Federazione Sindacati Indipendenti

Ora un sussulto di vitalità del Parlamento

Ho deciso di partecipare ai funerali di Welby dopo aver appreso che il vicariato di Roma rifiutava di concedere l’omaggio religioso a Piergiorgio. Ho riletto più volte, incredulo, il comunicato del vicariato. Non credevo possibile che la Chiesa romana negasse il conforto religioso alla signora Welby, l’anziana religiosissima madre di Piergiorgio, e alla sua mite e dolcissima compagna, Mina. E lo facesse ricorrendo ad un linguaggio freddo e cavilloso quasi fosse una pratica di cui liberarsi nel più breve lasso di tempo. Una condotta, quella del vicariato, che ha suscitato in tanti dolore e tristezza. Ho vissuto la mia infanzia a Napoli nel rione Sanità e poi la mia adolescenza a Secondigliano.

Ho ben vivo il ricordo di come le parrocchie mostrassero misericordia accogliendo per il commiato religioso le spoglie di chi aveva bruciato la propria vita nelle bande malavitose nei vicoli della Sanità o nel tenebroso labirinto delle Vele di Scampia. La stessa chiesa che mostra flessibilità e comprensione in quei quartieri difficili di Napoli ostenta chiusura burocratica di fronte a un uomo come PiergiorgioWelby: un uomo che «ha reso a tutti noi un servizio enorme perché ci ha messo davanti al mistero del dolore mostrando una forza morale incredibile».
La verità è che Welby ha posto tutti dinanzi al tema drammatico della morte. Non solo della morte come naturale conclusione del disegno biologico cui apparteniamo.

Ma come scelta consapevole di chi intende affrontare il trapasso cui un male incurabile conduce sottraendosi ad una esperienza di accanimento terapeutico che segnerebbe un ultimo affronto alla sua umanità. Nei volti delle donne e degli uomini che l’altra mattina salutavano Welby, mi sembrava di leggere la convinzione laica e religiosa insieme, che ciascuno vive la terribile esperienza della malattia inesorabile secondo i propri canoni morali, le proprie convinzioni, la propria sensibilità.

Conosco direttamente il doloroso cammino di quelle famiglie che, nonostante la irreversibilità del male, non intendono rinunciare alla sopravvivenza del proprio caro anche se affidata esclusivamente ad una macchina. È un modo in cui si esprime l’amore. Ed è lo stesso sentimento di amore che conduce tante famiglie, quando il protrarsi della terapia trasforma il paziente da soggetto in oggetto, a chiedere che sia rispettata la volontà del loro caro di morire in pace garantendo l’assistenza che è necessaria perché ciò avvenga con umanità. Non è una logica egoistica che muove chi decide in questo senso. A simili decisioni occorre guardare con pietà e comprensione. È una scelta cui si giunge di fronte ad un trattamento che non recupera la vita ma rinvia solo la morte e si trasforma in un penoso accanimento che viola la dignità del malato.

Anche chi opera in una prospettiva religiosa dovrebbe comprendere i motivi di una tale decisione.
Di fronte alla vicenda Welby la politica, malgrado l’appello del presidente della Repubblica, non si è mostrata all’altezza della situazione. Oggi c’è da augurarsi un sussulto di vitalità del Parlamento italiano. Un sussulto che consenta di adottare misure che rendano accessibili provvedimenti che, come scrive monsignor Paglia, garantiscano a una morte degna e con minori sofferenze possibili a chi come Welby soffre ed ha espresso una comprovata volontà contraria all’accanimento terapeutico. Si potrebbe lavorare in questa direzione.

