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I conti che non tornano della prof cara alla Turco

Non conosco né Francesco Cognetti né Paola Muti. Può darsi che abbia fatto bene Livia Turco, ministro della Salute, a sostituire l’uno con l’altra alla direzione scientifica dell’Istituto nazionale dei tumori Regina Elena di Roma e che la vivace polemica innescata dal siluramento sia ingiustificata.

Magari qualche legittimo interrogativo sorge nel distratto lettore di giornali quando vede presentare il primo come oncologo, cioè specialista nella cura dei predetti tumori, e la seconda come epidemiologa o nell’apprendere che il professore sarebbe vicino al centrodestra e la professoressa al centrosinistra.

Ai cambi di maggioranza debbono corrispondere nuovi indirizzi terapeutici? Oppure per il governo Prodi anche il cancro è di sinistra?

Del professor Cognetti ho sempre sentito parlare un gran bene. Quattro anni fa alcuni amici medici, fra cui un ex ministro della Sanità, un celebre oncologo e tre primari ospedalieri, m’avevano consigliato di rivolgermi a lui, specialista nei tumori del polmone e del mediastino, per un estremo consulto che, come quasi sempre capita in casi del genere, m’illudevo potesse salvare la vita a un mio fratello.

Purtroppo non ho avuto neppure il tempo di contattare il luminare per telefono: il male è stato più veloce.

Che esisteva una professoressa Muti l’ho invece scoperto pochi giorni fa. Bisogna riconoscere che la neodirettrice, intervistata dal Corriere, ha esordito alla grande: «Al Regina Elena ho avuto la sensazione che non ci fosse trasparenza nella gestione dei finanziamenti per la ricerca e nella selezione dei ricercatori. Le mie parole d’ordine sono trasparenza, correttezza e competenza», ha dichiarato, con ciò lasciando intendere che il suo predecessore fosse torbido, scorretto e incompetente. Poi ha voluto aggiungerci il carico da 11: «Io con lui non avrò alcun problema: forse lui ne avrà qualcuno con me. Ma forse avrà più tempo da dedicare ai suoi malati, sia al Regina Elena che privatamente».

Troppi «forse» per una scienziata. La traduzione, comunque, non si presta a equivoci: il professor Cognetti la smetterà una buona volta di dedicarsi alle pastette di corridoio e girerà per le camere a curare la gente. Fin qui, come vedete, siamo ai pettegolezzi. Mentre a noi giornalisti, non meno che ai medici, dovrebbero interessare i fatti. Ora l’unico fatto certo che emergeva dalle 116 righe di quell’intervista era la risposta data dalla Muti all’obiezione del centrodestra, secondo cui su Internet lei è meno citata di Cognetti: «La replica la lascio ai navigatori del Web che potranno verificare con i loro occhi chi dice le bugie».

Replico. Ieri ho compulsato su Internet i più noti motori di ricerca, avendo cura di racchiudere fra virgolette nome e cognome dei due cattedratici, in modo da affinare i risultati. Ho verificato anche eventuali casi di omonimia. L’esito è stato il seguente: su Virgilio 77.000 citazioni per Paola Muti contro 165.000 per Francesco Cognetti; su Google 11.500 contro 21.900; su Yahoo 811 contro 1.790; su Lycos 225 contro 436; su Altavista 819 contro 1.760; su Arianna 942 contro 1.750; su Infoseek 820 contro 1.810; su Msn 981 contro 2.880; su Alltheweb 780 contro 1.670;

su Hotbot 973 contro 2.898; su Ask 461 contro 894. Totale: 95.312 contro 202.788. Cognetti colleziona più del doppio delle citazioni. Posso affermare d’aver verificato con i miei occhi che Paola Muti dice le bugie.

C’è di più. Siccome la neodirettrice dell’Istituto nazionale dei tumori Regina Elena si vanta d’essere diventata, dopo 12 anni di precariato, «docente ordinario dell’Università di Buffalo» (my balls, avrebbe commentato Nando Moriconi) «e membro permanente del National institute of health (il ministero della Salute Usa, ndr)», ho voluto controllare sul Web l’unica banca dati che abbia una qualche significanza per scienziati, medici e ricercatori di tutto il mondo, e cioè Pubmed, il motore di ricerca della National library of medicine’s facente capo al National institute of health. Ebbene, anche nella biblioteca dell’istituto di cui la professoressa Muti si onora d’essere membro permanente, le citazioni relative a suoi lavori pubblicati su riviste scientifiche risultano appena 108. Un terzo in meno del professor Cognetti: 145.

In pratica il suo predecessore gode di maggior credito persino presso quel ministero della Salute americano che l’ha cooptata. Il che forse spiega perché non ne goda affatto presso il ministero della Salute italiano. Fossi in lui, mi farei un punto d’orgoglio di non piacere alle Livie Turco e alle Paole Muti.

GIUDIZIO ABBREVIATO. Schiacciato dalla tremenda accusa d’aver abusato di un centinaio di giovani fra i 14 e i 22 anni, un parroco romano s’è tolto la vita impiccandosi in casa della madre, dov’era agli arresti domiciliari. Se la legge italiana non stabilisse che l’imputato va considerato innocente fino all’ultimo grado di giudizio, si potrebbe sbrigativamente concludere che il sacerdote, con un estremo atto di coerenza, ha applicato a se stesso la pena evangelica della macina di mulino al collo per chi dà scandalo ai bambini.

Non la pensa così l’avvocato Alberto Romano, il legale incaricato di curare gli interessi di otto ragazzi che avevano denunciato il prete: «Hanno saputo, sono arrabbiati perché non riusciranno a ottenere giustizia dal processo penale. Certo, ci sono altri due sacerdoti indagati per favoreggiamento…

Ma non è la stessa cosa». Che razza di civiltà (giuridica) è mai questa, dove neppure la morte volontaria del reo estingue il reato?

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

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