Federazione Sindacati Indipendenti

Periodo di prova, illiceità, lavoratore reinserito, sussistenza

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 11 ottobre 2007 – 8 gennaio 2008, n. 138

(Presidente De Luca – Relatore Di Cerbo)

Svolgimento del processo

La Corte d’appello di Brescia, in riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato illegittimo il licenziamento intimato a D. I. ed ha condannato la società Fonpresmetal Gap s.p.a. al risarcimento del danno subito dal lavoratore, quantificato nella retribuzione globale di fatto dalla data del licenziamento alla data di scadenza del termine apposto al contratto di lavoro.

Premetteva in fatto che il lavoratore aveva lavorato alle dipendenze della società sopra indicata dal 18 aprile 1997 al 8 febbraio 2002, quando aveva rassegnato le dimissioni per motivi familiari, e che era stato assunto nuovamente dalla società in data 10 giugno 2002 con patto di prova e con contratto a termine di sei mesi. Il licenziamento impugnato era intervenuto m data 14 giugno 2002 e quindi dopo soli quattro giorni dall’inizio del nuovo rapporto.

A sostegno della decisione considerava illegittimo il patto di prova avendo ritenuto non necessario un ulteriore periodo di prova considerati l’inquadramento contrattuale attribuito (il medesimo nei due rapporti di lavoro), la durata del primo rapporto di lavoro e la brevità dell’intervallo trascorso fra la data di cessazione del primo rapporto e la nuova assunzione. Dalla nullità del patto di prova derivava la nullità del recesso in quanto motivato col mancato superamento del periodo di prova.

Sotto altro profilo osservava che il licenziamento era stato intimato pochissimi giorni dopo l’inizio del nuovo rapporto di lavoro ed era stato motivato in modo affatto generico con riferimento ad un’allegata mancanza di motivazione e scarsa correttezza nei confronti dell’azienda e non già con riferimento ad una incapacità a svolgere le mansioni. Tenuto conto della genericità della motivazione, della coincidenza del licenziamento con la partecipazione del lavoratore a uno sciopero e della limitata durata del periodo di prova (due giorni e mezzo di lavoro), doveva ritenersi dimostrata la natura ritorsiva e discriminatoria del recesso.

Quanto alle conseguenze risarcitorie osservava che, non avendo l’appellante riproposto la domanda di nullità del contratto di lavoro a termine, poteva essere accolta soltanto la domanda del lavoratore diretta ottenere il risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni maturate dalla data del recesso alla scadenza del termine apposto al contratto.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la società affidato ad otto motivi. Il lavoratore resiste con controricorso e propone ricorso incidentale affidato ad un unico motivo. La società ha proposto controricorso avverso il ricorso incidentale ed ha depositato memoria illustrativa.

Motivi della decisione

Preliminarmente deve disporsi la riunione di tutti i ricorsi in quanto proposti avverso la stessa sentenza (art. 335 cod. proc. civ.).

Col primo motivo del ricorso principale la società Fonpresmetal Gap s.p.a. denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2096, 1343, 1418 e 2697 cod. civ. con riferimento alla statuizione concernente la ritenuta illegittimità, nel caso in esame, del patto di prova. Deduce che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, il patto di prova è sempre apponibile al contratto di lavoro salvo l’accertamento dell’uso illecito di esso.

Col secondo motivo la società denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2096, 1343, 1418 e 2697 cod. civ., nella parte in cui la sentenza impugnata ha imposto al datore di lavoro l’onere di provare la liceità del patto di prova. Incombeva invece sul lavoratore l’onere di dimostrare l’uso illecito del patto di prova che di per sé è lecito.

Col terzo motivo la società denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2727 e 2729 cod. civ., degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. nonché vizio di motivazione! Deduce l’erroneità della sentenza impugnata nella parte in cui ha attribuito rilievo alla mancata allegazione, da parte della società, di circostanze – intervenute nei tre mesi di intervallo fra la fine del primo rapporto e l’inizio del secondo – che avrebbero reso il lavoratore inidoneo all’inserimento nella vita e nell’organizzazione aziendale. Contesta altresì l’affermazione secondo cui il lavoratore nel precedente rapporto di lavoro avrebbe dimostrato capacità, diligenza e buon carattere ed avrebbe acquisito una buona integrazione, quanto meno dal punto di vista lavorativo.

Col quarto motivo la società denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2096 1343, 1418, 2727, 2729 e 2697 cod. civ. e degli artt. 115, 116 e 416 cod. proc. civ nonché vizio di motivazione. Ribadisce che incombe sul lavoratore che deduce l’uso illecito di un patto di prova l’onere di allegare e provare il positivo superamento dell’esperimento e quindi l’imputabilità del recesso ad un motivo diverso. Osserva che il lavoratore non aveva nemmeno indicato le mansioni svolte durante il precedente rapporto di lavoro con la società Deduce in sostanza che la sentenza avrebbe operato una illegittima confusione fra identità di qualifica e identità di mansioni e avrebbe altresì illegittimamente posto a carico della società l’onere di dedurre la diversità e comunque la non equiparabilità fra le mansioni svolte in precedenza e quelle attribuite col nuovo contratto. Sotto altro profilo osserva che la sentenza non aveva nemmeno presa in considerazione le declaratorie del c.c.n.l.

