Federazione Sindacati Indipendenti

Pubblico impiego: non è reato allontanarsi dall’ufficio senza timbrare

(Corte di cassazione, sezioni unite penali, 10.5.2006, n° 15983)

Contrariamente, difatti, a quanto opina il ricorrente, è del tutto pacifico nella giurisprudenza di questa Corte di legittimità che la indeterminatezza dell’accusa, ove sussistente, non dà luogo ad una nullità generale ai sensi dell’art. 178 c.p.p., ma – come correttamente ritenuto dalla sentenza impugnata e da quella integrativa di prime cure – ad una nullità solo relativa, ai sensi dell’art. 181 c.p.p., che deve essere eccepita entro il termine di cui all’art. 491 dello stesso codice di rito (cfr. Cass., Sez. IV. n. 39617/2002, ric. Ferraro ed altri; id., Sez. I, n. 2367/2000, ric. P.G. in proc. Mamidovic; id., Sez. VI, n. 1175/2000, ric. Tancredi ed altro; id., Sez. II, n. 3757/1996, ric. Pellegrino; id., Sez. I, n. 3801/1994, ric. Sgamba; id., Sez. III, n. 1222/1994, ric. Rindi). E nella specie – come danno atto i giudici del merito ed implicitamente riconosce lo stesso ricorrente – la relativa eccezione venne formulata solo in sede dibattimentale di primo grado. Tanto rende del tutto ultronea anche la considerazione che i giudici dell’appello hanno, “comunque” ed “a prescindere dalla ammissibilità della stessa” tardivamente prospettata questione, dato persuasiva contezza della infondatezza nel merito di quest’ultima, ed a fronte di quell’apparato argomentativo il ricorrente si limita ad affermazioni assiomatiche e meramente assertorie, rilevando genericamente che “non si è trattato di un unico periodo, ma di singoli episodi limitati nel tempo” e che “aveva il diritto di conoscere singolarmente gli episodi dai quali difendersi, di conoscere il danno arrecato nella singola ipotesi di truffa…”.

Corte di cassazione

 

Sezioni unite penali

 

Sentenza 10 maggio 2006, n. 15983

 

 

 

 

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

1. Il 19 ottobre 2004 la Corte di Appello di Palermo confermava la sentenza in data 7 marzo 2002 del Tribunale di Agrigento, con la quale Giuseppa S. e Vincenzo C., riconosciute loro le attenuanti generiche prevalenti sulle contestate aggravanti, erano stati condannati a pene ritenute di giustizia per imputazioni, unificate sotto il vincolo della continuazione, di cui agli artt. 61, n. 9, 81, cpv., 640, cpv. n. 1, c.p. e 61, n. 2, 81, cpv., 479, in relazione all’art. 476, c.p.

Si contestava a tali imputati, nella loro qualità di pubblici dipendenti della Soprindentenza ai beni culturali ed ambientali di Agrigento, di avere falsamente attestato la loro presenza al lavoro nell’ufficio regionale presso il quale prestavano servizio, allontanandosene, invece, senza formale permesso e sottoscrivendo fogli di presenza e timbrando il proprio cartellino presso l’apposito orologio marcatempo, facendo così risultare orari di entrata e di uscita non rispondenti a quelli effettivi.

I giudici del merito ritenevano accertato che, in più occasioni, gli imputati avevano timbrato il proprio cartellino presso l’apposito orologio marcatempo all’inizio ed alla fine della giornata di lavoro, ma non avevano fatto risultare, mediante analoga marcatura, i propri allontanamenti dal luogo di lavoro, non dovuti a motivi di servizio; e che tanto integrava gli estremi dei contestati reati di truffa aggravata e di falso.

2. Avverso tale sentenza hanno proposto ricorsi gli imputati, per mezzo dei rispettivi difensori.

2.1. Giuseppa S. denunzia:

a) vizi di violazione di legge e di motivazione, in relazione agli artt. 640 e 479 c.p.. Quanto alla imputazione di truffa, deduce che i giudici dell’appello avevano omesso di considerare le specifiche censure dell’atto di gravame, con le quali s’era rappresentata la insussistenza sia degli artifici e raggiri sia del danno, posto che le sue assenze dal luogo di lavoro erano da riconnettersi alle “modalità di espletamento dell’attività di ufficio”, “il comportamento… , così come sussunto nello schema dell’accusa e quindi della sentenza, era perfettamente noto nell’ambito dell’ufficio…”: in particolare, le sue assenze temporanee dal luogo di lavoro erano da riconnettersi alle sue funzioni di ufficiale rogante di atti pubblici da stipulare presso studi notarli, tanto non avendo consentito “né la realizzazione di un certo ingiusto profitto…, né un danno alla p.a….”.

Quanto alla imputazione di falso, lamenta che neppure al riguardo i giudici dell’appello avevano considerato le specifiche censure alla sentenza di primo grado, proposte con l’atto di appello. Rileva che in quella sede si era rappresentato che “è carente… sia l’elemento costitutivo del reato rappresentato dalla specifica condotta della immutaio veri, sia la consapevolezza della concreta e sostanziale immutatio veri