Federazione Sindacati Indipendenti

Demansionamento, risarcimento del danno, onere della prova

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 1 luglio 2009, n. 15405

Svolgimento del processo

Con ricorso innanzi al Giudice del Lavoro di Napoli, B. P. esponeva: 1) di avere lavorato alle dipendenze dell’Azienda di Stato per i Servizi Telefonici, con la qualifica, da ultimo, di revisore tecnico coordinatore, inquadrato nel **** livello ex L. n. 797 del 1981; 2) di essere stato assunto dall’Iritel S.p.A. a far data dal 1.11.1993, a seguito della soppressione dell’ASST, avvenuta con L. n. 58 del 1992, ed inquadrato al **** livello retributivo CCNL SIP con la qualifica di “lavoratore addetto ad attività specialistiche di tecniche numeriche”; 4) di essere passato in data 18.8.1994 alle dipendenze della società convenuta – Telecom Italia – ed assegnato poi al livello **** previsto dal CCNL del 9/9/96 con la qualifica di “assistente senior”.

Tutto ciò premesso, ritenuto di aver subito, a partire dal novembre 1993, una dequalificazione ed un demansionamento, chiedeva all’adito Giudice del lavoro di che fosse accertata la illegittimità dell’inquadramento riconosciutogli in base al CCNL Telecom ed il proprio diritto al riconoscimento del **** livello far tempo dall’1.1.93 e livello **** con adibizione a mansioni corrispondenti a quelle svolte presso l’Azienda di Stato; in subordine, il riconoscimento all’inquadramento nel **** livello contratto SIP fino al 1996 e nel livello **** per epoca successiva; chiedeva, altresì la condanna della resistente al pagamento delle maturate differenze retributive nonchè al risarcimento del danno per demansionamento da liquidare nella misura del 50% delle retribuzioni percepite nel periodo di destinazione a mansioni inferiori o nella misura ritenuta equa dal giudicante, il tutto con vittoria di spese ed onorari.

Costituitasi in giudizio la società convenuta contestava in toto le avverse pretese chiedendo il rigetto del ricorso.

Con sentenza n. 11587/2002 depositata in data 4.06.2002 il Tribunale di Napoli riconosceva il diritto del ricorrente ad essere inquadrato nel livello **** del CCNL dei dipendenti Telecom (ex **** livello CCNL SIP) con qualifica di “Specialista”, a decorrere dall’1.10.96.

Condannava, altresì, la Società al pagamento delle differenze retributive, rigettava, invece, la domanda del risarcimento danni per l’avvenuto demansionamento.

Avverso la predetta sentenza, la Telecom Italia S.p.a. proponeva gravame.

Costituitosi, il B., resisteva e con appello incidentale contestava il rigetto operato dal primo Giudice in ordine alle pretese risarcitorie.

Con sentenza del 17 agosto 2005, la Corte di Appello di Napoli rigettava l’appello della Telecom e, in parziale accoglimento dell’appello incidentale, condannava la società a titolo di risarcimento del danno al pagamento della somma pari al 50% delle differenze tra la retribuzione spettante e quella di fatto percepita per i primi tre anni dall’inizio del demansionamento.

A sostegno del decisum osservava che il richiamo alla professionalità acquisita sottendeva il principio di cui all’art. 2103 c.c., anche se tale norma non era direttamente applicabile; che la fonte normativa di tutela della professionalità acquisita andava individuata nella L. n. 58 del 1992, art. 4; che, peraltro gli accordi sindacali attuativi non avevano valore costitutivo della qualifica, ma valevano soltanto nella misura in cui le posizioni di lavoro messe a confronto fossero effettivamente equivalenti; che, nella specie, la questione circa la non corrispondenza tra le mansioni svolte prima del suddetto passaggio e quelle espletate successivamente (demansionamento), andava risolta nel senso accertato dal primo Giudice, la cui pronuncia andava confermata.

Ha proposto ricorso per Cassazione la Telecom, deducendo tre motivi.

Resiste con controricorso il B..

La Telecom ha anche presentato memoria ex art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente società deduce violazione ed erronea applicazione, a sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, della L. n. 58 del 1992, art. 4, art. 2103 c.c., art. 2697 c.c., art. 96 disp. att. c.c, artt. 1362 c.c. e ss., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa punti decisivi della controversia, ex art. 360 c.p.c., n. 5.. Deduce, poi, con il secondo motivo, violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c. e ss. in relazione alla L. n. 58 del 1992, art. 4 e vizio di motivazione.