E farlo senza steccati ideologici e pregiudiziali. Sulla base dei contenuti dalle Convenzione di Oviedo del 1997 ratificata nel 2001 dal nostro paese e degli orientamenti fissati dal Comitato per la Bioetica è possibile impegnare il Parlamento in una riflessione che, con intelligenza critica affronti un tema di tale delicatezza. I tempi sono maturi. Ci vuole ormai poco a rendersi conto che da anni le “questioni ultime” hanno fatto irruzione nelle società occidentali. Vita e morte, scansione del ciclo vitale proprio o altrui, trasformazione del patrimonio genetico. La bioetica ha contribuito a spostare l’interesse dell’etica dalla sfera dell’anima o dell’invisibile a quella della corporeità, accreditando la convinzione che non solo abbiamo un corpo, ma siamo anche un corpo. Dilemmi di questa portata fanno sì che l’etica pubblica non sia più assorbita dalle consuetudini o relegata nella sfera della morale privata.

Ecco perché la politica democratica deve essere capace di misurarsi con queste sfide. E tocca farlo anche alle religioni. Ha ragione Habermas quando, ricorrendo ad Hegel, ricorda che «le grandi religioni rientrano nella storia stessa della ragione e che sarebbe irragionevole emarginare quelle tradizioni quasi fossero un residuo arcaico». Ma si tratta di ritrovare la connessione che le collega alle forme moderne di pensiero perché possano esercitare una loro forza di ispirazione. Questa è la sfida. Per i credenti la vita va considerata come un dono, qualcosa di cui non si può disporre autonomamente. Siamo tutti, in questo senso, come scrive Remo Bodei, «ospiti della vita». E tuttavia può la vita degli uomini essere intesa come un mero fatto meccanico suscettibile di prolungamenti artificiali? Non è forse da intendere la vita come possibilità di relazione e di autorealizzazione in riferimento alla personalità e alla soggettività dell’uomo? Penso che le cose stiano in questi termini.

Ecco perché trovo difficile ignorare la sentenza della Corte d’Appello di Milano che intervenendo su questa delicata questione ha ricordato in una sentenza del 1999 che «la perdita irreversibile della coscienza non può non costituire un limite di ogni trattamento medico giacché segna il momento in cui cessa definitivamente la possibilità di una vita dignitosa». Condurre in Parlamento la discussione su come permettere al cittadino che necessita di terapie di riappropriarsi della decisione su se e a quali cure sottoporsi, così come sostiene Umberto Veronesi, è un dovere della politica.

Io, cattolico praticante, non ho capito

di Fabrizio d’Esposito

Esimio don Camillo Ruini, sono cattolico, per giunta praticante, e col tempo ho tenuto a bada i miei fremiti anti-clericali imparando a memoria il canone sull’obbedienza dei fedeli, anche se poi ho scoperto che persino i papi hanno disobbedito al Cielo e alla Vergine non rivelando per intero il testo del segreto di Fatima, ma questa è un’altra storia. Capisco, allora, che la Chiesa viva un periodo tremendo e debba giocare in difesa su tanti fronti (un pontefice senza il carisma del predecessore, il relativismo, gli integralisti islamici che attaccano un Occidente che sta perdendo la fede, le unioni tra omosessuali e non, l’aborto e il preservativo, i preti pedofili, il celibato dei presbiteri, la crisi delle vocazioni, i limiti della ricerca scientifica, l’eutanasia e finanche il presepe), ma mi creda, la sua decisione di negare le esequie cristiane a Piero Welby ha turbato, sconvolto e addolorato tanti cattolici come me. Preciso: cattolici comuni, non dissidenti o di base, che magari sono d’accordo spesso con la dottrina e non amano preti come don Vitaliano il no global. So già che potrebbe obiettare più o meno in questo modo: «Guidare questa barca non è facile e il potere che abbiamo comporta anche decisioni come questa. Adesso non lo capite, ma un giorno sì».

Ecco, don Camillo, mi riesce difficile chiamarla eminenza in questo momento, il punto è proprio questo: dubito che si comprenderà mai una decisione del genere. Negare le esequie a Welby va ben oltre l’atto pedagogico che deve servire di monito al gregge di cui faccio parte: l’eutanasia o il suicidio non c’entrano più nulla. Piuttosto è come negare Cristo, che fino all’ultimo, anche sulla Croce, ha perdonato tutto e tutti in nome dell’Amore assoluto: persino i suoi aguzzini e un ladro comune, il quale, pochi lo sanno, è poi diventato pure santo. Negazione per negazione, inoltre, lei assomiglia, me lo lasci dire, a quel corvo gesuita cui il monsignore interpretato da Nino Manfredi nella scena finale de In nome del papa re ha il coraggio di negare la comunione.