Col quinto motivo la società ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2096 cod. civ. e degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. nonché vizio di motivazione. Contesta le conclusioni della sentenza impugnata circa l’illegittimità del licenziamento in quanto avente carattere ritorsivo. Deduce di aver sempre contestato le circostanze che la Corte di merito ha posto alla base della suddetta conclusione. Osserva sotto altro profilo che il recesso in costanza di periodo di prova non deve essere motivato e che la valutazione della capacità e del comportamento professionale del lavoratore sono rimessi alla discrezione del datore di lavoro e non è sindacabile dal giudice. Sottolinea infine che il licenziamento può anche essere intimato nel corso del periodo di prova non essendo necessario che il periodo di prova sia giunto a termine.

Con sesto motivo la società ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2096, 1418 e 1421 cod. civ. e degli artt. 99 e 112 cod. proc. civ., nonché la nullità della sentenza e del procedimento. Deduce che il lavoratore non aveva formulato una domanda di nullità collegata al carattere ritorsivo del recesso e che pertanto, in assenza di tale domanda, il giudice non poteva decidere su tale profilo.

Con settimo motivo la società ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1123, 1227 e 2697 cod. civ. e degli artt. 99, 112 e 115 cod. proc. civ. nonché nullità della sentenza e del procedimento con riferimento alla statuizione relativa all’aliunde perceptum. Deduce che erroneamente la sentenza impugnata aveva omesso di ordinare al lavoratore la produzione del libretto di lavoro; sotto altro profilo osserva che sussiste comunque un obbligo del lavoratore di attivarsi per rendere meno grave il danno derivante dalla mancanza di lavoro

Con l’ottavo motivo viene denunciata violazione e falsa applicazione dell’art. 91 cod. proc. civ. osservandosi che la cassazione della sentenza comporta la condanna del lavoratore alla rifusione delle spese legali concernenti tutti i gradi del giudizio.

Con l’unico motivo del ricorso incidentale il lavoratore denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 18 della legge n 300 del 1970 in relazione all’art. 346 cod. proc. civ., all’art. 1418 cod. civ. e all’art. 1 del d. lgs. n. 368 del 2001. Deduce l’erroneità della sentenza impugnata che la parte in cui ha statuito che l’ammontare del risarcimento del danno doveva essere rapportato alla scadenza del contratto a tempo determinato rigettando così la domanda di applicazione della tutela reale proposta in via principale Allega che anche in grado di appello era stata proposta la domanda di reintegrazione e di risarcimento ai sensi dell’art. 18 sopra citato e che quindi la domanda fondata sulla nullità dell’apposizione del termine doveva ritenersi riproposta.

I primi quattro motivi del ricorso principale, che devono essere esaminati congiuntamente in quanto logicamente connessi, sono del tutto infondati.

Secondo il costante insegnamento di questa Corte Suprema (cfr., in particolare Cass 29 luglio 2005 n. 15960; Cass. 11 marzo 2004 n. 5016), il patto di prova apposto al contratto di lavoro mira a tutelare l’interesse di entrambe le parti contrattuali a sperimentare la reciproca convenienza al contratto, sicché deve ritenersi illegittimamente apposto un patto in tal senso che non sia funzionale alla suddetta sperimentazione per essere questa già avvenuta con esito positivo nelle specifiche mansioni e per avere in precedenza il lavoratore prestato per un congruo tempo la propria opera per il datore di lavoro. In particolare, in applicazione del suddetto principio, la decisione da ultimo citata ha cassato la sentenza di merito che, con riferimento a due successivi contratti a termine aveva ritenuto legittimo il recesso del datore di lavoro dal secondo rapporto per mancato superamento della prova, senza tuttavia verificare se, alla data della stipulazione di tale contratto, vi fosse effettiva necessità per il datore di lavoro di verificare le qualità professionali, il comportamento e la personalità complessiva del lavoratore in relazione all’adempimento della prestazione.

In sostanza, secondo la citata giurisprudenza, che in questa sede deve essere pienamente confermata, il giudice del merito deve verificare se, alla data di stipulazione del secondo contratto di lavoro, sussista una necessità effettiva per la datrice di lavoro di verificare le qualità professionali, il comportamento e la personalità complessiva del lavoratore in relazione all’adempimento della prestazione.

