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Dipendenti sotto controllo: internet e posta elettronica nel mirino

Internet ed e-mail non sono più usati soltanto nel tempo libero, ma sono indispensabili strumenti di lavoro. In ufficio è legittimo usarli per scopi personali?

Internet e posta elettronica sono diventati i protagonisti assoluti di ogni ambito professionale; oramai infatti non esistono più o quasi aziende sprovviste di PC, internet ed e-mail, perché il vantaggio tecnologico diventa irrinunciabile, in grado di aumentare l’efficienza dell’organizzazione e di accelerare l’esecuzione del lavoro.

Tutti sanno che la regola generale è di utilizzare tali strumenti solo ed esclusivamente per scopi professionali. Molto spesso però i dipendenti non rinunciano a qualche “sbirciatina” qua e là nel web o all’invio di e-mail per scopi personali. Da tempo e per queste ragioni il dibattito sull’uso personale di strumenti come internet e posta elettronica sul luogo di lavoro è fervente perché se da una parte c’è la necessità di tutelare la privacy del dipendente, dall’altra, c’è la necessità del datore di lavoro di gestire l’azienda in modo efficiente e di proteggerla contro le responsabilità o i danni cui possono dare origine i comportamenti dei lavoratori.

Oltretutto la dottrina e la giurisprudenza italiana in materia soffre per la mancanza di precise linee guida, che non sono in grado di definire in modo certo ed univoco l’ambito di legittimità dei controlli tecnologici operati sui dipendenti dai datori di lavoro. La causa va imputata ad una casistica sempre nuova, difficilmente afferrabile da norme specifiche ed allo Statuto dei lavoratori, concepito in un epoca dove il pc non era ancora così ampiamente utilizzato.
Il punto centrale è l’applicabilità o meno dell’art. 4 dello Statatuto dei Lavoratori ai controlli tecnologici sui dipendenti che riguarda due differenti fattispecie:

• il primo comma prevede un divieto assoluto ed inderogabile, assistito da sanzione penale, di installazione ed uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature esclusivamente destinate al controllo dell’attività dei lavoratori;
 
• il secondo rappresenta un divieto flessibile, nel senso che consente espressamente l’installazione di apparecchiature di controllo e di impianti “che siano richieste da esigenze organizzative e produttive, ovvero della sicurezza del lavoro”, anche quando ciò possa comportare una possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori.
 

Nel corso dei dibattiti tutt’ora aperti, la giurisprudenza si dimostra particolarmente aperta nel sancire la legittimità dei così detti controlli a distanza, che sono i controlli difensivi mirati non sull’attività lavorativa, ma su possibili attività illecite del lavoratore, di cui gli strumenti informatici possono essere portentosi vettori.

In sostanza, il controllo tecnologico può essere ritenuto legittimo solo laddove, in presenza di un interesse del datore di lavoro meritevole di apprezzamento, esso possa ritenersi indispensabile, nel senso di costituire l’ultima risorsa utilizzabile al fine di evitare danni o pregiudizi agli interessi dell’impresa, di terzi o degli stessi lavoratori. In ogni caso, comunque, il controllo dev’essere effettuato in chiave “difensiva” a carattere preliminare, con controllo generale o statistico, preceduto da un’opportuna informativa, in luogo di un’indagine nominativa, singola e specifica su un soggetto in particolare.

Nel documento in .pdf è possibile leggere alcuni casi più interessanti sino ad ora esaminati dai giudici italiani.

settembre 2005

a cura di Ipsoa Editore, Redazione Internet. Tratto da: “Potere di controllo del datore di lavoro, privacy e nuovi strumenti informatici” di Enrico Barraco.

Fonte: Il lavoro nella Giurisprudenza on-line – Ipsoa Editore