Federazione Sindacati Indipendenti

Trasferimento del dipendente e demansionamento del lavoratore

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 12 dicembre 2007 – 19 febbraio 2008, n. 4060

(Presidente Mattone – Relatore Nobile)

Svolgimento del processo

Conricorso del 11/6/2004 G. A. impugnava la sentenza del Tribunale di Comon. 128 del 2004 che aveva respinto la domanda proposta nei confrontidella Imat Felco s.p.a. di declaratoria di illegittimità dellicenziamento intimato in data 19/9/2003 e di condanna al pagamentodella somma di Euro 19.500,00, a titolo di indennità sostitutiva dellareintegrazione ex art. 18 l. 300/70.

In particolare il Tribunaleaveva ritenuto che il licenziamento fosse fondato su giustificatomotivo soggettivo e che il rifiuto del ricorrente di trasferirsi daCantù a Como, motivato dal lavoratore con il fatto che l’eserciziodelle nuove mansioni avrebbe costituito un demansionamento, costituivauna grave inadempienza, poiché, da un lato, di demansionamento sipoteva parlare solo in caso di esercizio delle mansioni, dall’altro ilricorrente aveva reagito al trasferimento con l’autotutela, strumentonon consentito dalla legge, anche a fronte della rassicurazione deldatore di lavoro circa l’equivalenza delle mansioni (equivalenza, inogni caso, ritenuta dal Tribunale).

Con l’appello, in specie, l’A. lamentava:

che il demansionamento si era di per sé consumato nel momento in cui il lavoratore aveva assunto una qualifica inferiore;

cheandavano fatti salvi i principi di cui alla contrattazione collettiva eche lo stesso datore di lavoro aveva sempre inquadrato i commessi al IVe V livello e che lo stesso responsabile del banco a Como erainquadrato al III livello, mentre la responsabilità di filiale (aCantù) richiedeva maggiori responsabilità e quindi superioreinquadramento;

che il comportamento tenuto da esso appellante configurava pieno esercizio del diritto di eccezione di inadempimento;

che in ogni caso non erano state provate le ragioni tecnico -produttive a fondamento del trasferimento.

Si costituiva la società appellata e resisteva al gravame.

LaCorte d’Appello di Milano, con sentenza depositata il 13/10/2005, inriforma della impugnata sentenza, dichiarava la illegittimità dellicenziamento e condannava la società al pagamento della richiestaindennità sostitutiva della reintegrazione, oltre le spese del doppiogrado.

In sintesi la Corte territoriale, premesso che pervalutare la giustificatezza o meno del comportamento del lavoratoresotto il profilo della attuazione di una eccezione di inadempimento exart. 1460 c.c. occorreva effettuare la comparazione “tra le mansionisvolte nella sede di provenienza e quelle assegnate nella sede didestinazione, indipendentemente…dal concreto svolgimento dellestesse”, esaminate ampiamente le risultanze documentali e testimonialinonché le declaratorie contrattuali, concludeva che, diversamente daquanto ritenuto dal primo giudice, risultava provato in causa che “altrasferimento a Como si accompagnava un palese demansionamento”, percui il rifiuto del lavoratore di svolgere le nuove mansioni costituiva”legittima reazione ex art. 1460 c.c., come eccezione di inadempimento”.

Per la cassazione della detta sentenza ha proposto ricorso la Imat Felco s.p.a. con due motivi.

L’A. ha resistito con controricorso.

La società ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

Conil primo motivo la ricorrente, denunciando violazione degli artt. 2103,2104 e 1460 c.c. e vizi di motivazione, in primo luogo, ribadisce lasussistenza nella fattispecie delle ragioni tecniche, organizzative eproduttive poste a fondamento del trasferimento, come prospettate dallasocietà nelle memorie di costituzione di primo e di secondo grado, elamenta la mancata considerazione delle stesse da parte dei giudici diappello.

La censura è infondata.

Sul punto la Corte diAppello ha espressamente affermato che “non si può discutere, comevorrebbe l’appellante, della sussistenza o no delle ragioni tecniche,organizzative e produttive poste a fondamento del trasferimento,trattandosi di profili di illegittimità non prospettati nel giudizio diprimo grado e oggi quindi preclusi”.

In altre parole lasussistenza delle dette ragioni non era stata posta in discussione,essendo stato dedotto dall’attore soltanto il profilo deldemansionamento, di guisa che la Corte legittimamente si è concentratasu tale profilo e sulla relativa eccezione di inadempimento da partedel lavoratore.

Del resto la rilevanza dell’accertato demansionamento prescinde dalla eventuale sussistenza o meno delle citate ragioni.

Insecondo luogo la società, in sostanza, deduce che “il rifiuto oppostoda G. A., frutto di una comparazione disomogenea, fra un dato di fattoconcreto (attività prestata a Cantù) e una mera supposizione (mansioniinferiori che sarebbero state svolte a Como), è illegittimo,comportando una inammissibile autotutela priva di giustificazioneconcreta” ed essendo, altresì, in contrasto con la buona fede.

Lacensura è sviluppata, poi, con il secondo motivo, con il quale laricorrente, denunciando violazione dell’art. 1460 c.c. e vizio dimotivazione, deduce che “erronea è la comparazione che la Corted’Appello svolge fra un dato concreto e uno meramente ipotetico,essendo viceversa necessaria…la comparazione fra due elementi difatto in concreto verificatisi e che nella fattispecie non è statopossibile verificare”.

