Federazione Sindacati Indipendenti

CONTRATTI DEL PUBBLICO IMPIEGO, 4 MILIARDI IN 3 ANNI

RIMINI – Il governo stanzierà circa quattro miliardi di euro in tre anni per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego: lo ha annunciato al meeting di Rimini il ministro per l’Innovazione Luigi Nicolais, specificando che la spesa che verrà posta in Finanziaria per il 2007 sarà probabilmente di circa un miliardo di euro.


Sull’argomento il governo sentirà “entro settembre” i sindacati, ha annunciato Nicolais. Secondo il ministro, sia per il presidente del Consiglio Romano Prodi sia per il ministro dell’Economia “il rinnovo dei contratti rappresenta il punto di partenza per l’avvio del processo di concertazione con i sindacati”. “Non si può – ribadisce Nicolais – avviare una concertazione fondamentale per realizzare quelle grandi riforme che servono al Paese senza pensare al rinnovo dei contratti”. Il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, annuncia, costerà “qualche miliardo di euro, intorno ai quattro diluiti in tre anni per superare la criticità della Finanziaria. Possibilmente, la somma per questa Finanziaria sarà intorno al miliardo”.


SI INCRINA IL MITO DEL POSTO FISSO STATALE
Si incrina il mito del posto fisso statale: secondo un’indagine del Censis, infatti, tra contratti a tempo e collaborazioni, la percentuale di lavoratori atipici é più alta di quella che si conta in fabbrica. L’industria ha infatti un tasso di atipicità dell’ 8%. che risulta inferiore a quello della pubblica amministrazione che conta, tra lavoratori a tempo determinato (8%) e collaboratori (1,4%) quasi 10 atipici su 100.


Il comparto dell’istruzione, pur non includendo solo dipendenti pubblici, realizza addirittura il 20,2% di contratti atipici. Si tratta in prevalenza di contratti a tempo determinato che, avverte il Censis, negli ultimi anni si è sempre più orientato verso una logica di temporaneità degli incarichi (si pensi alle docenze universitarie), e delle attività di organizzazioni associative (sindacati, circoli, associazioni di vario tipo), dove la presenza di atipici è del 18,3%), di noleggio (14,9%), di servizio alle imprese (13,1%).


Dall’elaborazione fatta del Censis sui dati delle statistiche ufficiali del lavoro (Istat), con ‘obiettivo di realizzare in autunno un progetto di ricerca piu’ approfondito per accompagnare le future politiche del lavoro, emerge inoltre che il profilo del lavoratore atipico corrisponde ad un giovane, più spesso di sesso femminile, istruito, in prevalenza del centro-sud. L’unico elemento di omogeneità che il Censis ha riscontrato nell’universo del lavoro atipico è infatti la tendenziale giovane età: il 57% dei lavoratori a termine o con contratti di collaborazione, a progetto od occasionali ha infatti meno di 35 anni. Vi è poi una maggiore incidenza tra le donne, pari al 14,7%, piuttosto che tra gli uomini (8,7%); e tra quanti posseggono livelli di istruzione più elevati: 14,1% tra i laureati, 11% tra i possessori di un diploma superiore, con una particolare incidenza del lavoro a progetto od occasionale proprio nei segmenti di istruzione più alti.


A livello territoriale, sono il centro e il sud a detenere il primato: la percentuale di atipici si attesta rispettivamente all’11,5% e al 13,9%, contro l 8,8% del nord ovest e il 9,9% del nord est; a causa non solo della maggiore debolezza strutturale del tessuto produttivo ma, rileva il Censis, anche della sua specifica vocazione delle due aree contigue, più terziaria nel centro, più agricola nel meridione.


Quanto ai profili professionali dei lavoratori atipici emerge una trasversalità del fenomeno: da un lato il lavoro atipico incide sull’universo delle professioni non qualificate, dove si contano 22,4 atipici ogni 100 occupati. Dall’altro, all’opposto, l’atipicità dei contratti tende ad addensarsi nei gradini più alti della piramide professionale: il 10,5% nelle professioni intellettuali, il 18,4% in quelle tecniche intermedie e il 13,3% in quelle esecutive amministrative. Per i lavoratori a progetto, tale tendenza è ancora più accentuata: sono infatti concentrati in maggioranza nelle professioni tecniche intermedie (33%) e intellettuali (18,3%), e poco o nulla presenti tra quelle non qualificate (6,2%). Anche sul piano dei settori economici lo scenario appare estremamente articolato, con settori che, pur piccoli sotto il profilo della rilevanza numerica, hanno una significativa concentrazione di lavoro atipico. Come alcuni segmenti del terziario attività ricreative, culturali sportive, e ricerca e sviluppo – dove il tasso di atipicità supera la soglia del 25%. O il comparto dell’istruzione dove, appunto, si conta il 20,2% di contratti atipici.