Federazione Sindacati Indipendenti

Controversia di lavoro, interpretazione del contratto collettivo, deposito, necessità

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 26 febbraio 2008, n. 5050

Svolgimento del processo

Il giudice del lavoro di Palermo ha emesso, nella causa fra I.G. e la Fondazione Teatro Massimo avente ad oggetto la riliquidazione dell’indennità di anzianità e del trattamento di fine rapporto mediante il computo, nella relativa base di calcolo, dei compensi percepiti per le attività promozionali, una sentenza ai sensi dell’art. 420 bis c.p.c., con la quale ha statuito che: l’art. 43, comma 4, del c.c.n.l. 17 gennaio 1989 per i dipendenti degli enti lirici, applicabile al rapporto dedotto in giudizio, va interpretato nel senso che devono essere ricompresi tra le voci retributive, computabili ai fini del calcolo dell’indennità di anzianità e del trattamento di fine rapporto, tutti gli elementi retributivi continuativi e determinati nei loro ammontare o determinabili ex ante e quindi anche compensi non espressamente previsti dall’art. 8 dello stesso contratto collettivo, purchè abbiano origine in disposizioni della contrattazione collettiva nazionale e/o aziendale, siano di ammontare determinato e siano corrisposti al lavoratore in forma continuativa e con carattere di corrispettività rispetto alla normale prestazione lavorativa; con la stessa sentenza è stato altresì stabilito che l’art. 26 dello stesso contratto collettivo, in relazione alla previsione di un compenso di carattere forfetario per le attività promozionali, va interpretato nel senso di indicare semplicemente che il compenso viene determinato senza specifico riferimento alla durata della prestazione lavorativa resa durante le attività cosiddette promozionali, ma esclusivamente in ragione di un tanto per ogni partecipazione al concerto; la norma suddetta non significa invece che il compenso sia anche onnicomprensivo, che cioè remuneri totalmente la prestazione evitando gli effetti sugli istituti retributivi indiretti.

Per la cassazione della suddetta sentenza, depositata in data 26 febbraio 2007, ed emessa dal giudice dopo aver acquisito informazioni dalle parti sindacali sull’interpretazione delle norme predette, ha proposto ricorso per cassazione la Fondazione Teatro Massimo di Palermo affidato ad un unico motivo. Il lavoratore ha resistito con controricorso.

Le parti hanno depositato memoria.

Motivi della decisione

Con un unico motivo parte ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 8, 26 e 43 del c.c.n.l. per il personale dei dipendenti degli enti autonomi lirici del 17 gennaio 1989 nonchè violazione degli artt. 1362 e 1363 c.c..

Premessa una censura concernente il comportamento del giudice che si sarebbe limitato ad acquisire il parere delle organizzazioni dei prestatori di lavoro senza consultare quelle dei datori di lavoro, deduce in primo luogo l’erroneità della interpretazione accolta osservando che l’art. 8, comma 1, della norma collettiva, nel prevedere unicamente i compensi con valore di corrispettivo rispetto alla normale prestazione lavorativa, esclude dalla nozione di retribuzione le somme che il datore di lavoro versa non già a titolo di corrispettivo dell’obbligazione lavorativa dedotta in contratto ma per titoli diversi. Sottolinea in proposito che l’attività promozionale di cui all’art. 26 c.c.n.l. si svolge previa intesa con gli interessati e al di fuori del normale orario di lavoro. Inoltre il termine “forfetario” non sarebbe stato correttamente interpretato dal tribunale in quanto lo stesso manifesterebbe la volontà delle parti, proprio in considerazione delle caratteristiche dell’attività in questione, di considerare quanto corrisposto al lavoratore ininfluente ai fini del calcolo degli istituti di retribuzione differita.

Sotto altro profilo deduce che il riferimento contenuto nella norma al requisito della continuità della prestazione e alla determinatezza dell’ammontare del compenso dimostrerebbe la volontà delle parti di escludere gli importi non predeterminati nel loro ammontare ma soltanto determinabili.

Ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., parte ricorrente ha formulato il seguente quesito di diritto: dica la Corte se gli artt. 8, 26 e 43 del c.c.n.l. – omissis – vanno interpretati – anche in applicazione degli artt. 1362 e 1363 c.c., – nel senso di escludere il compenso per l’attività promozionale di cui all’art. 26, lett. B), del citato contratto dalla retribuzione parametro per il calcolo del trattamento di fine rapporto individuata dal combinato disposto degli artt. 8 e 43 del citato contratto.

Preliminarmente ed ex officio la Corte rileva che, come risulta dalla lettura del ricorso e dall’esame della documentazione ad esso allegata, parte ricorrente ha omesso di depositare il contratto collettivo sul quale il ricorso stesso si fonda, essendosi limitata a depositare un “estratto” dello stesso contenente alcuni articoli (ed in particolare gli artt. 8, 26 e 43).

Ciò in violazione della disposizione di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, (come modificato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 7) il quale prevede che gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda devono essere depositati insieme col ricorso a pena di improcedibilità.

Ad avviso di questa Corte la norma in esame impone a carico del ricorrente un onere di produzione che ha per oggetto il contratto nel suo testo integrale e non già nella sola parte su cui si è svolto il contraddittorio o che viene invocata nel ricorso per cassazione.

La chiarezza della disposizione sopra citata, nella parte in cui si riferisce ai contratti o accordi collettivi, non lascia spazio, in applicazione dei criteri ermeneutici fissati dall’art. 12 disp. gen., comma 1, ad una interpretazione diversa, che consideri cioè sufficiente una produzione limitata ad un “estratto” del contratto collettivo ancorchè contenente tutte le norme della cui interpretazione si controverte.

L’interpretazione accolta appare, del resto, la più coerente con le finalità che la riforma introdotta col D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, ha inteso perseguire con l’introduzione del meccanismo di accertamento pregiudiziale dell’efficacia, validità ed interpretazione dei contratti ed accordi collettivi disciplinato dall’art. 420 bis c.p.c., tenuto conto del fatto che l’adempimento previsto dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, ha carattere strumentale rispetto al giudizio di cassazione previsto dal citato art. 420 bis.

Questa Corte Suprema (cfr., in particolare, Cass. 7 febbraio 2007 n. 5230) ha già evidenziato la stretta relazione esistente fra la norma da ultimo citata e la nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, (pure introdotta col citato D.Lgs. n. 40 del 2006) che consente il ricorso per cassazione non più solo per violazione o falsa applicazione di norme di diritto, ma anche per violazione o falsa applicazione delle norme contenute nei contratti e accordi collettivi; la sentenza da ultimo citata, ha sottolineato altresì – partendo da una analisi che tiene conto dei parametri fissati dalla legge delega (L. 14 maggio 2005, n. 80, di conversione in legge, con modificazioni, del D.L. 14 marzo 2005, n. 35) – che il nuovo motivo di ricorso deve essere inquadrato nel contesto, fissato dalla legge delega, della valorizzazione della funzione nomofilattica della Corte di Cassazione.

E’ del tutto evidente che l’imposizione dell’onere di produzione del testo integrale (e non già di un estratto) del contratto collettivo contenente le norme della cui interpretazione si controverte appare pienamente coerente con l’esercizio della suddetta funzione nomofilattica. Solo così, infatti, è consentita alla Corte un’interpretazione almeno tendenzialmente “oggettiva” della norma contrattuale che tenga cioè conto, ove ritenuto necessario, dell’intero contesto normativo nel quale tale norma si colloca e non sia condizionata alla scelta della normativa contrattuale ritenuta rilevante dalle parti ovvero dal giudice a quo.

Il ricorso deve essere in definitiva dichiarato improcedibile ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4.

La particolarità della controversia e la natura delle questioni trattate giustificano la compensazione delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte dichiara improcedibile il ricorso; compensa le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 12 dicembre 2007.

Depositato in Cancelleria il 26 febbraio 2008.