Peraltro secondo la ricorrente insostanza l’A. a Cantù “godeva di un inquadramento, sovrabbondante, alII livello” e “la verifica in concreto delle mansioni che il dipendenteavrebbe svolto” (a Como) avrebbe dimostrato “che esse sarebbero stateequivalenti a quelle svolte in precedenza presso il negozio di Cantù”.

Al riguardo la società lamenta una “lettura frettolosa” della “documentazione in atti e delle prove assunte”.

Anchetali censure (contenute nella seconda parte del primo motivo e nelsecondo motivo) non possono essere accolte, risultando in parteinfondate ed in parte inammissibili.

Questa Corte ha più volteaffermato il principio secondo cui “l’illegittimo comportamento deldatore di lavoro consistente nell’assegnazione del dipendente amansioni inferiori a quelle corrispondenti alla sua qualifica puògiustificare il rifiuto della prestazione lavorativa, in forzadell’eccezione di inadempimento di cui all’art. 1460 c.c., purché lareazione risulti proporzionata e conforme a buona fede” (v. fra lealtre Cass. 26/6/1999 n. 6663, Cass. 27/6/1997 n. 5737, Cass. 1240/1996n. 8939).

Al riguardo, nel quadro generale dei contratti conprestazioni corrispettive, è stato altresì affermato che “il giudice,ove venga proposta dalla parte l’eccezione “inadimplenti non estadimplendum”, deve procedere ad una valutazione comparativa degliopposti adempimenti avuto riguardo anche alla loro proporzionalitàrispetto alla funzione economico – sociale del contratto e alla lororispettiva incidenza sull’equilibrio sinallagmatico, sulle posizionidelle parti e sugli interessi delle stesse. Tale valutazione rientranei compiti del giudice di merito ed è incensurabile in sede dilegittimità se assistita da motivazione sufficiente e noncontraddittoria” (v. Cass. 16/5/2006 n. 11430, cfr. anche fra le altreCass. 15/4/2002 n. 5444, Cass. 4/11/2003 n. 16530).

Inparticolare, poi, con riferimento alla mancata ottemperanza da partedel lavoratore al provvedimento di trasferimento, giustificata qualeattuazione di una eccezione di inadempimento, è stato anche precisatoche “non si può ritenere che sussista una presunzione di legittimitàdei provvedimenti aziendali, che imponga l’ottemperanza agli stessifino a un contrario accertamento in giudizio” v. Cass. 8/2/1999 n.1074, Cass. 20/12/2002 n. 18209). A tali principi la Corte di appellosi è pienamente attenuta osservando, preliminarmente che “lacomparazione deve avvenire tra le mansioni svolte nella sede diprovenienza e quelle assegnate nella sede di destinazione,indipendentemente, .. dal concreto svolgimento delle stesse, altrimentinon potrebbe più parlarsi di eccezione di inadempimento”.

Ciòposto la sentenza impugnata, esaminate attentamente le risultanzedocumentali (in specie la corrispondenza intercorsa) e testimonialinonché le declaratorie contrattuali, ha concluso che risultava provatoin causa che “al trasferimento a Como si accompagnava un palesedemansionamento”.

Pertanto, effettuata una accurataricostruzione e comparazione del comportamento complessivo di entrambele parti (valutando anche, in specie, il fatto che la “Imat, senza maimodificare sostanzialmente la propria posizione in ordine alle mansionida assegnare nonostante le precise censure del dipendente, abbia decisodi interrompere il rapporto senza neppure un nuovo formale ordine diprendere servizio a Como”), la Corte d’Appello, con motivazione congruae priva di vizi logici, ha concluso che il rifiuto dell’A. costituiva”legittima reazione ex art. 1460 c.c. come eccezione di inadempimento”.

Taleaccertamento di fatto resiste, quindi, alle censure di partericorrente, con le quali, in sostanza, si sollecita in questa sede uninammissibile riesame del merito (lamentandosi una “lettura frettolosa”di risultanze documentali e testimoniali il cui testo, peraltro,neppure viene riprodotto nel ricorso).

Sul punto va ribadito ilprincipio secondo cui “il controllo di logicità del giudizio di fatto,consentito dall’art. 360 c.p.c., n. 5, non equivale alla revisione delragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto il giudicedel merito ad una determinata soluzione della questione esaminata,posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che ungiudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuovaformulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamentoal giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estraneaall’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la SupremaCorte di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso laautonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa”,(v., fra le altre, da ultimo Cass. 7/6/2005 n. 11789, Cass. 6/3/2006 n.4766). Del resto l’art. 360 c.p.c., n. 5 “non conferisce alla Corte diCassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa,ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico – formale edella correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudicedel merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprioconvincimento, e, all’uopo, valutarne le prove, controllarnel’attendibilità e la concludenza e scegliere, tra le risultanzeprobatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione”(v. Cass. S.U. 11/6/1998 n. 5802), non incontrando, al riguardo, lostesso giudice, “alcun limite che quello di indicare le ragioni delproprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singoloelemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersiimplicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene nonmenzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con ladecisione adottata” (v. fra le altre Cass. 7/8/2003 n. 11933, Cass.20/4/2006 n. 9234).

Il ricorso va pertanto respinto.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

LaCorte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento dellespese liquidate in Euro 17,00 oltre Euro 2.500,00 per onorari oltrespese generali, Iva e Cpa.