I due motivi, strettamente connessi e, perciò, da trattarsi congiuntamente sono infondati.

Sostiene la ricorrente che la Corte di Appello è incorsa nel vizio di motivazione contraddittoria, perchè ha escluso l’applicabilità dell’art. 2103 c.c. ed ha poi fatto riferimento alla giurisprudenza formatasi su detta norma. L’assunzione ex novo del lavoratore alle dipendenze dell’Iritel non è disciplinata dal principio dell’equivalenza delle mansioni, nè implica trasferimento di azienda, ma è sorretta da una disciplina speciale, la quale rimetteva alla contrattazione collettiva la valutazione di professionalità. La declaratoria di discrepanza tra qualifica di provenienza e qualifica di approdo presuppone che si accerti la violazione delle norme legali che disciplinano le categorie generali di inquadramento del personale. Non è stata fornita siffatta dimostrazione e la Corte di Appello si è illegittimamente surrogata alle parti collettive, le quali avevano in via esclusiva il compito di stabilire l’equiparazione delle qualifiche; nè è stata incidentalmente ritenuta la nullità del relativi accordi sindacali.

Quanto al caso specifico, la Corte di Appello ha errato nell’analisi delle mansioni (la qualifica di approdo è stata accettata) e nella determinazione conseguente del danno da demansionamento.

Il motivo è infondato.

E’ noto che a seguito della soppressione dell’Azienda di Stato per i Servizi Telefonici, i lavoratori alle sue dipendenze passarono alla IRITEL, poi Telecom. L’operazione venne disciplinata dalla L. n. 58 del 1992, la quale rimise alla contrattazione collettiva la regolamentazione del passaggio e previde la tutela della professionalità acquisita, nonchè la conservazione del trattamento economico globale. La contrattazione collettiva ha provveduto alla predetta disciplina mediante apposite tabelle di equiparazione.

Il problema che si pone è se tale delega alle Organizzazioni Sindacali sia una sorta di delega in bianco, con la quale la legge ha lasciato alle parti sociali piena discrezionalità nella valutazione di equivalenza, ovvero se si tratti di un criterio di delega, vale a dire dell’indicazione di una finalità da perseguire. Mentre nel primo caso l’azione individuale del lavoratore – il quale ritenga di essere stato declassato nel passaggio – incontra una preclusione, nel secondo caso è possibile la contestazione della qualifica di approdo, una volta dimostrata la violazione (non dell’art. 2103 c.c. pacificamente non applicabile alla fattispecie, ma) del principio delega, vale a dire la conservazione della professionalità e l’equivalenza della qualifica.

La seconda tesi appare preferibile, alla luce della considerazioni svolte dalla giurisprudenza formatasi sullo specifico tema.

Questa Corte ha, infatti, ritenuto (v. tra le tante, Cass. 9 gennaio 2008 n. 218 e Cass. 11 agosto 2004 n. 15605) che la L. n. 58 del 1992, avendo previsto la predisposizione delle tabelle di equiparazione in concomitanza col passaggio dei lavoratori dal settore pubblico a quello privato, non ha disciplinato una specifica procedura della dette tabelle. Tuttavia è possibile la disapplicazione di esse ad opera del giudice che ne ravvisi, in via incidentale, la parziale nullità, per la non corrispondenza ai criteri imposti dalla legge stessa, ferma restando la necessità che la valutazione circa la legittimità dell’equiparazione prevista in sede collettiva avvenga sulla base di un raffronto complessivo tra le qualifiche o i livelli di volta in volta posti a raffronto (In senso conforme, v. anche, Cass. 8.7.2004 n. 12647. Per l’inapplicabilità al caso in esame dell’art. 2112 c.c, v. Cass. 21.5.2002 n. 7449).

Ai principi sopra enunciati si è puntualmente attenuta la Corte di Appello, la quale ha dato atto che non si applica l’art. 2103 c.c., ha proceduto all’accertamento del livello di provenienza rispetto a quello di approdo in relazione alle mansioni svolte dal lavoratore ed ha accertato la rispondenza del livello di provenienza ad un diverso livello di approdo con motivazione esauriente, immune da vizi logici o contraddizioni, talchè essa si sottrae ad ogni censura in sede di legittimità.

