Federazione Sindacati Indipendenti

Licenziamento, manomissione di un misuratore aziendale del consumo di energia

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 15 gennaio – 27 marzo 2008, n. 7983

(Presidente Senese – Relatore Celentano)

Svolgimento del processo

Conricorso al Tribunale di Napoli, depositato l’11 maggio 2001, S. C.impugnava il licenziamento intimatogli dall’Enel in data 6 aprile 2001.

Ilricorrente esponeva che il licenziamento era stato intimato per fattiche sarebbero avvenuti nel luglio 1998, appresi dall’Enel nel giugno1999; contestava nel merito l’addebito ed eccepiva il ritardo nellacontestazione.

L’Enel, costituitosi, deduceva che aveva appresodel fatto addebitato al sig. C. a seguito delle dichiarazioni rese daun utente, ma aveva ritenuto necessario denunciare il fattoall’Autorità Giudiziaria, avendo provveduto alla contestazione dopo lacomunicazione della richiesta di rinvio a giudizio del lavoratore,anche perché la documentazione aziendale attestava la presenza dellavoratore in altro luogo nel giorno e nell’ora indicati dall’utente.

Esponevache il fatto contestato – manomissione di un misuratore aziendale delconsumo di energia elettrica – era tale da ledere irreparabilmente ilrapporto di fiducia.

Il Tribunale accoglieva la domanda,annullava il licenziamento e disponeva la reintegrazione nel posto dilavoro ed il risarcimento del danno; e la Corte di Appello di Napoli,con sentenza del 18 febbraio/4 marzo 2004 rigettava l’appello dellasocietà.

I giudici di secondo grado osservavano che le censuredell’appellante avverso la ritenuta tardività della contestazione eranoinfondate.

Rilevavano che i fatti ascritti — alterazione di unmisuratore presso il domicilio di un utente – costituivano, prima cheun illecito penale, una condotta contraria ai doveri di servizio; cheil datore di lavoro era in grado di accertare la materialità del fattoe la ascrivibilità al ricorrente, forse con possibilità migliori dellostesso giudice penale; che l’itinerario di servizio, la composizionedella squadra cui apparteneva il C. ed i mezzi aziendali da questiutilizzati risultavano dalla documentazione del datore di lavoro, cheavrebbe potuto agevolmente procedere ad un riscontro della rispondenzaal vero di dette risultanze; che avrebbe potuto procedere a verifichetecniche sul misuratore per valutare se la manomissione aveva richiestouna particolare competenza tecnica o la utilizzazione di strumenti indotazione al solo personale Enel; che, se il datore di lavoro avevainteso dare rilievo alla conoscenza dell’evento in senso tecnicogiuridico (materialità del fatto e commissione da parte del lavoratorecon i requisiti richiesti per la configurazione di un reato), alcunarilevanza poteva essere attribuita alla mera richiesta di rinvio agiudizio, certamente non idonea a fondare un giudizio di colpevolezza.

Aggiungevanoche la immediatezza, pur nel senso relativo chiarito da questa Corte diCassazione, oltre a garantire al lavoratore una efficace difesa inprossimità degli eventi, è altresì diretta a tutelare l’affidamento inrelazione ad una possibile rinunzia all’esercizio del poteredisciplinare. Rilevavano che l’Enel per circa due anni aveva omesso nonsolo la contestazione disciplinare, ma qualsiasi provvedimentocautelare – sospensione o destinazione a mansioni o ad una sede diversa- con conseguente violazione dei principi di correttezza e buona fede edell’affidamento del prestatore.

Per la cassazione di taledecisione ricorre, formulando tre motivi di censura, illustrati conmemoria, la s.p.a. Enel Distribuzione.

