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«Cavalcata la paura del malati» Così si operava alla Santa Rita

È la paura che spinge a credere. È il terrore di un male incurabile che apre porta della sala operatoria. Anche quando quel male non esiste. Anche se sono tutte menzogne, e per guarire è sufficiente un antibiotico. Su quel timore si costruisce una carriera. E si usa il bisturi spacciandolo per rimedio. Requisitoria al processo Santa Rita, parte seconda. Non si parla di truffe, in aula, né di cartelle cliniche falsificate. Questa volta, ci sono i pazienti.

E il pubblico ministero Grazia Pradella, che per due anni assieme alla collega Tiziana Siciliano ha rappresentato l’accusa contro quella che venne definita la «clinica degli orrori», apre il suo lungo intervento ricostruendo il gorgo nel quale sarebbero sprofondate decine di donne e uomini, entrati nell’ospedale di via Jommelli per essere curati, trovandosi poi addosso cicatrici incancellabili. E ingiustificate.

Perché Pier Paolo Brega Massone – l’ex primario di chirurgia toracica – «ha cavalcato la paura dei pazienti», evocando «lo spettro di un tumore, prospettando un male inesistente». E così li operava, «nonostante non fosse necessario». Il magistrato ripercorre la storia di dodici donne, di cui una appena diciottenne, tutte sottoposte a un intervento al seno. «Nessuna di queste pazienti eccetto una – insiste il pm Pradella – doveva essere operata. Hanno subito inutili asportazioni e a tutte è stato fatto firmare un consenso informato pieno di falsità». Però Brega, secondo l’accusa, ci sapeva fare.

Parla, il pubblico ministero, dell’«indubbio ascendente che Brega aveva sui pazienti», con i quali aveva «un atteggiamento premuroso: sempre disponibile sul cellulare, attento ad ascoltarli. Questo fa capire perché si affidassero a lui in modo cosi acritico». Pier Paolo Brega Massone, è l’affondo del pm, «faceva sorgere la paura nelle donne e la alimentava. Per questo si sono sottoposte agli interventi o ai controlli ripetuti nel tempo». E «nessuno dei concetti aderenti al buon senso, prima ancora che alle linee guida, è stato rispetto da Brega e dai suoi collaboratori.

Se così fosse stato nessuno di questi pazienti, a parte una, sarebbe entrata in sala operatoria e avrebbe subito uno di questi interventi inutili e abusivi». A lui, e alla sue équipe: Fabio Presicci e Marco Pansera, accusati assieme all’ex primario di lesioni gravi e gravissime, e ad altri sei medici anche che di truffa al Sistema sanitario e falso per le presunte irregolarità nella compilazione dei Drg con cui la casa di cura avrebbe gonfiato i rimborsi delle prestazioni da parte della Regione.

La Santa Rita, intanto, ha voltato pagina. La «clinca degli orrori» appartiene al passato. Dal maggio scorso ha cambiato nome (Istituto Clinico Città Studi), ha un nuovo organismo di vigilanza e un codice etico per la tutela dei pazienti. Quel che è stato, però, non si cancella. E tra una settimana, la Procura ne chiederà conto. Con una richiesta di condanna per gli imputati che si preannuncia esemplare.