La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione dei suddetti principi. La Corte di merito ha, infatti, proceduto alla suddetta verifica utilizzando correttamente, alla luce di quanto stabilito dalla Suprema Corte, il criterio dell’onere di allegazione, ed è pervenuta sulla base di una motivazione congrua e priva di vizi logici., alla conclusione dell’illegittimità del patto di prova apposto al secondo contratto di lavoro in quanto, in buona sostanza, tale patto non poteva considerarsi funzionale alla suddetta sperimentazione. Ha, infatti, da un lato evidenziato la durata (cinque anni) del primo rapporto di lavoro, conclusosi per dimissioni del lavoratore motivate con ragioni di famiglia, e la brevità dell’intervello intercorso fra la conclusione del primo rapporto e la stipula del nuovo contratto di lavoro (circa quattro mesi); dall’altro ha osservato che i due contratti avevano previsto l’inquadramento del lavoratore nello stesso livello contrattuale. Con riferimento a quest’ultimo profilo non giova alla società ricorrente sostenere che il lavoratore non aveva nemmeno indicato le mansioni svolte nel corso del suo primo rapporto di lavoro con la società. Basterà osservare in proposito che la Corte territoriale ha motivato osservando che era mancata ogni allegazione, da parte della società, di una diversità o non equivalenza delle mansioni attribuite col nuovo contratto rispetto a quelle in precedenza svolte; ha rilevato inoltre che le mansioni proprie del livello contrattuale attribuito non implicavano una particolare specializzazione e pertanto comunque non potevano giustificare la previsione di un periodo di prova per il secondo contratto.

Una volta ritenuta l’illegittimità del patto di prova del tutto correttamente la Corte di merito ha concluso per l’illegittimità del licenziamento in quanto motivato con il mancato superamento della prova. Devono pertanto considerarsi assorbiti e in ogni caso inconferenti il quinto ed il sesto motivo di ricorso. In particolare il quinto motivo è assorbito nella parte in cui presuppone la legittimità del patto di prova; inoltre con riferimento alla parte in cui il motivo critica le conclusioni della Corte di merito circa il carattere ritorsivo del licenziamento, deve osservarsi che, come si evince chiaramente dalla motivazione della sentenza impugnata, la Corte territoriale ha fondato la conclusione concernente l’illegittimità del licenziamento su due distinte ed autonome rationes decidendi ognuna delle quali è sufficiente, da sola, a sorreggerla. Ed infatti, da un lato, ha evidenziato che la suddetta illegittimità deriva dalla nullità del patto di prova; dall’altro ha ritenuto il carattere ritorsivo del licenziamento. Orbene, poiché la prima delle suddette motivazioni resiste – per le ragioni suddette – alle censure svolte nei suoi confronti il motivo di ricorso deve essere rigettato. Deve ritenersi infatti superfluo l’esame dell’ulteriore censura, non potendo la sua eventuale fondatezza portare alla cassazione della sentenza, che rimarrebbe ferma sulla base dell’argomento riconosciuto esatto (Cass. 10 gennaio 1995 n. 237). Anche il sesto motivo deve ritenersi assorbito in quanto riferito alle conclusioni circa il carattere ritorsivo del recesso.

Il settimo motivo di ricorso è inammissibile sia perché generico con riferimento all’aliunde perceptum e all’aliunde percipiendum sia per violazione del criterio di autosufficienza Poiché nella sentenza impugnata non vi è alcun cenno circa la richiesta di esibizione dell’originale del libretto di lavoro, parte ricorrente aveva l’onere non solo di allegare l’avvenuta richiesta al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo aveva fatto, onde dar modo alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa.

L’ottavo motivo di ricorso è pure inammissibile in quanto non si riferisce ad una statuizione della sentenza impugnata.

Anche il ricorso incidentale deve essere rigettato. La Corte di merito ha limitato la domanda di risarcimento del danno alle retribuzioni maturate fino alla scadenza del termine apposto al contratto di lavoro avendo osservato che non poteva applicarsi alla fattispecie la tutela di cui all’art. 18 della legge n. 300 del 1970 in quanto in grado di appello non era stata riproposta la questione della nullità del termine apposto al contratto di lavoro. Tale conclusione resiste agevolmente alla censura mossa dal ricorrente incidentale secondo cui il fatto di aver riproposto in appello la domanda di tutela reale implicava la riproposizione della domanda di nullità del termine apposto al contratto. Basterà osservare in proposito che, secondo l’insegnamento di questa Corte (cfr. Cass. 20 gennaio 2006 n. 1108), anche nel rito del lavoro l’appello non ha effetto pienamente devolutivo, e, pertanto, ai sensi degli artt. 434, 342 e 346 cod. proc. civ., il giudice del gravame può conoscere della controversia dibattuta in primo grado solo attraverso l’esame delle specifiche censure mosse dall’appellante, attraverso la cui formulazione si consuma il diritto di impugnazione, e non può estendere l’indagine su punti della sentenza di primo grado che non siano stati investiti da alcuna doglianza.

In definitiva entrambi i ricorsi devono essere rigettati.

Considerata la reciproca soccombenza si ritiene conforme a giustizia compensare tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta; compensa le spese del giudizio di cassazione.