di analizzare il quesito è opportuno premettere che trattandosi di un quesito complesso si procederà in primo luogo a verificare la possibilità o meno per il dipendente di poter accedere ai propri dati, in secondo luogo se questo diritto può essere esercitato dal legale e con quali cautele ed infine si cercherà di verificare se è fino a che punto i dati detenuti dalla società possano o meno inficiare la legittimità del recesso per mancato superamento del periodo di prova.

La tutela dei dati personali è stata oggetto nel 2003 di un processo di codificazione che ha portato alla emanazione del D.Lgs. n. 196/2003.
Il codice per la tutela dei dati personali nasceva dall’esigenza di creare un corpus unico di norme sulla materia che recepisse ed integrasse quanto già disciplinato dalla legge n. 675/1996 e dai successivi provvedimenti e pronunzie del Garante.
Prima del D.Lgs. n. 196/2003 la materia dei diritti dell’interessato erano disciplinati dall’art. 13 della legge n. 675/1996 il quale testualmente prevedeva:

1.
 in relazione al trattamento di dati personali l’interessato ha diritto:
– di conoscere, mediante accesso gratuito al registro, l’esistenza di trattamenti di dati che possono riguardarlo;
– di ottenere, a cura del titolare o del responsabile, la conferma dell’esistenza o meno di dati personali che lo riguardano, anche se non ancora registrati, e la comunicazione in forma intellegibile dei medesimi dati e della loro origine, nonché della logica e delle finalità su cui si basa il trattamento. La richiesta può essere rinnovata, salva l’esistenza di giustificati motivi, con intervallo non minore di novanta giorni;
– di cancellare, trasformare in forma anonima o bloccare i dati trattati in violazione di legge, compresi quelli di cui non è necessaria la conservazione in relazione agli scopi per i quali i dati sono stati raccolti o successivamente trattati;
– di aggiornare la rettificazione ovvero, qualora vi abbia interesse, l’integrazione dei dati; 4) l’attestazione che le operazioni di cui ai nn. 2) e 3) sono state portate a conoscenza, anche per quanto riguarda il loro contenuto, di coloro ai quali i dati sono stati comunicati o diffusi, eccettuato il caso in cui tale adempimento si riveli impossibile o comporti un impiego di mezzi manifestamente sproporzionato rispetto al diritto tutelato;
– di opporsi, in tutto o in parte, per motivi legittimi, al trattamento dei dati personali che lo riguardano, ancorché pertinenti allo scopo della raccolta;
– di opporsi, in tutto o in parte, al trattamento di dati personali che lo riguardano, previsto a fini di informazione commerciale o di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta ovvero per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale interattiva e di essere informato dal titolare, non oltre il momento in cui i dati sono comunicati o diffusi, della possibilità di esercitare gratuitamente tale diritto.
 
2.
 Per ciascuna richiesta di cui al c. 1, lett. c), n. 1), può essere chiesto all’interessato, ove non risulti confermata l’esistenza di dati che lo riguardano, un contributo spese, non superiore ai costi effettivamente sopportati, secondo le modalità ed entro i limiti stabiliti dal regolamento di cui all’art. 33, c. 3.
 
3.
 I diritti di cui al c. 1 riferiti ai dati personali concernenti persone decedute possono essere esercitati da chiunque vi abbia interesse.
 
4.
 Nell’esercizio dei diritti di cui al c. 1 l’interessato può conferire, per iscritto, delega o procura a persone fisiche o ad associazioni.
 
5.
 Restano ferme le norme sul segreto professionale degli esercenti la professione di giornalista, limitatamente alla fonte della notizia.”
 

Dal 1° gennaio 2004 il codice per la tutela dei dati personali si occupa al titolo II in maniera dettaglia della materia dei diritti dell’interessato ed in particolare gli articoli da 7 a 10.
L’art. 7 descrive compiutamente i diritti che può vantare l’interessato e che si possono suddividere in tre categorie:

• la prima categoria è riferibile all’esistenza e la comunicazione dei dati;
 
• nella seconda rientrano i diritti inerenti alla conoscenza delle modalità di trattamento del dato;
 
• la terza categoria è individuabile come la categoria di diritti finalizzati ad intervenire sui dati, ed infine i diritti legati all’opposizione al trattamento dei dati.
 

Passando ad analizzare in concreto come tale diritto deve essere esercitato il c. 1 dell’art. 8 recita testualmente “i diritti di cui all’art. 7 sono esercitati con richiesta rivolta senza formalità al titolare o al responsabile, anche per il tramite di un incaricato, alla quale è fornito idoneo riscontro senza ritardo”, il legislatore con questa norma ha inteso rendere il più possibile agevole l’esercizio del diritto all’interessato evitando la prescrizione di particolari forme o adempimenti.

Ritornando al caso posto, che vede la richiesta formulata dal legale dell’interessato, si deve evidenziare come, rispetto a quanto da ultimo detto, il legislatore ha voluto tutelare maggiormente l’esercizio del diritto all’accesso ai dati.

