Federazione Sindacati Indipendenti

Licenziamento, illegittimità, testimonianza de relato, inammissibilità

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEIZONE LAVORO

Ordinanza 13 luglio – 23 settembre 2009, n. 20519

(Presidente Ravagnani – Relatore Mammone)

Ritenuto in fatto e diritto

D. G. impugnava dinanzi al giudice del lavoro di Taranto il licenziamento irrogatogli dalla Automobili X. s.r.l., nel contempo chiedendo il pagamento di differenze retributive, relative al periodo antecedente la formalizzazione del rapporto di lavoro ed al superiore inquadramento spettante. Il Tribunale, ritenuto che nella specie mancasse la prova del licenziamento e si vertesse in un caso di dimissioni e che, inoltre, non risultavano provate né l’attività lavorativa antecedente al rapporto, né le superiori mansioni invocate, rigettava la domanda.

Proposto appello dal D. per l’erronea valutazione del materiale probatorio e la mancata considerazione degli indici identificativi della subordinazione, la Corte di appello di Lecce, Sezione distaccata di Taranto, con sentenza 9.10 – 29.11.07 rigettava l’impugnazione. Riteneva la Corte che il primo giudice aveva ritenuto i testi inattendibili (avendo essi riferito esclusivamente circostanze apprese dalla parte personalmente), di modo che la sentenza avrebbe dovuto essere impugnata su questo punto specifico, mentre invece l’impugnazione verteva tutta sulla mancata considerazione delle circostanze dagli stessi dichiarate; inoltre, la Corte affermava che, ferme restando le considerazioni circa il valore della testimonianza de relato, la sola esistenza di un orario fisso non era sufficiente a dar riscontro all’esistenza della subordinazione.

Proponeva ricorso il D. deducendo: 1) violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonché carenza di motivazione, sostenendo che il giudice di merito aveva ritenuto formato il giudicato circa il punto dell’inattendibilità dei testi, ignorando che il giudicato può formarsi solo su capi autonomi della sentenza e che, in ogni caso, da tale circostanza aveva fatto discendere la validità delle dimissioni, invece contestate dal lavoratore; 2) violazione dell’art. 2697 c.c. per la erronea attribuzione dell’onere della prova, in quanto la Corte di merito ritenendo non provato il licenziamento avrebbe poi, senza motivazione, ritenuto valide le dimissioni; 3) violazione degli artt. 1324, 1344 e 1418 c.c., ritenendo che nella specie il lavoratore fosse stato obbligato a firmare un foglio in bianco e che il giudice avrebbe per questo dovuto dichiarare la nullità delle dimissioni; 4) violazione dell’art. 116 c.p.c. in punto di mancanza del vincolo della subordinazione, essendo stata apoditticamente ritenuta l’inattendibilità dei testi per il carattere de relato delle testimonianze, peraltro smentito dal tenore stesso delle loro dichiarazioni; 5) omessa motivazione, avendo il giudice di appello fatto acriticamente rinvio alla motivazione del primo giudice.

Rispondeva con controricorso la società intimata.

Il consigliere relatore redigeva relazione ex art. 380 bis c.p.c., che veniva comunicata al Procuratore generale ed era notificata unitamente al decreto di fissazione dell’odierna adunanza in camera di consiglio ai difensori costituiti. Il D. ha depositato memoria.

Il ricorso è infondato.

Il consigliere relatore ha evidenziato che – di fronte ad una pronunzia che in termini netti rigetta l’appello perché non risulta impugnato il profilo essenziale della prima sentenza, e cioè l’affermazione che le dichiarazioni dei testi non erano attendibili in quanto rese de relato – il ricorrente con i motivi proposti non deduce le ragioni per cui a suo avviso i testi avrebbero dovuto essere dichiarati attendibili. Né, se non in parte irrilevante, riproduce il tenore delle testimonianze, né effettua una discussione di diritto sul punto, passando egli, con evidente salto logico, a discutere delle ragioni per cui il licenziamento avrebbe dovuto essere ritenuto illegittimo.

Il relatore pone altresì in rilievo che nessun ausilio deriva dalla lettura dei quesiti proposti ex art. 366 bis c.p.c., in quanto gli stessi si limitano a sottoporre la valutazione di circostanze di fatto (peraltro non accertate dal giudice di merito) allo scopo di ottenere dalla Corte di legittimità un inammissibile giudizio di merito, oppure a sottoporre questioni di contenuto giuridico inconferente.

Con la sua memoria parte ricorrente sostiene di non aver trascritto le dichiarazioni rese dai testi risultando esse versate negli atti processuali acquisiti al fascicolo di cassazione, nonché di aver sottoposto alla Corte quesiti esaurienti “sia in tema di diritto che inevitabilmente in tema di fatto”, precisando altresì che tra i vizi denunziati è presente anche la carenza di motivazione, implicitamente sostenendo che tale censura prescinde dalla formulazione di specifici quesiti.

Ritiene il Collegio che il ricorso per cassazione – per il principio di autosufficienza – deve contenere in sé tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito e a consentire la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi o atti attinenti al pregresso giudizio di merito, di modo che il ricorrente che denuncia sotto il profilo di omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, l’omessa o erronea valutazione delle risultanze istruttorie ha l’onere di indicarne specificamente il contenuto (giurisprudenza pacifica, v. per tutte Cass. 17.7.07 n. 15952).

Inoltre, a seguito della riforma ad opera del d.lgs. n. 40 del 2006, il novellato art. 366 c.p.c. richiede la “specifica” indicazione degli atti e documenti posti a fondamento del ricorso, al fine di realizzare l’assoluta precisa delimitazione del thema decidendum, attraverso la preclusione per il giudice di legittimità di esorbitare dall’ambito dei quesiti che gli vengono sottoposti e di porre a fondamento della sua decisione risultanze diverse da quelle emergenti dagli atti e dai documenti specificamente indicati dal ricorrente. Né può ritenersi sufficiente la generica indicazione degli atti e documenti posti a fondamento del ricorso nella narrativa che precede la formulazione dei motivi (Cass., S.u., 31.10.07 n. 23019).

Fatte queste preliminari osservazioni, deve rilevarsi che dal complesso della discussione dei motivi e della formulazione dei quesiti emerge una insufficiente articolazione delle censure, dalla quale il giudice di legittimità non può trarre validi elementi atti a contrastare l’articolata e congrua motivazione offerta dal giudice di merito.

Il ricorso deve essere, pertanto, rigettato.

Le spese del giudizio, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, che liquida in Euro 30,00, per esborsi ed in Euro 1.500 per onorari, oltre spese generali. Iva e Cpa