S. C. resiste con controricorso.

Motivi della decisione

1.La società ricorrente premette, in fatto, che l’8 giugno 1999, inoccasione di un intervento per un guasto richiesto dal signor C. D. inrelazione alla fornitura alla sua macelleria ubicata in Sant’Antimo,via *****, era stata riscontrata una manomissione dei sigilli; che il23 giugno era stata eseguita una verifica del misuratore, ed eranostate riscontrate diverse manomissioni, che consentivano l’accesso agliautomatismi del misuratore e l’alterazione della registrazione deiconsumi; che il cliente, invitato il 28 giugno 1999 presso gli ufficiEnel, aveva riferito verbalmente all’ing. M. che la manomissione erastata realizzata l’anno precedente ad opera di due dipendenti Enel, cheavevano preteso la somma di L. 1.500.000; che il 5 agosto successivo ilcliente aveva rilasciato una dichiarazione alla presenza del dott.Palo, capo unità clienti, affermando che il 16 luglio 1998 si eranopresentati nei locali della macelleria, alle 14,15 circa, due persone,qualificatesi dipendenti Enel, che gli avevano proposto un interventosul contatore che avrebbe consentito un notevole risparmio; che avevaaccettato, ottenendo, dopo lunga trattativa, la riduzione ad 1.500.000del maggiore compenso richiesto; che il D. aveva riconosciuto, in unafoto di gruppo, il sig. C. come uno dei due dipendenti che avevanoproposto l’operazione; che dai rapporti giornalieri emergeva però chein quel giorno il dipendente C. si trovava in altre località (Cardito,Casandrino e Grumo); che, atteso il contrasto fra il raccontodell’utente e la documentazione aziendale, aveva informato la Procuradella Repubblica dei fatti; che il 25 gennaio 2001 era stato notificatoalla ricorrente avviso che il 15.2.2001 si sarebbe tenuta l’udienzapreliminare in relazione alla richiesta di rinvio a giudizio del C. edaltri; che dalla richiesta del Pm allegata all’avviso risultava che ildipendente era imputato del delitto di cui agli artt. 110, 319, 320 e3121 cod. penale, perché “quale elettricista provetto esperto inservizio presso la sede Enel di Frattamaggiore e quindi nella qualitàdi incaricato di un pubblico servizio, agendo in concorso con altrodipendente allo stato non identificato, riceveva dal D., titolare di unesercizio commerciale sito in Sant’Antimo, la somma di L. 1.500.000(ridotta l’originaria richiesta di L. 2.000.000) per compiere un attocontrario ai doveri di ufficio, consistente nella manomissione delcontatore e dei relativi sigilli con conseguente alterazione dellaregistrazione dei consumi di energia elettrica”.

Deduce che,avendo appreso dal verbale di sommarie informazioni acquisite dal PMche l’utente D. aveva confermato il riconoscimento sulla scortadell’esame di diverse fotografie, aveva iniziato l’azione disciplinare.

2.Tanto premesso, con il primo motivo l’Enel denuncia violazione e falsaapplicazione dell’art. 7 della legge n. 300 del 1970 e vizio dimotivazione su punto decisivo.

Lamenta che i giudici di appellonon hanno considerato che con l’impugnazione era stato evidenziato chel’attesa degli sviluppi delle indagini penali era stata determinatadalla impossibilità per il datore di lavoro di acquisire le fonti diprova, atteso che le testimonianze può raccoglierle un giudice e nonun’azienda. Assume che una istruttoria condotta da essa società sarebbestata irrilevante, oltre che di dubbia liceità.

La consapevolezza della avvenuta commissione del fatto non poteva perciò prescindere dalla acquisizione delle fonti di prova.

Criticapoi la sentenza nella parte in cui afferma che l’Enel poteva procederea verifiche tecniche sul misuratore onde valutare le modalità dellamanomissione (con l’uso o meno di strumenti in dotazione al solopersonale Enel), sia perché si tratta di una considerazione formulatadi ufficio, in assenza di deduzione da parte del lavoratore, sia perchénon viene chiarito da quali elementi sia stata tratta la convinzioneche i dipendenti della ricorrente dispongano di strumenti di non comunereperibilità.

Deduce poi che la decisione di attendere glisviluppi del procedimento penale non comportava la necessità diattendere la sentenza (che era stata di assoluzione per difetto dellaqualifica di pubblico ufficiale).

3. Con il secondo motivo,denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 346 e 436c.p.c. e 7 della legge 20 maggio 1970, n. 300, la società ricorrentecritica la sentenza nella parte in cui valuta la mancata sospensionecautelare del dipendente per interpretarla quale comportamentoconcludente, da cui desumere la rinunzia del datore a licenziare.

Esponeche con il ricorso introduttivo il ricorrente aveva invocato la mancatasospensione sotto un duplice profilo: a) se non hai sospeso non vi ègiusta causa; b) ed hai, per altro verso, rinunciato a licenziare,rinuncia su cui ho fatto affidamento.

