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Sanita’: Medici Italiani In Usa Difendono Sistema States Da ‘Attacco’ Moore

Roma, 31 ago. (Adnkronos Salute) – Sono italiani, ma il sistema sanitario statunitense lo conoscono alla perfezione perché lavorano al suo interno e lo vivono giorno dopo giorno sulla loro pelle. Tre camici bianchi emigrati negli States, dove lavorano nelle corsie di illustri ospedali americani, di fronte all’attacco sferrato dal regista Michael Moore all’assistenza sanitaria Usa con la sua ultima fatica cinematografica ‘Sicko’, difendono la sanità a stelle e strisce pur non negandone limiti e contraddizioni. Si tratta di Antonio Giordano, presidente dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine; Marco Pappagallo, direttore del Centro per la terapia del dolore del Beth Israel University Hospital di New York, e Paolo Manfredi, a capo della specialità di terapia del dolore e cure palliative del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York.

Se Manfredi e Pappagallo non nascondono le difficoltà di tracciare un confronto tra l’assistenza sanitaria americana e quella europea, Giordano prova a delineare un paragone prendendo proprio il sistema-Italia come riferimento. “Negli Usa – riconosce – c’è il grande problema delle assicurazioni private che, di fatto, circa 50 milioni di cittadini statunitensi non hanno. Tuttavia il tasso di disoccupazione negli Usa si attesta attorno al 5%, una percentuale talmente bassa che rende possibile il ricorso a un sistema di questo tipo, altrimenti impensabile. Inoltre – sottolinea all’ADNKRONOS SALUTE – c’è da precisare, cosa che in molti dimenticano o ignorano, che gli over 65 e quelli al di sotto della soglia della povertà sono coperti da programmi federali (rispettivamente Medicare e Medicaid). Ma soprattutto non si può ignorare che anche nel più piccolo ospedale di periferia la qualità delle cure è altissima, mentre in Italia, ad esempio, assistiamo ad enormi differenze all’interno di una stessa Regione, per non parlare poi dei divari, a dir poco deprimenti, tra Nord e Sud del Paese.

Di fronte a tali differenze possiamo forse parlare di un sistema egualitario e garantista?”. Giordano rincara la dose ricordando “le interminabili liste d’attese che angustiano la sanità italiana”, nonché “l’innegabile binomio pubblico/privato con cui i cittadini sono costretti a fare i conti per ridurre i tempi e ambire a cure migliori”. E ancora: “le numerose strutture fatiscenti che popolano il Paese, e lo squilibrio nei finanziamenti pubblici tra Nord e Sud”. Dunque “ben venga il film di Moore – afferma Giordano – ma non lo si può utilizzare per giustificare il malcostume della sanità italiana o per nascondere le ‘pecche’ dell’assistenza sanitaria del nostro Paese”. “Occorre rimboccarsi le maniche e migliorare – incalza il presidente dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine – anziché cullarsi sugli allori attenendosi al confronto con altri Paesi. Un confronto fondato su percentuali e grandi numeri, ma distante anni luce dalla realtà che si respira in corsia”.

Più cauto Pappagallo, che pur sottolineando come “la qualità media delle cure in America sia senz’altro alta”, riconosce che “quello delle assicurazioni private è un problema con cui il governo statunitense dovrà prima o poi confrontarsi. Credo che a breve, soprattutto in seguito alle elezioni presidenziali, l’assistenza verrà senz’altro ampliata ad un più alto numero di persone, magari rendendo l’assicurazione privata obbligatoria ma a prezzi più accessibili”. Dei circa 50 milioni di cittadini statunitensi che ad oggi ne sono sprovvisti, “una parte consistente è composta da gente che pensa di non averne bisogno ma che, in caso di necessità, si trova costretta a sborsare 30-40 mila dollari per le cure. Ma tra questi ci sono anche persone che non possono permettersela, costretti a destinare quei soldi all’affitto o al mutuo per acquistare casa o far studiare i propri figli.

