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Sanità: i pazienti fuggono all’estero

Roma – Vittima del qualunquismo quanto delle critiche fondate ma più sicuramente di “malainformazione”, la Sanità Pubblica è da sempre al centro dell’attenzione. Errori umani e carenze strutturali che si verificano negli ospedali, soprattutto nell’ultimo periodo, non sono sufficienti a distogliere l’attenzione dalle mancanze legislative che si sono accumulate di Governo in Governo e che affliggono il Sistema Sanitario Nazionale.

Non si tratta, quindi, di demonizzare il dottore latitante o il portantino negligente, ormai maschere stereotipate dell’Italia di oggi, che, tuttavia, trovano spesso riscontro nella realtà, ma di concentrare l’attenzione su temi importanti della sanità pubblica, dalle garanzie dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), alla appropriatezza dell’allocazione delle risorse, fino ad una ottima gestione amministrativa delle strutture ospedaliere.

Non ci si può tuttavia meravigliare se di fronte a notizie da prima pagina, come il caso dell’Umberto I e della deplorevole borsa nera degli organi, l’opinione pubblica si convinca che in Italia un medico valga l’altro e ogni struttura ospedaliera sia mal funzionante o mal gestita.

E così, non stupisce più di tanto che l’indice di gradimento degli italiani rispetto alla sanità pubblica sia in picchiata, come rivela uno studio Francese. Uno studio condotto dall’Istituto di ricerca “Csa”, in collaborazione con il Cercle Santè Société, associazione transalpina che si occupa di sanità pubblica, presenta un dato allarmante: 7 italiani su 10 preferirebbero curarsi all’estero, dove pensano di ottenere servizi migliori e tecnologicamente più avanzati. Protagonista dell’indagine, che ha monitorato l’atteggiamento rispetto ai sistemi sanitari nazionali, un campione rappresentativo della popolazione. Il 68 % dei nostri connazionali sarebbe già pronto a fare le valigie, il 70% si limita ad un giudizio negativo, mentre il 76% (percentuale più alta a livello europeo) giudica insoddisfacente l’assistenza agli anziani. Entrando più nello specifico, il 69% degli italiani intervistati, lamenta una bassa qualità dei servizi e il 63% considera troppo lunghi i tempi di attesa.

Cittadini, consumatori, ma anche medici e personale addetto ai lavori aspettano che il Governo prenda dei provvedimenti drastici e mirati per riportare la legge dove, fino a ieri, c’era il “far west”. Anche se qualcosa si muove: maggiore integrazione tra Sistema Sanitario Nazionale e Università, proprietà degli immobili attualmente in uso ai Policlinici, ticket e rischio clinico, sono al centro del disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri, su proposta dei Ministri della Salute Livia Turco e dell’Università e Ricerca Fabio Mussi. Con questo provvedimento si stabilisce la completa integrazione tra attività assistenziale, didattica e di ricerca attraverso la realizzazione delle aziende integrate ospedaliero-universitarie, già previste dal decreto legislativo 517/1999 e solo parzialmente istituite. Una seconda disposizione prevede le modalità per il trasferimento di proprietà dei beni immobili appartenenti allo Stato già in uso alle Università per le finalità istituzionali delle Facoltà di medicina. In questo modo sarà possibile chiarire una volta per tutte la titolarità dei beni, ponendo le premesse per l’avvio dei lavori di ristrutturazione e di adeguamento di molte strutture pubbliche, come ad esempio l’Umberto I, condannate all’inerzia da questo conflitto di interessi.

Il ddl, inoltre, autorizza la spesa di 200.000 euro per il 2007 e di 1 milione di euro, a decorrere dal 2008, per promuovere l’adozione di misure specifiche di controllo e gestione del rischio clinico in tutte le strutture del SSN, al fine di garantire la sicurezza delle cure, la prevenzione degli errori e degli eventi avversi connessi a procedure diagnostiche e terapeutiche, e di limitare il rischio di infezioni ospedaliere (che in Italia provocano tra i 4.500 e i 7mila decessi all’anno, un numero di vittime perfino superiore a quello degli incidenti stradali, ndr).

Tra i buoni propositi del Ministro della Salute Livia Turco, la volontà di intervenire per migliorare le procedure di soccorso, con particolare riguardo alla rete del 118. “Il ripetersi di episodi di disfunzione nei servizi di emergenza sanitaria – scrive la Turco nella lettera al Coordinatore degli Assessori alla Sanità delle Regioni, Enrico Rossi – ci pone di fronte alla responsabilità di dare certezze all’opinione pubblica sulla qualità e l’appropriatezza della rete”.
Dal Ministero è giunto inoltre l’invito ad un confronto Governo-Regioni che ponga al centro l’esame dell’attuale situazione dei servizi di emergenza a 10 anni dalla loro effettiva attivazione, dal quale scaturiscano indirizzi e protocolli operativi che consentano di migliorarne il funzionamento nelle sue molteplici articolazioni, dal pronto soccorso all’efficienza e funzionalità delle ambulanze, fino alla garanzia di un’effettiva continuità assistenziale sul territorio.

Aspettando i risultati degli interventi di politica sanitaria al cittadino rimane lo strumento di protesta attraverso un apposito ufficio interno all’ospedale, l’URP, Ufficio Relazioni con il Pubblico, che, secondo quanto stabilito dalla legge, massimo 30 giorni, più altri 15 se risulti necessaria una più approfondita un’indagine che coinvolge altri fattori o aziende esterni alla struttura, avrà la sua rivalsa.

In alternativa ci si può rivolgere alle numerose associazioni per la tutela dei diritti del malato, che offrono assistenza gratuita senza fini di lucro. Capostipite di questa realtà assistenziale è il Tribunale per i diritti del malato.