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Pensioni. «Impossibile equiparare uomo e donna»

Roma – Nel pubblico impiego, l’Italia ha equiparato l’età di pensione fra uomini e donne su richiesta della Corte di giustizia europea. Ma nel settore privato, «il contesto attuale non lo consente». È Maurizio Sacconi a confermare che il governo non ha intenzione di modificare le regole in vigore sul pensionamento delle donne. Prima di tutto, spiega il ministro del Welfare intervenendo alla presentazione della Relazione annuale dell’Inps, bisogna includere pienamente le donne nel mercato del lavoro, e «una volta raggiunto questo risultato, allora si potrà anche avvicinare l’età di pensione di uomini e donne».

Sacconi sostiene queste parole con l’aiuto di alcuni dati. L’anno scorso – parliamo solo del settore privato – gli uomini sono andati in pensione mediamente a 61 anni e mezzo, mentre le donne sono andate a riposo a 60 anni e mezzo: «Regole diverse – osserva il ministro – ma dati sostanzialmente vicini». Secondo una simulazione compiuta dall’Inps e dal ministero, se le regola fossero state le stesse, nel 2009 le donne sarebbero andate in pensione mediamente a 63 anni e 9 mesi d’età contro i 61 anni e mezzo degli uomini.

Una disparità evidente che si sarebbe prodotta perché, dice ancora Sacconi, «a condizioni diverse non si possono opporre regole uguali».
Secondo i dati più recenti dell’Istat, il tasso di disoccupazione femminile è pari al 9,7% (contro il 7,7% degli uomini). Ma soprattutto le donne non attive sono 9 milioni e 700mila contro 5 milioni e 233mila uomini. «È chiaro che in un contesto di crisi, di disoccupazione e di componente femminile più debole, oggi non si può intervenire sulle pensioni delle donne nel privato», spiega il vicepresidente della commissione Lavoro della Camera, Giuliano Cazzola. Si tratterebbe, in sostanza, di una «discriminazione al contrario», sostiene Barbara Saltamartini, responsabile delle Pari opportunità per il Pdl.

Attualmente le regole per il pensionamento femminile prevedono: a) per la vecchiaia, 60 anni d’età a 20 anni di contributi; b) per l’anzianità, 58 anni d’età e 35 anni di contributi per le lavoratrici dipendenti, 59 anni d’età (e sempre 35 di contribuzione) per quelle autonome. Nel settore pubblico, invece, le norme approvate l’anno scorso prevedono un aumento graduale dell’età pensionabile (un anno d’età ogni due anni solari) fino a raggiungere i 65 anni nel 2018.
L’Italia, dice ancora il ministro del Welfare, è riuscita a compiere significative riforme previdenziali «senza che vi sia stato conflitto sociale», e i conti previdenziali sono in ordine grazie agli interventi fatti negli ultimi vent’anni.

Adesso la sfida per l’Inps, aggiunge Sacconi, è il «non solo pensioni»: l’istituto dovrà garantire la sicurezza sociale, davanti alle incognite sul mercato del lavoro. «Attraverso le funzioni di vigilanza, occorre poi lavorare – spiega – per contenere una enorme economia sommersa, soprattutto nel Mezzogiorno». Ministero del Lavoro, Polizia e Guardia di Finanza stanno lavorando a una serie di controlli incrociati, a partire dall’agricoltura e dall’edilizia fino alla logistica e ai servizi.

Secondo Sacconi, è anche arrivato il momento di varare il fondo di garanzia che tuteli le prestazioni previdenziali fornite dai fondi pensione integrativi: fondo che deve essere finanziato dagli stessi fondi pensione, anche se «incoraggiato» dallo Stato.