Federazione Sindacati Indipendenti

Cessione del quinto e previdenza complementare

Adesione alla previdenza complementare

Uno dei profili più delicati dell’adesione alla previdenza complementare è rappresentato dalla sua compatibilità e coesistenza con l’eventuale accensione di posizioni debitorie che si configurino come cessione del quinto dello stipendio.

La cessione del quinto dello stipendio per i dipendenti privati, rientrante nel gergo bancario nel novero dei crediti autoliquidanti, trova infatti presidio di garanzia sia nelle coperture assicurative obbligatorie (vita, perdita del posto di lavoro) che nello stesso trattamento di fine rapporto. Ulteriore elemento di riflessione, alla luce della recente estensione della fattibilità dell’operazione anche ai pensionati, è costituito poi dalla cedibilità delle prestazioni pensionistiche complementari come oggetto del finanziamento.

Giova in primo luogo riproporre l’art. 11, comma 10 del D.Lgs n. 252/2005 che dispone: «Ferma restando l’intangibilità delle posizioni individuali costituite presso le forme pensionistiche complementari nella fase di accumulo, le prestazioni pensionistiche in capitale e in rendita e le anticipazioni di cui al comma 7, lett. a) sono sottoposte agli stessi limiti di cedibilità, sequestrabilità e pignorabilità in vigore per le pensioni a carico degli istituti di previdenza obbligatoria (…). I crediti relativi a somme oggetto di riscatto parziale o totale e le somme oggetto di anticipazione di cui al comma 7, lett. b) e c) non sono assoggettate ad alcun vincolo di cedibilità, sequestrabilità e pignorabilità».

Cedibilità, pignorabilità e sequestrabilità nei fondi pensione

Prestazione pensionistica      Nei limiti di 1/5
 
Riscatto totale                Senza limitazioni
 
Riscatto parziale              Senza limitazioni
 
Anticipazione per spese mediche    Nei limiti di 1/5
 
Anticipazioni per acquisto prima
casa e ristrutturazioni edilizie  Senza limitazioni
 
Anticipazioni per altre esigenze Senza limitazioni

 

Cessione del quinto e previdenza complementare
Dati di mercato

Appare opportuno delineare un quadro di riferimento per meglio comprendere la portata diffusiva dell’operazione creditizia “cessione del quinto”.

Interessante una recente anticipazione fornita da Il Sole 24 ore su una ricerca condotta dalla società di consulenza Roland Berger; nel 2006 sono stati erogati in Italia 85,2 miliardi di euro di finanziamenti per il credito al consumo (erano 72,3 l’anno prima), pari al 5,8% del Pil. Il dato nuovo della ricerca è il passaggio dai tradizionali prestiti per l’acquisto della macchina o di elettrodomestici (“finalizzati”) ancora importanti come pure i mutui per la casa a prodotti “last hope”, da “ultima spiaggia” come si definiscono in gergo comune: proprio la cessione del quinto, che dal 2004 cresce a ritmi vertiginosi pari al 39% l’anno, i prestiti personali (+25%) e l’utilizzo delle carte di credito (+18%).

Andando ad altre stime di mercato “ufficiali” va riportato l’Osservatorio Assofin con specifico riferimento al credito al consumo nei primi 3 mesi del 2007.

Il valore delle operazioni finanziate è stato pari ad un controvalore di 1.124.329.000 di euro, pari al 7,3% del totale dei finanziamenti complessivi con un incremento del 18,4% rispetto ai primi 3 mesi del 2006. Il totale delle operazioni finanziate è stato 65.295 con un incremento del 9,5% rispetto ai primi 3 mesi del 2006.

Andando più nello specifico dei dipendenti privati il valore delle operazioni finanziate è di 298.743.000 euro, pari all’1,9% delle erogazioni complessive, con un decremento del 2,6% rispetto al 2006. Il numero delle operazioni finanziate è stato 14.740 con un decremento dell’11,3%. Le operazioni nei confronti dei pensionati hanno avuto un valore di 195.555.000 euro pari all’1,3% del totale con una variazione diminutiva del 35,1% rispetto all’analogo periodo del 2006.

