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Fassino: inevitabile toccare pensioni, sanità e pubblico impiego

ROMA – «Se si fa una Finanziaria debole, anche il governo sarà più debole. Se sarà rigorosa, il governo sarà più forte. Questa è una cosa che devono capire tutti». Non vuol sentire parlare di “spalmature”, non vuole discutere di ammorbidimenti. Per il segretario Ds, Piero Fassino, l´asticella dell´Unione non può abbassarsi sotto i 30 miliardi. Chi reclama una manovra meno pesante, non affronta i problemi. «Magari li rinvia, li nasconde.

Ma proprio perché sono un uomo di sinistra penso che debbano essere rimossi gli ostacoli che impediscono all´Italia di tornare a crescere». Accettando quindi gli interventi sulla sanità e sul pubblico impiego, sulle pensioni e sugli enti locali. E insieme mettendo in cantiere le misure per il rilancio dell´economia e la tutela del lavoro. «Così deve essere una vera Finanziaria riformista».
E come riuscirete a far digerire al Paese un intervento di questa portata?
«Il punto di partenza deve essere molto chiaro: il centrodestra ci ha lasciato un´eredità disastrosa. E Tremonti ha anche la faccia tosta di darci lezioni».

Ma il punto ora è come intervenire. Nella maggioranza la linea dei “rigoristi” si scontra con quella degli “spalmatori”.
«Per uscire dal disastro berlusconiano basta una correzione morbida? O per uscire dalla stagnazione serve una scossa? Il dibattito tagli sì tagli no è impostato male».
Perché?
«Perché basta chiedere a qualsiasi analista economico per capire che l´Italia, solo per mantenere l´attuale livello di ricchezza, ha bisogno di crescere del 2% l´anno. Se non raggiungiamo rapidamente quella soglia, non ce la facciamo».
Rifondazione comunista, il Pdci, in parte i Verdi, però, propongono una ricetta diversa.

«L´idea di poter diluire in due anni il risanamento, in realtà, rischia di costare al paese molto di più. Significherebbe dilazionare i tempi della crescita. Andare sotto il 3% nel rapporto deficit-Pil vuol dire liberare soldi che altrimenti sono assorbiti dai tassi interesse che lo Stato paga per mantenere il debito».
Quindi il rigore è inevitabile?

«È la linea della responsabilità e dello sviluppo. Contenere la spesa per fare investimenti. E allora non si può non intervenire nelle quattro voci che costituiscono gran parte della spesa pubblica: previdenza, sanità, pubblico impiego e enti locali. Se è positivo che in questi mesi sia aumentato l´introito fiscale, non ci si può illudere che basti. Tanto meno sperare che entri qualche altro miliardo in più nelle casse dello Stato per ridurre ancora la dimensione della manovra a 27 miliardi, a 26 o addirittura a 25. L´Ue non ce lo consentirebbe».
Eppure in una parte del centrosinistra sembra esserci poca attenzione verso l´Europa?

«Forse non c´è piena consapevolezza di quanto l´integrazione monetaria determini interdipendenza con gli altri paesi. Non possiamo stare in Europa, avere la stessa moneta e poi dire “lasciateci fare da soli”. A Bruxelles i conti li conoscono e dobbiamo andare lì con una proposta vera. La manovra deve essere di 30 miliardi per poter incidere sul deficit e sul debito. E poi perché è fatta per 16 di tagli e 14 di investimenti. 14 è la cifra minima. Siamo già stretti così. E non possiamo contrarla ulteriormente».
Lei parla di pensioni. Un terreno minato.

«Scontiamo la mancanza di coraggio degli anni passati. Se avessimo sciolto il nodo 10 anni fa… Il punto comunque è che la vita media si è allungata. Come si fa a pensare che a 58 anni una persona non sia utile al paese? Affrontiamo il tema dell´età pensionabile e di come incentivare la permanenza nel lavoro. Contemporaneamente tocchiamo due priorità ineludibili: quella dei pensionati, il 50% del totale, che non superano i 600 euro al mese e quella dei giovani precari che tra 30 anni saranno dei pensionati precari. Una sinistra che voglia davvero equità e giustizia non può barricarsi nella trincea dei 57 o 58 anni.

Lo “scalone” è ingiusto, lo so. Ma non lo si può semplicemente abolire: introduciamo incentivi e disincentivi, e rimoduliamo l´età pensionabile. O sarà fatale tenersi lo scalone».
Dovrete fare i conti anche col sindacato. Nessuno dimentica lo scontro D´Alema-Cofferati del ‘99.
«Io capisco che il sindacato sia preoccupato. Segue le esigenze dei suoi associati. Ma in passato, con le sue scelte, ha salvato il paese. Oggi è chiamato alla stessa responsabilità. Deve sapere che tutela il proprio mondo se si fa carico degli interessi generali del paese. Discutiamo ma sapendo che non si gioca al ribasso».
E se non si troverà l´accordo?

«Il governo non si sottrarrà al dovere di decidere. Tuttavia ricercherà fino all´ultimo il consenso delle pareti sociali».
Mettere mano anche agli altri capitoli non sarà facile.
«Nel 2007 spenderemo 103 miliardi per la sanità. Ci possono essere i margini per evitare sprechi? Io penso di sì. In Emilia, e parlo della regione più virtuosa e che offre la sanità migliore, si effettuano 63 milioni di visite specialistiche. Non c´è un eccesso? È possibile razionalizzare questa spesa? Se poi, per garantire a tutti i cittadini di essere curati, chiediamo ai redditi medio alti un ticket per le degenze, sarà così grave?».

C´è chi accusa Prodi di aver ceduto un po´ a Bertinotti e Diliberto.
«Non ho visto cedimenti. Se si è passati da 35 a 30 miliardi è per gli introiti fiscali aggiuntivi. Ma rimane pur sempre la manovra più imponente degli ultimi 15 anni. È un´operazione che sposta le risorse verso la crescita. Risanare ora vuol dire mettere le ali subito dopo. Naturalmente si tratta di discutere perché decisioni così impegnative non possono essere frutto solo di una logica contabile o tecnocratica.

Ma il confronto non deve ridurre l´ambizione e la radicalità delle scelte».
Ma se la Finanziaria non sarà forte come dice lei, il governo cade?
«No, il governo in ogni caso non cade. Ma se la manovra sarà debole, anche l´esecutivo sarà più debole».

La Repubblica 7-9-06