Federazione Sindacati Indipendenti

Assente ingiustificate: mancata timbratura del cartellino

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

SENTENZA 24-06-1996 / 07-08-1996, n. 7719

Svolgimento del processo

Con la sentenza impugnata la corte d’appello di Bari confermò analoga decisione del tribunale di Trani, che aveva dichiarato il vicedirettore amministrativo dell’unità sanitaria locale, G, colpevole di falso ideologico in atto pubblico per avere omesso di timbrare il cartellino segnatempo personale in occasione di suoi temporanei allontanamenti dall’ufficio, così attestando falsamente di essere stato ininterrottamente presente per l’intero orario di lavoro.

Ricorre per cassazione G. che propone due motivi d’impugnazione. Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 479 c.p. e vizio di motivazione, sostenendo che il contestato falso ideologico non può ritenersi integrato dall’omessa timbratura del cartellino segnatempo in occasione di temporanei allontanamenti dall’ufficio, perché non v’é alcuna norma che imponga di documentare anche le assenze temporanee. Aggiunge che, comunque, anche se esistesse una tal norma, dovrebbe egualmente escludersi la configurabilità del reato, perché la mancata attestazione dell’allontanamento non equivale all’attestazione di ininterrotta presenza. Con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 175 c.p. e vizio di motivazione, lamentando che i giudici abbiano negato il beneficio della non menzione della condanna per presunte esigenze di difesa sociale.

Il primo motivo del ricorso è fondato.

In realtà, l’art. 479 c.p., nell’elencare in via esemplificativa alcune ipotesi di falsità ideologica prevede espressamente come punibile la condotta del pubblico ufficiale, il quale, ricevendo o formando un atto nell’esercizio delle sue funzioni, “omette.. dichiarazioni da lui ricevute”.

Non pare possa dubitarsi che la norma si riferisce principalmente, anche se non esclusivamente, a ipotesi, come quelle degli atti di verbalizzazione e di rogazione, nelle quali il pubblico ufficiale ha l’obbligo di riprodurre nell’atto pubblico le dichiarazioni che gli vengono rese. L’esistenza di quest’obbligo, infatti, determina un’aspettativa di completezza del verbale, il quale assume, così, il significato implicito di esclusione dell’esistenza di ogni altra dichiarazione rilevante al di fuori di quelle riportate: vale a dire che, se il pubblico ufficiale rogante omette di verbalizzare alcuna di tali dichiarazioni, asserisce implicitamente che essa non vi è stata.

Secondo una parte della dottrina e della giurisprudenza (Cass., sez. v, 23 settembre 1987), questa norma prevede una fattispecie omissiva di falso ideologico, ma limita l’incriminazione esclusivamente all’omessa attestazione di dichiarazioni ricevute dal pubblico ufficiale: sicché non sarebbe punibile a titolo di falso l’omessa attestazione di fatti, anche rilevanti, diversi dalle dichiarazioni.

Questa tesi non può essere condivisa. L’omissione che viene qui in rilievo, innanzitutto, è solo quella che determina un’infedeltà della parte descrittiva di un atto pubblico, non quella che si risolva nella mancanza dell’atto. L ‘omissione, quindi, riguarda un singolo enunciato, mentre l’atto nel suo complesso viene compiuto.

E in tanto ha senso parlare dell’omissione come ipotesi di falso ideologico, in quanto si tratti di condotta che, incidendo sul significato di un enunciato dichiarativo o constatativo, produca un’attestazione non conforme ai fatti: se manca del tutto un atto dichiarativo o constatativo, non si ha falsità ideologica, perché solo i significati impliciti di un’attestazione possono assumere rilevanza.

La previsione nell’art. 479 c.p. dell’ipotesi di omissione, quindi, nulla aggiunge a quanto già desumibile dalla descrizione della fattispecie come falsa attestazione. Si tratta di un’indicazione meramente esemplificativa, dalla quale non può desumersi l’esclusione di rilevanza per altre omissioni pure incidenti sul significato descrittivo dell’atto. Determinante è solo il contesto anche normativo che imponga l’obbligo di rappresentazione completa di alcuni fatti, con la conseguente possibilità che, in caso di omessa rappresentazione, l’atto assuma il significato di attestazione della loro inesistenza.

E infatti, la giurisprudenza prevalente ritiene configurabile il falso ideologico anche nel caso di omessa descrizione di “dati” o di “situazioni risultato di una documentazione incompleta e, comunque, parzialmente contraria al vero” (Cass., sez. V, 15 gennaio 1968; Cass., sez. V, 24 settembre 1982).

D’altro canto, l’incompletezza di un’attestazione può dar luogo a una falsità ideologica, non tanto e non solo quando implichi la violazione di una norma giuridica, bensì ogni qual volta il contesto espositivo dell’atto sia, comunque, tale da far assumere all’omissione dell’informazione relativa a un determinato fatto il significato di negazione della sua esistenza. Il significato di un enunciato descrittivo è, infatti, definito dall’intero contesto della comunicazione, non solo dalle regole del linguaggio e dalle norme che disciplinano la condotta del descrittore.

Nel caso in esame i giudici del merito hanno rilevato che in altre occasioni G. aveva timbrato il suo cartellino personale in occasione di temporanei allontanamenti dall’ufficio. E ciò induce a ritenere che, contrariamente a quanto sostiene il ricorrente, esistesse, quantomeno per prassi, un obbligo di annotare anche le assenze temporanee.

Deve ritenersi, tuttavia, che sia egualmente da escludere l’esistenza del falso contestato, perché, come sostiene il ricorrente, la mancata attestazione dell’allontanamento non equivale all’attestazione di ininterrotta presenza in ufficio.

Il cartellino segnatempo, infatti, non può essere considerato un documento rappresentativo di un unitario atto di attestazione delle ore di effettiva presenza del pubblico funzionario in ufficio. Deve piuttosto ritenersi che il documento rappresenti tanti distinti atti di attestazione, ciascuno relativo alle ore di ingresso e di uscita dall’ufficio, come dimostra il fatto che in alcuni pubblici uffici il funzionario è tenuto a compilare periodicamente schede riepilogative nelle quali attesta ex novo le ore di lavoro complessivamente prestate (Cass., sez. V, 17 marzo 1989). Ne consegue che la mancata timbratura del cartellino in occasione di un temporaneo allontanamento del funzionario non dà luogo alla reticente formulazione di un atto pubblico unitario, tale da tradursi in una falsa rappresentazione della realtà; ma è semplicemente l’omissione del compimento dell’atto, l’omissione di una delle molteplici autonome attestazioni che debbono essere documentate nel cartellino segnatempo. E’ vero che un esame complessivo del cartellino dovrebbe consentire di ottenere un’attendibile informazione sull’effettiva permanenza in ufficio del funzionario. Ma è anche vero che questa informazione si ottiene deduttivamente, non è direttamente e unitariamente attestata dal funzionario tenuto a timbrare il cartellino. Sicché l’omessa attestazione di un allontanamento temporaneo è un artificio idoneo a indurre in errore colui che leggerà poi il cartellino, non è un attestazione falsa.

Si deve, pertanto, concludere con l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, perché il fatto non sussiste.

P.Q.M.

La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

Roma, 24 giugno 1996

DEPOSITATA IN CANCELLERIA, 7 AGO. 1996.