Infatti, mentre per l’interessato non è prevista alcuna particolare cautela, nel caso in cui la richiesta provenga da un soggetto diverso dall’interessato il legislatore ha ritenuto necessario tutelare l’interessato ed il titolare del trattamento attraverso la richiesta di produzione della documentazione comprovante il mandato ricevuto, il secondo periodo del c. 4 dell’art. 9 che testualmente prescrive: “la persona che agisce per conto dell’interessato esibisce o allega copia della procura ovvero della delega sottoscritta in presenza di un incaricato o sottoscritta e presentata unitamente a copia fotostatica non autentica di un documento di riconoscimento dell’interessato.”.

Sulla scorta di tali norme è evidente che il titolare del trattamento, in questo caso la società datrice di lavoro, deve in primo luogo verificare la regolarità formale della richiesta avanzata dal legale e ciò in relazione ad una tutela che il legislatore ha inteso introdurre per evitare la circolazione di dati non autorizzata.

E’ evidente quindi che il dipendente può attraverso il proprio legale richiedere ed ottenere i dati detenuti dal datore di lavoro, del resto il dipendente “interessato” era titolare di tale diritto anche nella vigenza della precedente normativa.
In merito alla tempistica che il datore di lavoro deve osservare rispetto a tali richieste per fornire riscontro, questa è definita al comma 2 dell’art. 146 che prescrive un termine di 15 giorni dal ricevimento della richiesta.

Prima di passare all’analisi di come questi dati possano o meno inficiare la legittimità del recesso in prova è opportuno svolgere alcuni brevi cenni sull’istituto della prova.
L’istituto dell’assunzione con patto di prova, disciplinato dall’art. 2096 c.c., risponde all’esigenza di entrambe le parti di verificare, nel periodo di espletamento della prova, la reciproca convenienza al contratto (Cass. 7 dicembre 1998, n. 2379, in Not. giur. lav., 1999, 36 e Cass. 22 marzo 2000, n. 3451, in Giust. civ. mass., 2000, 622). Nel periodo di prova è concesso, infatti, alle parti di recedere dal contratto senza obbligo di preavviso o d’indennità; il che era stato interpretato, almeno sino alla pronuncia della Corte Costituzionale del 1980, come assoluta libertà nell’esercizio del diritto di recesso.

Nel 1980, infatti, interviene la Corte costituzionale con la sentenza n. 189, la quale precisa che la legittimità del licenziamento potrà essere validamente impugnata quando la prova non è stata validamente esperita o i motivi del licenziamento sono illeciti.
Sulla scorta dei principi enunciati dalla Corte Costituzionale, la giurisprudenza della Cassazione si è pronunciata sulla natura discrezionale del recesso (Cass. 12 marzo 1999, n. 2228, in Riv. it. dir. lav., 1999, II, 802), che però deve essere legato all’effettivo esperimento della prova ed a motivi non illeciti (anche se non necessariamente legati all’esperimento della prova) (Cass. 17 gennaio 1998, n. 402, in Mass. giur. lav., 1998, 205). Secondo questo orientamento, in caso di impugnazione del recesso dovuto a motivazioni estranee alla prova, il giudice sarà chiamato a verificare, al di là della liceità, la “giustificatezza” della motivazione, al fine di verificarne l’idoneità a porre fine alla prova ed a risolvere il rapporto (Cass. 17 gennaio 1998, n. 402, in Mass. giur. lav., 1998, 205).

In caso di impugnazione del recesso sarà, quindi onere del lavoratore provare che il recesso è stato determinato da motivo illecito o che il rapporto in prova si è svolto in tempi e con modalità inadeguate rispetto alla funzione del patto, tale valutazione sarà fatta essenzialmente sulla scorta delle clausole di correttezza e buona fede di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. (cfr. Cass. 25 marzo 1996, n. 2631 in Or. giur. lav., 1996, 645).
Alla luce dei principi sopra esposti in ordine ai diritti del lavoratore “interessato” rispetto ai dati detenuti dal datore e a quelli inerenti il recesso in prova si può concludere che fermo restando il buon diritto di avere accesso propri dati personali, nelle forme e con le modalità previste dalla legge, la legittimità del recesso in prova è difficilmente contestabile sulla scorta dei dati che normalmente il datore di lavoro detiene.

Quand’anche dovessero emergere dati inerenti alla prestazione lavorativa resa, questi non saranno di per se stessi determinanti ai fini della illegittimità del recesso se non forniscano la prova che il periodo sia stato insufficiente, la prova non sia stata espletata o i motivi del recesso sono illeciti.
Tale onere probatorio, come abbiamo visto, è integralmente a carico del lavoratore, pertanto generalmente appare difficile che dal esercizio del diritto ad accedere ai propri dati si possano avere degli elementi tali da poter intaccare la legittimità del recesso per mancato superamento del periodo di prova.

luglio 2004

risposta a cura di: S. Trifirò, G. Favalli, F. Rotondi

Fonte: Diritto & Pratica del lavoro – Settimanale di amministrazione e gestione del personale – Ipsoa Editore