Deduce che il primogiudice aveva accolto la prima doglianza, escludendo la giusta causa, enon si era soffermato sulla seconda; e che il giudice di appello avevaaccolto la seconda doglianza, nonostante non fosse stata riproposta inappello, così violando gli artt. 346 e 436 c.p.c..

Aggiunge chela mancata sospensione sarebbe stata comunque da valutare solo nelmomento del raggiungimento della consapevolezza della esistenza diprove del racconto dell’utente.

4. Con il terzo motivo,denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1322, 1324,1362 (in relazione all’art. 35 Ccnl aziendale), 2071, 2104, e 2729c.c., nonché vizio di motivazione, la società ricorrente lamenta che igiudici di secondo grado non hanno considerato che l’art. 35, comma 4,del contratto aziendale dispone: “nel caso in cui l’entità dellamancanza non possa essere immediatamente accertata, l’Ente, a titolo dicautela, può disporre l’allontanamento del lavoratore per un periodo ditempo non superiore a trenta giorni”.

Lamenta che la Corte diNapoli non ha tenuto conto del fatto che la sospensione può esseredisposta solo quando è certa la commissione dell’illecito e resta daaccertarne solo l’entità; che nella fattispecie in esame essa societànon poteva quindi sospendere il dipendente, e che è erratal’affermazione secondo la quale il contratto non potrebbe comprimerel’esercizio del potere di sospendere, che trova la sua fonteesclusivamente nella legge.

5. Il primo motivo di ricorso è, nei termini di seguito precisati, fondato.

QuestaCorte ha ripetutamente chiarito che quando il fatto che da luogo asanzione disciplinare abbia anche rilievo penale, il principio dellaimmediatezza della contestazione, non pregiudicato dall’intervallo ditempo necessario all’accertamento della condotta del lavoratore ed alleadeguate valutazioni di questa, non può considerarsi violato dal datoredi lavoro il quale, avendo scelto ai fini di un corretto accertamentodel fatto di attendere l’esito degli accertamenti svolti in sedepenale, contesti l’addebito solo quando i fatti a carico del lavoratoregli appaiano ragionevolmente sussistenti (Cass., 23 giugno 2003 n.9963; 10 agosto 2006 n. 18155; 18 gennaio 2007 n. 1101).

Nelpervenire a tale conclusione questa Corte ha valutato i contrappostiinteressi delle parti del rapporto di lavoro: l’interesse dellavoratore a vedersi contestati i fatti in un ragionevole lasso ditempo dalla loro commissione; l’interesse del datore di lavoro a nonavviare procedimenti disciplinari prima di aver acquisito datisufficientemente sicuri ed idonei a sostenere la contestazione.

Rilevail Collegio che tale principio, pienamente condivisibile, non è statoosservato dai giudici di appello nella fattispecie in esame.

Idati di fatto, non contestati nel corso di causa, sono costituiti dallascoperta di un misuratore manomesso, dalla dichiarazione dell’utente aifunzionari dell’Enel che la manomissione sarebbe stata opera di duedipendenti dell’ente, dal riconoscimento di uno dei due presuntiresponsabili in una foto di gruppo, dalla constatazione che, secondo ladocumentazione aziendale, nel giorno indicato dall’utente come quellodella alterazione del misuratore, il dipendente dallo stessoriconosciuto si trovava in località diverse.

La Corte di Napoli,dopo aver ricordato che la giurisprudenza di legittimità ha precisatoche il tempo necessario per l’accertamento dei fatti ben può coinciderecon lo svolgimento del procedimento penale, e che non può esserecensurata la condotta del datore di lavoro che ritenga, anzichéprocedere a proprie indagini, di attendere l’esito degli accertamentiin sede penale, ha poi ritenuto che nella fattispecie in esame nonricorresse l’ipotesi considerata dal giudice di legittimità.

Eciò perché il fatto contestato al signor C., prima di costituire unillecito penale, rappresenta una condotta contraria ai doveri diservizio, posta in essere durante l’espletamento della prestazione edutilizzando gli strumenti di lavoro posti a sua disposizione dall’Enel.

Secondoi giudici di appello l’Enel avrebbe potuto più e meglio del giudicepenale accertare la materialità del fatto e la sua ascrivibilità aldipendente.

