Federazione Sindacati Indipendenti

Gesto d’ira, dipendente, giusta causa di licenziamento, esclusione

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Ordinanza 29 settembre – 3 novembre 2009, n. 23289

(Presidente Ravagnani – Relatore D’Agostino)

Fatto e diritto

La Corte di Appello di Palermo, con sentenza n. 186 del 26.5.2008, ha rigettato l’appello proposto dalla soc. X. ed ha confermato la sentenza del Tribunale che aveva dichiarato illegittimo il licenziamento di T. G. con tutte le conseguenze di cui all’art. 18 della legge n. 300/1970.

Avverso la sentenza della Corte di Appello la X. ha proposto ricorso per cassazione con due motivi con i quali ha dedotto: a) violazione degli artt. 2104, 2106, 1119, 2697 c.c., 3 e 5 legge 604/1966 e vizi di motivazione in ordine alla affermata sussistenza della giusta causa di licenziamento; b) violazione degli artt. 2104, 2106, 2138 e 3 e 5 legge 604/1966, nonché vizi di motivazione, in ordine alla omessa valutazione della sussistenza di un giustificato motivo soggettivo di licenziamento.

Il lavoratore intimato ha resistito con controricorso. L’Inps non si è costituito.

Il ricorso è manifestamente infondato.

Nonostante il formale richiamo alla violazione di norme di legge, contenuto nella intestazione del motivo di ricorso, ma privo di qualsiasi sviluppo nel corso dell’impugnazione, le censure si risolvono nel rilevare un vizio di motivazione della sentenza impugnata per errata valutazione da parte del giudice di merito del materiale probatorio acquisito in ordine alla sussistenza di una giusta causa di licenziamento.

La Corte di Appello, dopo aver esaminato le deposizioni degli impiegati presenti al momento del fatto (A., C. e S.) e del consigliere N., escluso che il tenore della frase pronunciata dal T. potesse assumere una valenza ingiuriosa diretta nei confronti del N., e rilevato che il lancio della cornetta non aveva il contenuto di violenza o di minaccia nei confronti di un collega ma era da ascriversi al momentaneo stato di esasperazione, ha concluso che il comportamento addebitabile al lavoratore, pur se riprovevole per i suoi connotati di volgarità e di inurbanità, non era comunque tale da giustificare una sanzione espulsiva, non essendo idoneo ad incrinare il vincolo fiduciario, né a pregiudicare irrimediabilmente l’affidamento del datore di lavoro sul futuro corretto adempimento delle obbligazioni derivanti dal rapporto di lavoro.

Come è noto la valutazione della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento si risolve in un accertamento di fatto riservato al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione (cfr. tra le tante Cass. n. 18711/2007, n. 14113/2006, n. 11100/2006).

Nella specie i motivi di ricorso sono intesi ad ottenere dal giudice di legittimità una valutazione in fatto, cioè la configurabilità di una giusta causa o di un giustificato motivo di licenziamento nel comportamento tenuto dal dipendente.

Al riguardo va ricordato che la deduzione con il ricorso per cassazione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata non conferisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare il merito della vicenda processuale, bensì la sola facoltà di controllo della correttezza giuridica e della coerenza logica delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, non essendo consentito alla Corte di Cassazione di procedere ad una autonoma valutazione delle risultanze probatorie, sicché le censure concernenti il vizio di motivazione non possono risolversi nel sollecitare una lettura delle risultanze processuali diversa da quella accolta dal giudice di merito (cfr. tra le tante Cass. n. 18214/2006, n. 3436/2006, n. 8718/2005 begin_of_the_skype_highlighting              8718/2005      end_of_the_skype_highlighting).

Nella specie le valutazioni delle risultanze probatorie operate dal giudice di appello sono congruamente motivate e l’iter logico-argomentativo che sorregge la decisione è chiaramente individuabile, non presentando alcun profilo di manifesta illogicità o insanabile contraddizione. Per contro, le censure mosse dal ricorrente si risolvono sostanzialmente nella prospettazione di un diverso apprezzamento delle stesse prove e delle stesse circostanze di fatto già valutate dal giudice di merito in senso contrario alle aspettative del medesimo ricorrente e si traducono nella richiesta di una nuova valutazione del materiale probatorio, del tutto inammissibile in sede di legittimità.

Il ricorso pertanto deve essere respinto con conseguente condanna della ricorrente al pagamento in favore del resistente delle spese di questo giudizio, così come liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio, che liquida in euro 30,00 per esborsi ed in euro millecinquecento per onorari, oltre spese generali, Iva e accessori. Nulla spese nei confronti dell’Inps