E’ innegabile, tuttavia – conclude Pappagallo – che negli States gli ospedali funzionano, compresi quelli situati nelle più sperdute periferie”. Giordano rincara la dose ricordando “le interminabili liste d’attese che angustiano la sanità italiana”, nonché “l’innegabile binomio pubblico/privato con cui i cittadini sono costretti a fare i conti per ridurre i tempi e ambire a cure migliori”. E ancora: “le numerose strutture fatiscenti che popolano il Paese, e lo squilibrio nei finanziamenti pubblici tra Nord e Sud”. Dunque “ben venga il film di Moore – afferma Giordano – ma non lo si può utilizzare per giustificare il malcostume della sanità italiana o per nascondere le ‘pecche’ dell’assistenza sanitaria del nostro Paese”. “Occorre rimboccarsi le maniche e migliorare – incalza il presidente dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine – anziché cullarsi sugli allori attenendosi al confronto con altri Paesi. Un confronto fondato su percentuali e grandi numeri, ma distante anni luce dalla realtà che si respira in corsia”.

Più cauto Pappagallo, che pur sottolineando come “la qualità media delle cure in America sia senz’altro alta”, riconosce che “quello delle assicurazioni private è un problema con cui il governo statunitense dovrà prima o poi confrontarsi. Credo che a breve, soprattutto in seguito alle elezioni presidenziali, l’assistenza verrà senz’altro ampliata ad un più alto numero di persone, magari rendendo l’assicurazione privata obbligatoria ma a prezzi più accessibili”. Dei circa 50 milioni di cittadini statunitensi che ad oggi ne sono sprovvisti, “una parte consistente è composta da gente che pensa di non averne bisogno ma che, in caso di necessità, si trova costretta a sborsare 30-40 mila dollari per le cure. Ma tra questi ci sono anche persone che non possono permettersela, costretti a destinare quei soldi all’affitto o al mutuo per acquistare casa o far studiare i propri figli. E’ innegabile, tuttavia – conclude Pappagallo – che negli States gli ospedali funzionano, compresi quelli situati nelle più sperdute periferie”.

Tra i problemi che angustiano la sanità statunitense, vi è senz’altro, secondo Manfredi, quello delle assicurazioni: “i burocrati che vi sono impiegati decidono quali terapie sono coperte dall’assicurazione e quali no. Questo sistema è sicuramente fonte di errori di valutazione e di spese inutili: i burocrati – riconosce il camice bianco ‘emigrato’ negli Usa – sono molto ben pagati”. “Idealmente è il medico curante che, con l’aiuto dei necessari specialisti, dovrebbe decidere tra le varie opzioni, a volte insieme al malato. Spesso – aggiunge Manfredi – questa è la prassi anche negli Usa, nonostante i vari difetti nel sistema. Per quanto riguarda il paragone fatto da Moore con i sistemi sanitari europei, la questione è ancora più complessa. A complicarla la variabilità della qualità dell’assistenza sanitaria nei diversi Paesi, nonché le differenze all’interno di ogni singola nazione: un esempio per tutti è l’Italia dove le differenze sono estreme anche tra i diversi ospedali di una stessa città.

Il paragone fatto da Moore con la sanità cubana è infine più uno stratagemma di spettacolo che altro: nonostante la probabile buona preparazione e l’innegabile volontà dei medici cubani, le carenze del sistema sanitario dell’isola castrista sono troppe perché qualunque persona di buon senso preferisca farsi curare lì che negli Stati Uniti. Per quanto riguarda il confronto con l’Europa – conclude infine Manfredi – è probabilmente più efficiente curarsi negli States che in Europa se si ha qualche soldo da spendere, una buona assicurazione e il buon senso necessario per difendersi dagli ‘interventisti’. Se invece si ha qualche conoscenza per districarsi in un sistema paludoso e molto variabile nonché un po’ di pazienza in più, il sistema europeo è sicuramente meglio”.