Non a caso lei sta facendo di tutto per trasformare Welby in un’icona laicista come Monti e Tognetti, gli ultimi condannati a morte del boia pontificio, oppure Giordano Bruno. Per questo le chiedo: ne è valsa la pena, alla vigilia di Natale, sbarrare le porte della chiesa di San Giovanni Bosco alla bara di Piero Welby? La Chiesa non ha perso forse un’occasione per dimostrare di essere una grande madre che spalanca le sue braccia a tutti, anche a coloro che sono morti contro la sua legge etica? Nel Vangelo che ho letto e riletto in questi giorni, non c’è traccia di una durezza del genere: Cristo è il redentore di tutti, di prostitute e di pubblicani, e l’unica volta che minaccia le fiamme della Gehenna è per i pedofili, e qui mi fermo altrimenti dovrei ritornare sulla sporcizia all’interno della Chiesa di cui parlò l’allora cardinale Ratzinger in una via Crucis di qualche anno fa.

No, per trovare una simile aridità di sentimenti, ho ripescato dal Salterio il salmo 87, forse la preghiera più spietata e inascoltata dell’Antico Testamento, e lì ho visto gli ammalati come Welby: «È tra i morti il mio giaciglio, sono come gli uccisi stesi nel sepolcro, dei quali tu non conservi il ricordo e che la tua mano ha abbandonato. Mi hai gettato nella fossa profonda, nelle tenebre e nell’ombra di morte. Pesa su di me il tuo sdegno e con tutti i tuoi flutti mi sommergi».

E ancora: «Sono infelice e morente dall’infanzia, sono sfinito, oppresso dai tuoi terrori. Sopra di me è passata la tua ira, i tuoi spaventi mi hanno annientato». È forse questo, esimio don Camillo, il terrificante Dio cui lei si è appellato per negare l’estremo saluto cristiano a Welby?
Lei, per prendere la sua decisione, si è aggrappato al Catechismo della Chiesa cattolica, laddove si parla di eutanasia e suicidio diretto. Bene, almeno dal suo punto di vista. Le rammento, però, che, sempre nel Catechismo, ancora viene contemplata la pena di morte, al numero 2267: «L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani».

Tutto sommato, trattando Welby come un delinquente, lei poteva considerare l’accanimento terapeutico come un’impiccagione qualsiasi e cavarsela con più furbizia. Anche perché, senza dover risalire ai roghi dell’Inquisizione, il ricordo di Mastro Titta non è così lontano nel tempo. E che dire poi, dell’affronto alla moglie di Piero, Mina, cattolica e da quarant’anni al suo fianco (tutto l’arco della malattia), che volle sposarlo a tutti i costi, minacciando che altrimenti avrebbe fatto la missionaria in Africa. Le ricordo infine che la Chiesa proprio qualche settimana fa ha assicurato le esequie cristiane a quell’assassino del generale cileno Augusto Pinochet. Mica vorrebbe farmi credere che Piero sia all’Inferno e Pinochet in Paradiso? O forse sì?

Onu, per Teheran sanzioni ma non troppo

di Luigi Spinola

A quattro mesi dalla scadenza dell’ultimatum che intimava a Teheran di sospendere il programma nucleare, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità le prime sanzioni contro l`Iran. Francia e Gran Bretagna, promotori del testo, ci tenevano a chiudere entro l’anno e il risultato, a forza di emendamenti e compromessi, pare quasi addolcito dal clima festivo. La risoluzione 1737 impone all’Iran limitate sanzioni economiche e commerciali nei settori legati al programma nucleare e balistico. Misure accuratamente circoscritte per tutelare gli interessi di Russia e Cina, grandi partner economici di Teheran e sponsor della linea morbida all’interno del Consiglio di Sicurezza. Linea morbida che è stata accettata per il momento, anche da Washington che punta a far salire gradualmente la pressione di fronte alla reiterata indisciplina di Teheran.