In particolare, il Giudice a quo si è diffuso ampiamente sulle dette mansioni, mettendo a raffronto le varie declaratorie contrattuali, pervenendo alla conclusione che il riconoscimento professionale assicurato dalla L. n. 58 del 1992, art. 4 risultava pienamente assicurato dall’inquadramento riconosciuto dal primo Giudice nel **** livello del contratto SIP e poi nel livello **** del contratto per le Aziende di Telecomunicazioni.

Il relativo accertamento costituisce questione di fatto, non riesaminabile in Cassazione siccome sorretta da congrua e logica motivazione, mentre alcuna valida ragione sussiste per disattendere l’interpretazione fornita dalla Corte partenopea circa le esaminate declaratorie contrattuali.

Deve, invece, essere accolto il terzo motivo di ricorso, con cui la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 414, 420, 115 e 116 c.p.c., artt. 2697, 1226, 2103 e 2043 c.c., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5).

Al riguardo, in relazione alle deduzioni del lavoratore, la Corte di appello di Napoli ha ritenuto “equo pervenire ad una determinazione del danno nella misura del 50% dell’ammontare delle differenze retributive tra i diversi inquadramenti, rapportate ad un periodo limitato ai primi tre anni dall’inizio del demansionamento”, motivando il decisum nel senso che “il demansionamento professionale è stato di indubbia portata, stante l’evidenziato svilimento della professionalità del lavoratore, prima addetto a compiti di coordinamento, ed alla soluzione in piena autonomia organizzativa ed operativa dei guasti accertati su apparecchi ed impianti ad alta tecnologia, e poi destinato a compiti di mera manutenzione, in precedenza svolti da operai semplici, per cui l’esistenza e l’entità del danno possono in via presuntiva desumersi anche dalla durata della dequalificazione e dall’anzianità di servizio dello stesso – sicuro indice di esperienza professionale che incide sulla migliore qualità della prestazione – sicchè ben può procedersi alla determinazione della misura del danno in via equitativa”.

Sulla questione del risarcimento del danno da demansionamento o da dequalificazione le Sezioni Unite – nel comporre, con la sentenza n. 6572/2006 il contrasto insorto nell’ambito della Sezione lavoro – hanno statuito che “il risarcimento del danno professionale derivante dal demansionamento e dalla dequalificazione del lavoratore postula l’allegazione dell’esistenza del pregiudizio e delle sue caratteristiche, nonchè la prova dell’esistenza del danno e del nesso di causalità con l’inadempimento, prova che, quanto al danno esistenziale, può essere fornita anche ricorrendo a presunzioni”.

Il Collegio – nel riportarsi alla cennata statuizione anche a conferma della funzioni nomofilattica della Corte di cassazione – non può, pertanto, che cassare la sentenza della Corte di Napoli la cui decisione, mediante un percorso motivazionale viziato da indubbia genericità, non appare in sintonia con il consequenziale principio di diritto espressamente affermato dalle Sezioni Unite: “in tema di demansionamento e di dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, che asseritamene ne deriva – non ricorrendo automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale – non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo; mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all’esistenza di una lesione dell’integrità psicofisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale – da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno – va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravità, conoscibilità all’interno ed all’esterno del luogo di lavoro dell’operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti l’avvenuta lesione dell’interesse relazionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto) – il cui artificioso isolamento si risolverebbe in una lacuna del procedimento logico – si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ex art. 115 c.p.c. a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove”.

 

Conclusivamente, in accoglimento del secondo motivo di ricorso, va cassata la sentenza impugnata con rinvio della causa alla Corte di appello di Napoli (in diversa composizione) – designata ex art. 383 cod. proc. civ. quale giudice di rinvio – perchè proceda a nuovo esame e decisione (in parte qua) della controversia attenendosi al principio di diritto dianzi enunciato ex art. 384 c.p.c., comma 1. Il Giudice di rinvio provvedere, altresì, in ordine alle spese di giudizio (art. 385 c.p.c., comma 3).

P.Q.M.

La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso e rigetta gli altri;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Napoli.

Così deciso in Roma, il 13 maggio 2009.

Depositato in Cancelleria il 1 luglio 2009