Il numero delle operazioni finanziate è stato pari a 14.740 con un decremento rispetto all’anno precedente del 34,9. Secondo gli operatori, dopo un periodo per dir così di stasi, la cessione del quinto ai pensionati sta per riprendere nuova vigoria; le convenzioni dell’Inps e dell’Inpdap con gli istituti finanziatori sono state infatti recentemente stipulate in applicazione dell’art. 8 del decreto del Ministero dell’economia n. 313/2006 e finalizzati ad assicurare ai pensionati «condizioni contrattuali più favorevoli rispetto a quelle di mercato». Vengono fissati tetti per i tassi di interesse ponendo al contempo una limitazione all’onerosità dei premi assicurativi.

Caratteristiche dell’operazione

La cessione del quinto è una forma di prestito garantito a tasso fisso, svincolato da particolari finalità, nel quale i pagamenti delle rate avvengono tramite trattenuta di una parte (non eccedente un quinto) dello stipendio o della pensione da parte del datore di lavoro.

Il contratto di prestito stipulato, secondo lo schema generale della cessione dei crediti, tra lavoratore-cedente ed ente erogatore-cessionario, prevede il versamento al primo di un importo pari alla somma del quinto dello stipendio mensile, moltiplicato per il numero di mesi e di anni di durata del contratto, dedotti l’interesse computato anticipatamente, un insieme di commissioni e provvigioni e il valore del premio per l’assicurazione obbligatoria contro il rischio morte e perdita d’impiego.

Se infatti è vero che l’unica garanzia richiesta per la cessione del quinto è la stabilità del posto di lavoro, senza pregiudizievoli che comportino una riduzione o una sospensione dello stipendio (per esempio aspettativa o procedure di cassa integrazione) la normativa prevede in ogni modo l’obbligatorietà dell’adesione ad un’assicurazione sulla vita e sulla perdita dell’impiego. In caso di insolvenza ed incapienza della copertura assicurativa l’ente finanziatore ha il diritto di trattenere in tutto o in parte il Tfr cumulato. Il terzo – datore di lavoro, cui il contratto viene notificato, provvede al versamento delle rate di rimborso direttamente all’ente erogatore.

L’ammontare massimo del prestito dipende dalla situazione del richiedente, dall’importo della retribuzione mensile, dai suoi anni di anzianità lavorativa, dal Tfr maturato. Va sottolineato come l’assenso alla trattenuta in busta paga non sia revocabile mentre la legge prevede che il prestito sia estinguibile in anticipo sulla scadenza concordata corrispondendo il debito residuo e le relative spese.

Evoluzione normativa e destinatari

L’operazione creditizia cessione del quinto ha origini storiche radicate e profonde. La prima regolamentazione ha avuto luogo nei primi anni del 1900, ma la prima sistemazione normativa organica trova luogo nel R.D. n. 335/1908. Nel 1950, dopo copiosa produzione normativa, si decise di riunire le diverse disposizioni in uno specifico Testo unico, il D.P.R. n. 180/1950, tutt’ora in vigore. seppur modificato nel suo impianto originario.

L’obiettivo era quello di consentire ai dipendenti pubblici di potere fronteggiare esigenze immediate e impreviste senza dover ricorrere al credito bancario.

I destinatari dell’operazione erano infatti i soli dipendenti pubblici, distinti in «dipendenti delle amministrazioni dello Stato e dipendenti delle province, comuni, istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza e di qualsiasi altro ente o istituto pubblico sottoposto a tutela, o anche a sola vigilanza dell’amministrazione pubblica, comprese le aziende autonome per i servizi pubblici municipalizzati nonché delle imprese concessionarie di un servizio pubblico di comunicazioni o di trasporto in possesso dei requisiti indicati dalla normativa e relativi ad anzianità di servizio, stabilità del rapporto di impiego, indennità di quiescenza».