L’affermazione non è sorretta da adeguata e logicamotivazione e, nei termini in cui è formulata, contrasta con ilprincipio sopra ricordato, in quanto pretende di imporre al datore dilavoro lo svolgimento di una attività investigativa parallela a quellasvolta in sede penale tutte le volte che, secondo una denuncia osegnalazione, il fatto penalmente rilevante sarebbe stato commessodurante l’orario di servizio e con violazione dei doveri propri deldipendente; ravvisando colpevole inerzia nel comportamento che siconcreti nella denuncia dei fatti all’Autorità giudiziaria enell’attesa degli sviluppi delle indagini dalla stessa disposte.

Ilprimo motivo va quindi accolto nella parte in cui lamenta violazionedell’art. 7 della legge n. 300 del 1970, per la non correttavalutazione, da parte della Corte napoletana, del comportamentoconsentito al datore di lavoro nel caso in cui gli venga segnalata unacondotta scorretta di un dipendente e, di conseguenza, in ordine altempo necessario alla acquisizione di dati che gli consentano diritenere i fatti, aventi rilevanza disciplinare, ragionevolmentesussistenti.

Infondata, invece, è la censura relativa allanatura delle dichiarazioni rese al Pm in sede penale; se è vero che letestimonianze (in senso tecnico processuale) può raccoglierle ungiudice è non un privato, è anche vero che il pubblico ministero non ègiudice e può solo assumere informazioni dalle persone informate suifatti (art. 362 c.p.p.), anche se le dichiarazioni a lui rese possonointegrare, nella concorrenza dei relativi presupposti, il reato dicalunnia.

La sentenza erra anche nella parte in cui afferma lairrilevanza della sola richiesta di rinvio a giudizio, in quanto nonidonea a fondare un giudizio di colpevolezza.

Non è infatti lacertezza della colpevolezza del dipendente che è necessario acquisireda parte datoriale per la instaurazione del procedimento disciplinare,ma una serie di elementi che rendano ragionevolmente sussistenti gliaddebiti, elementi che ben possono essere costituiti dalle indaginisvolte, direttamente o attraverso la polizia giudiziaria, dal pubblicoministero.

6. Il secondo ed il terzo motivo, che si trattanocongiuntamente per gli evidenti aspetti di connessione, sono fondatinei limiti di seguito precisati.

Non vi è stata violazione degliartt. 346 e 347 c.p.c., atteso che il lavoratore, vittorioso in primogrado, si era riportato, nella memoria di costituzione in appello, aimotivi e alle argomentazioni del ricorso introduttivo; e tanto èsufficiente a far ritenere non abbandonate le argomentazioni svolte inordine al significato attribuito alla inerzia del datore di lavoro.

Vapoi considerato che il giudice del merito ha il potere istituzionale divalutare fatti e comportamenti acquisiti in causa per dedurne lasussistenza o meno della contestata giusta causa di licenziamento.

Fondata,invece, è la censura relativa alla valutazione della mancatasospensione come indicativa di una volontà di rinunciare all’azionedisciplinare, atteso che non considera, da un lato, la situazione diattesa delle indagini penali avviate a seguito di denuncia proprio deldatore di lavoro, e, dall’altro, i presupposti richiesti dallacontrattazione collettiva per l’irrogazione della sospensione.

7.In conclusione il ricorso va accolto per quanto di ragione, la sentenzaimpugnata va cassata nei limiti delle censure accolte e la causa varinviata ad altro giudice di secondo grado, che si indica nella stessaCorte di Appello di Napoli in diversa composizione. Il giudice dirinvio applicherà il seguente principio di diritto: “La tempestivitàdella contestazione di cui al secondo comma dell’art. 7 della legge n.300 del 1970 va valutata in relazione al momento in cui i fatti acarico del lavoratore, costituenti illecito disciplinare, appaionoragionevolmente sussistenti. Quando il fatto costituente illecitodisciplinare ha anche rilevanza penale, il principio della immediatezzadella contestazione non può considerarsi violato quando il datore dilavoro, in assenza di elementi che rendano ragionevolmente certa lacommissione del fatto da parte del dipendente, porti la vicendaall’esame del giudice penale e si attivi non appena la comunicazionedell’esito delle indagini svolte in sede penale gli faccia ritenereragionevolmente sussistente l’illecito disciplinare, senza che perquesto debba attendere la conclusione del processo penale”.

Il giudice di rinvio regolerà anche le spese di questo giudizio di legittimità.

P.Q.M.

LaCorte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa la sentenzaimpugnata in relazione alle censure accolte e rinvia la causa, ancheper le spese, alla Corte di Appello di Napoli in diversa composizione.