L’Iran va avanti per la sua strada. Liquida la risoluzione come irrilevante – un pezzo di carta senza valore secondo Ahmadinejad – e rilancia annunciando la prossima installazione di 3000 nuove centrifughe nel sito nucleare di Natanz. Si profilano inoltre possibili rappresaglie, tra queste l’espulsione degli ispettori dell’Aiea, in assenza dei quali il programma nucleare andrebbe avanti senza alcun monitoraggio esterno.

Nel mirino anche i paesi europei, inclusa l’Italia, principale partner commerciale dell’Iran nella Ue e dal primo gennaio 2007 membro del consiglio di sicurezza. Sullo sfondo rimane l’incubo del blocco dello stretto di Hormuz dove transita circa un quarto dei rifornimenti globali di greggio. Molto improbabile, ma per ogni evenienza gli Stati Uniti hanno annunciato un rafforzamento della flotta nel golfo. La crisi al momento sembra quindi destinata ad acuirsi. Ma un uso ben dosato del bastone, se accompagnato da gratificanti carote, potrebbe col tempo mutare il corso della partita.

L’Iran non teme tanto le sanzioni dell’Onu contro il programma nucleare quanto le informali sanzioni finanziarie che colpiscono il settore degli idrocarburi sul quale poggia l’intera economia nazionale e lo stesso regime. Washington sta esercitando la massima pressione sul sistema finanziario internazionale perchè riduca le operazioni con l’Iran. Boicottaggio che funziona come ha ammesso la settimana scorsa lo stesso ministro del petrolio iraniano Kazem Vaziri-Hamaneh: l’Iran attualmente ha difficoltà nel finanziare i progetti nel settore petrolifero perché «banche e finanziatori stranieri hanno rallentato la loro cooperazione». Difficoltà destinate a crescere con l’applicazione di sanzioni che, per quanto morbide, potrebbero spaventare potenziali investitori.
Paradossalmente, l’arma del petrolio agitata saltuariamente dal regime iraniano, oggi è maneggiata con più efficacia dagli Stati Uniti. E potrebbe risultare decisiva.

L’Iran possiede il 10% delle riserve petrolifere globali e riserve di gas inferiori soltanto alla Russia. È il secondo maggior produttore dell’Opec con circa 4 milioni di barili al giorno. Ma non bastano. La domanda interna di energia assorbe in maniera crescente le risorse destinate all’esportazione. L’economia iraniana è vulnerabile, dipende della monocultura degli idrocarburi per ottenere valuta. E il regime ha bisogno di aumentare le entrate per alimentare la diversificazione dell’industria nazionale e rinsaldare il controllo sulla società. Il programma nucleare, al netto delle ambizioni geopolitiche e militari, risponde a questa necessità. Il rifornimento energetico garantito dal nucleare permetterebbe di coprire il fabbisogno interno, rendendo disponibili per l’esportazione preziosi barili di greggio. Un opzione razionale, fino a quando il petrolio non entra nel mirino. La scelta nucleare che dovrebbe rafforzare la strategia energetica del paese oggi di fatto rischia di indebolirla.

Decisivo per il futuro economico della nazione, la variazione dei redditi petroliferi potrebbe essere determinante anche per la sorte del blocco politico guidato da Ahmadinejad. Il presidente ha fin qui sfruttato con abilità la sfida nucleare per compattare il paese e azzittire le voci dissenzienti del regime, esposte all’accusa di cedimento di fronte al nemico. Ma gli iraniani sembrano sempre meno disposti a subire i sacrifici economici imposti dall’isolamento. Dopo la recente sconfitta elettorale, Ahmadinejad deve poter pescare nelle casse dello stato per redistribuire la ricchezza nazionale.
I costi della sfida stanno crescendo e potrebbero suggerire a Teheran di ripensare la linea intransigente o perlomeno ripulire dalle incrostazione ideologiche la scelta nucleare. Per puntare a un accordo.

di Umberto Ranieri
il riformista