La normativa è stata poi convenzionalmente estesa anche ai dipendenti delle aziende private con la subordinazione alla conferma del datore di lavoro dell’impegno ad effettuare le trattenute e i versamenti con la prestazione di garanzie caso morte e perdita d’impiego da compagnie di assicurazione private. Il Testo unico ha riservato l’esercizio del credito al consumo alle banche e agli intermediari finanziari; con il riordino degli enti pubblici di assistenza e previdenza attuato nel 1994 l’Inpdap è diventato l’esclusivo garante delle operazioni di cessioni di quote dello stipendio o salario effettuate da parte dei dipendenti statali.

La Legge finanziaria 2005 ha poi ampliato la platea dei soggetti aventi diritto alla cessione del quinto dello stipendio ponendo fine alla precedente discriminazione tra dipendenti pubblici e privati, contemporaneamente superando il monopolio Inpdap sulle garanzie.

Si è infatti estesa la disciplina dei dipendenti delle amministrazioni diverse da quelle statali ai dipendenti delle imprese private. Si è poi stabilito che l’Inpdap, quale ente gestore del Fondo per il credito ai dipendenti dello Stato, non abbia più l’esclusiva competenza per la copertura assicurativa obbligatoria sulla vita e i rischi impiego delle cessioni effettuate da parte dei dipendenti statali. È possibile cioè anche l’efficacia delle polizze assicurative private. Si è inoltre introdotta maggiore flessibilità riguardo alla durata dei prestiti attraverso l’abolizione dell’obbligo di stipulare contratti quinquennali o decennali con l’introduzione di un unico limite massimo di dieci anni.

È stata infine estesa la platea dei potenziali destinatari anche ai pensionati pubblici e privati. Con la Legge finanziaria 2006 si è poi previsto, anche alla luce di quanto stabilito dalla Corte costituzionale, che i pensionati possano cedere un quinto della loro pensione purché la parte residua sia superiore al c.d. “trattamento minimo”. 

Limiti alla cedibilità

Destinazione del Tfr

Gli Orientamenti Covip del 30 maggio 2007 ripercorrono in primo luogo i limiti normativi alla cedibilità della pensione di base disciplinati nell’art. 1 del D.P.R. n. 180/1950, come modificato dall’art. 13 bis del D.L. n. 35/2005. In base a tali disposizioni i pensionati pubblici e privati possono contrarre con banche e intermediari finanziari prestiti da estinguersi con cessione di quote della pensione fino al quinto della stessa, valutato al netto delle ritenute fiscali e per periodi non superiori a dieci anni, facendo salvo l’importo corrispondente al trattamento minimo.

I prestiti devono avere la garanzia dell’assicurazione sulla vita che ne assicuri il recupero del residuo credito in caso di decesso del mutuatario. Sulla base di tale assunto normativo si ritiene che le prestazioni in rendita e in capitale di un fondo pensione o Pip risultano cedibili nella misura di un quinto al netto delle ritenute fiscali e del trattamento minimo Inps. Stesso discorso vale per le anticipazioni per spese sanitarie. Secondo l’art. 11, comma 10, le somme a titolo di anticipazione non sono infatti assoggettate ad alcun vincolo di cedibilità, tranne quelle relative alle spese sanitarie, cedibili solo nella misura del quinto (al pari delle prestazioni).

La Covip ammette dunque la facoltà dell’iscritto di impegnarsi contrattualmente verso l’istituto mutuante a non richiedere anticipazioni alla forma di previdenza complementare, con l’eccezione delle anticipazioni per spese sanitarie, in relazione alle quali l’impegno potrà riguardare unicamente la quota disponibile dall’iscritto, vale a dire il quinto dell’ammontare dovuto dal fondo. Per evitare però che un simile impegno possa risultare eccessivamente oneroso, prosegue la Covip, si ritiene che l’impegno a non chiedere anticipazioni non possa valere in termini assoluti ma solo con riferimento all’ammontare del prestito contratto e, progressivamente, man mano che viene rimborsato ratealmente, riferirsi al solo debito residuo.

