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Sanità, performance dei servizi: il ministero boccia la Puglia

Lecce (salento) – Il punteggio è stato assegnato in base a 28 indicatori. Da Foggia in giù sono 7 quelli positivi e 21 i negativi. Il ministro Ferruccio Fazio lancia l’operazione trasparenza attraverso la valutazione delle performance dei servizi sanitari regionali. Nel Mezzogiorno i risultati più deludenti. In fondo alla classifica Calabria, Campania, Sicilia e naturalmente il tacco d’Italia.

(Emanuele Tiano) – Manca poco all’approvazione del federalismo fiscale e i dati presentati dal ministero della Salute sulle performance sanitarie nel Mezzogiorno non sono certo incoraggianti. Il ministro Ferruccio Fazio ha lanciato l’operazione trasparenza, mettendo sotto la lente d’ingrandimento l’efficienza delle Aziende sanitarie nostrane. Ad ogni regione è stato assegnato un rating sulla base di 34 indicatori, utili a misurare la qualità dei servizi: equità in termini di accesso e risposta al bisogno, appropriatezza delle prestazioni e delle strutture, efficienza nell’uso delle risorse.

Il report oltre a quantificare i livelli dei servizi forniti dalle Asl, fotografa le situazioni in cui le risorse non vengono allocate nel migliore dei modi, portando così ad uno spreco di denaro pubblico.
Se si considerano i 24 indicatori più importanti, la Puglia ne esce con le ossa rotte. Secondo l’indagine sono solo 7 quelli positivi, mentre i restanti 21 sono assolutamente negativi. Per quanto riguarda il tasso di ospedalizzazione dei ricoveri ordinari per acuti (interventi urgenti in ospedale), la nostra regione si piazza all’ultimo posto con un tasso di 154,88 per mille abitanti.

In generale, in Puglia il tasso di ospedalizzazione è abbastanza elevato: 217,39 per 100 mila abitanti, a fronte di una media nazionale di 189,379. Questo indicatore misura il numero di ricoveri medici potenzialmente inappropriati realizzati in ciascuna regione. La Commissione nazionale per i Livelli essenziali di assistenza (Lea) ha, invece, identificato un gruppo di casistica di tipo medico che non dovrebbe più comportare un ricovero ordinario ma che dovrebbe più appropriatamente essere seguita dal territorio, ossia dal medico di famiglia e dagli specialisti mediante visite ambulatoriali.

Scorrendo le statistiche riportate sul sito del ministero della Salute, è facile notare un Paese spaccato a metà. Dal Lazio in giù, infatti, i risultati non sono per niente confortanti. Il parto cesareo, per esempio, è un’operazione chirurgica che andrebbe sempre evitata se non necessaria alla salute del bambino e della mamma. L’ Organizzazione mondiale della sanità stima che i parti cesarei non dovrebbero superare il 15% del totale. Soglia ampiamente superata dalla media italiana che si attesta quasi al 37%.

Se si scende lo stivale, però, si nota immediatamente la netta differenza tra Nord e Sud. In Friuli Venezia Giulia e in Trentino si ricorre al bisturi solo nel 23% dei casi, mentre in Campania quasi il 62% delle madri viene sottoposta al taglio cesareo. Percentuali elevate anche in Sicilia (52%) e Puglia, che si piazza al terzo posto per numero di cesarei con il 47% dei parti totali.

Non manca qualche risultato positivo, come quello evidenziato dalla percentuale di ricoveri effettuati in altre regioni in base al livello di di complessità. La media interregionale delle “fughe” si attesta all’11,65%: in Puglia solo il 9% dei pazienti decide di ricoverarsi in un’altra regione italiana. Un dato importante che riduce le spese a carico delle Aziende sanitarie per quanto concerne la mobilità passiva.

C’è un altro indicatore, riguardante sempre i tassi di ospedalizzazione, che piazza la Puglia all’ultimo posto: si tratta dei ricoveri ogni 100 mila abitanti per broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco). In questi casi la media nazionale si attesta a 166,58, mentre in Puglia raggiunge addirittura la soglia dei 350,5 ricoveri. La peggiore in assoluto è l’Asl di Brindisi con un indice di 624,81, l’Azienda leccese si tiene a debita distanza con 391,39.