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Ospedali e Asl sotto la lente del rating

Chi partorisce a Napoli e Palermo quasi sicuramente lo farà con un taglio cesareo. Al contrario al Fatebenefratelli di Erba, vicino a Como, nove madri su dieci non entrano in sala operatoria: i bimbi nascono per parto naturale. Si usa comunque poco il bisturi in Friuli e a Trento (23% dei casi), oltre che a Bolzano e in Toscana, dove solo un neonato su quattro nasce con il cesareo. Proprio come suggerisce l’Organizzazione mondiale della sanità che ha fissato al 20% l’asticella massima: chi la supera spreca risorse ed è inefficiente.

È il caso della Campania, dove la media regionale di cesarei è addirittura del 61%, o della Sicilia, dove ben un bimbo su due (il 52% per l’esattezza) è “figlio del bisturi”.
Questi sono solo alcuni dei mille esempi di “buona” e “cattiva” sanità che segnano in lungo e in largo il paese. Non solo tra le regioni, ma anche tra ospedale e ospedale. E che per la prima volta il ministero della Salute ha voluto fotografare con una maxi-operazione di trasparenza: da qualche giorno sono state pubblicate online tutte le performance sanitarie.

Un diluvio di dati (pubblicati sul prossimo numero del Sole-24 Ore Sanità) che mostra un paese spaccato in due o tre parti. Un pugno di regioni “eccellenti” conquista la promozione a pieni voti: Toscana, Veneto ed Emilia Romagna. Che sui 28 indicatori più importanti (dei 34 complessivi) fanno il pieno di ottime e buone performance. Altre, un drappello concentrato al Centro-Nord, raggiunge la sufficienza. Ma ben nove, dal Lazio in giù, non superano il 50% di voti positivi.

Tra queste ci sono bocciature sonanti: Calabria, Campania, Sicilia e Puglia. Regioni già “note” per casi di malasanità e bilanci sanitari in deficit, tanto che le prime tre sono state “commissariate” dal governo. A dimostrazione che «la cattiva sanità – come ha ricordato più volte il ministro della Salute, Ferruccio Fazio – costa più di quella buona».

Una frattura Nord-Sud, con enormi variabilità anche all’interno di una stessa regione, che diventa sempre più evidente se si snocciolano uno per uno i dati raccolti dalla Scuola Sant’Anna di Pisa per il ministero della Salute. È il caso dei cosiddetti ricoveri “inappropriati” che costano caro alle casse regionali: in sostanza si ricorre all’ospedale quando se ne potrebbe fare a meno grazie a servizi migliori sul territorio. A cominciare dal proprio medico di famiglia che dovrebbe gestire in modo più efficace i propri assistiti, soprattutto quelli con patologie croniche.

Ebbene chi soffre di scompenso cardiaco, diabete e broncopneumatie al Sud ha molte più probabilità di finire in ospedale per qualche complicazione rispetto a un cittadino del Nord. E così, per esempio, ad Aosta si contano solo 8 ricoveri per diabete ogni 100mila abitanti contro i 181 di chi abita a Lagonegro in Basilicata. Mentre a Firenze sono meno di sei i ricoveri per scompenso cardiaco contro i 588 nell’Asl 2 di Salerno. Come dire che ad Aosta e Firenze funziona molto meglio la “presa in carico” del paziente sul territorio, al di fuori dell’ospedale, rispetto a Lagonegro e Salerno.

Con meno disagi per i malati e tanti risparmi per le casse delle aziende sanitarie.
Un altro esempio eclatante del distacco tra Nord e Sud si nota anche nella capacità di operare in tempi brevi chi ha subìto una frattura del femore: se si vuole garantire un recupero rapido e completo del paziente è, infatti, cruciale non perdere tempo. Come si comportano i nostri ospedali? Ancora una volta male al Sud dove, per esempio, in diverse Asl sarde, campane, laziali e siciliane non si opera prima di due giorni. Mentre al contrario nella Asl di Cremona tutti gli interventi avvengono prima di 48 ore.

Non sempre però le classifiche rispecchiano le diverse realtà locali. Così un’azienda sanitaria con un’alta incidenza di cesarei in una regione dove invece se ne fanno pochi è indice che la maggior parte degli interventi chirurgici si sono concentrati lì. Oppure, un basso tasso di ospedalizzazione in Asl di regioni con valori molto sopra la media possono essere indice non di “appropriatezza”, ma di poco appeal per quegli ospedali.

È indubbio, comunque, che “voti” e “pagelle” saranno sempre più importanti. Non solo per incentivare regioni e ospedali a migliorare. Ma perché da questi dati si partirà, lo ha assicurato lo stesso ministro Fazio, per provare a costruire i costi standard della sanità annunciati dalla riforma del federalismo fiscale. Un crocevia per tutti: chi non si adeguerà ai migliori resterà indietro anche sui finanziamenti.