Destinazione del Tfr
Nei medesimi Orientamenti la Covip non ritiene che la cessione in garanzia del Tfr possa considerarsi pregiudizievole al diritto del lavoratore di aderire a previdenza complementare e di conferirvi il Tfr sia in forma esplicita che tacita. Vanno però valutate da parte del potenziale aderente le possibili implicazioni derivanti dall’applicazione delle specifiche clausole del contratto di finanziamento.

I profili da considerare sono in particolare costituiti dalle fattispecie di inadempimento contrattuale e dagli effetti legati al rapporto contrattuale con la società finanziaria in relazione alla riduzione della garanzia prestata. Sempre secondo l’autorevole parere della Covip è poi opportuno che i datori di lavoro, ai quali fossero stati notificati atti di cessione in garanzia del Tfr, diano informativa all’istituto mutuante della scelta del lavoratore di destinare il Tfr maturando alla previdenza complementare, che determina il venir meno dell’accantonamento presso il datore di lavoro medesimo dei flussi futuri di Tfr.

Cessazione del rapporto di lavoro

L’Autorità di Vigilanza esamina ancora le conseguenze della cessazione del rapporto di lavoro. In particolare vengono elaborate due distinte ipotesi, la prima relativa al caso in cui l’iscritto cessi il rapporto di lavoro senza avere maturato il diritto a pensione e la seconda relativa invece alla fattispecie in cui si sia invece maturato tale diritto.

Nel documento vengono schematizzati i due casi elaborati.

Partendo dalla disamina della cessazione del rapporto di lavoro senza avere maturato i requisiti per la prestazione di previdenza complementare, si ripercorre la dinamica del finanziamento con la cessione da parte del lavoratore al mutuante dei diritti patrimoniali verso le forme di previdenza complementare cui ci sia iscritto e la notifica da parte del mutuante stesso della cessione al fondo pensione.

In caso di riscatto da parte del lavoratore al ricorrere dei requisiti previsti dalla normativa previdenziale, il fondo pensione dovrà chiedere all’istituto mutuante il benestare alla liquidazione (per verificare che il debito non sia stato estinto) o, in alternativa, l’iscritto stesso, in sede di presentazione della richiesta di riscatto, potrà presentare il benestare della società alla liquidazione. Laddove il credito non sia stato estinto, essendo le somme dovute per riscatto cedibili senza vincoli, il fondo pensione può, nel caso in cui fossero state concordate modalità diverse di pagamento del debito residuo, liquidare all’Istituto mutante anche l’intero importo dovuto all’aderente fino all’ammontare del credito residuo.

In caso invece di cessazione del rapporto di lavoro avendo maturato il diritto alla prestazione di previdenza complementare, ugualmente il fondo pensione chiede all’istituto mutuante il benestare alla liquidazione (nel frattempo infatti il credito potrebbe essere estinto) o, in alternativa, l’iscritto stesso in sede di presentazione della richiesta della prestazione presenta il benestare della società alla liquidazione.

Nel caso in cui il credito non sia stato estinto, essendo le prestazioni pensionistiche sottoposte agli stessi limiti di cedibilità delle pensioni di base, la forma pensionistica complementare, in caso non fossero concordate modalità diverse di pagamento del debito residuo, può liquidare all’Istituto mutuante il quinto della prestazione in capitale, in rendita o di entrambe le formule, fino alla soddisfazione del credito residuo.

Autore: Carlo Giuro – Pubblicista economico specializzato nella previdenza integrativa
Fonte: Diritto & Pratica del Lavoro – Ipsoa Editore, n. 39, Ottobre 2007