Federazione Sindacati Indipendenti

Licenziamento, limitazione dell’attività, necessità, legittimità

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 9 giugno – 10 luglio 2009, n. 16214

(Presidente Ianniruberto – Relatore Napoletano)

Svolgimento del processo

La Corte di Appello di Firenze respingeva l’impugnazione proposta da M. O. avverso la sentenza del Tribunale di Firenze con la quale era stata rigettata la sua domanda, avente ad oggetto l’impugnativa del licenziamento intimatogli con lettera del 29/4/04 dalla società omissis per inidoneità, a causa delle sue condizioni di salute, alle mansioni affidategli di Liquidatore sinistri – responsabile dell’ispettorato di omissis.

I giudici di appello, rilevato che, il M. era stato sottoposto, a norma dell’art. 5, 3° comma, della L. 300/70, a visita medica, e la Ausl omissis emetteva il giudizio d’idoneità alle mansioni svolte con esclusione di quelle che richiedevano lunghi spostamenti in autovettura e/o l’uso prolungato del telefono, ritenevano, tuttavia, che essendo, alla stregua della specifica realtà aziendale e della concretezza dei compiti svolti dall’interessato, essenziali all’espletamento delle mansioni inerenti la qualifica del ricorrente proprio gli spostamenti in autovettura e l’uso prolungato e frequentissimo del telefono e non essendo compatibili con l’organizzazione aziendale l’assegnazione di un autista e di un telefonista, legittimo l’impugnato licenziamento, non senza sottolineare l’impossibilità di una diversa utile collocazione e comunque il disinteresse manifestato dal ricorrente a soluzioni del genere.

Avverso tale sentenza il M. ricorreva in cassazione sulla base di due censure, cui resisteva, con controricorso illustrato da memoria, la società in epigrafe.

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione o falsa applicazione degli artt. 4, comma 6°, 11, comma 1°, lett. “e”, 16, comma 2°, e 17 DLGS 626/94.

Allega in proposito che il giudizio espresso dal medico competente adibito in azienda, se pur asseverato dall’Ausl, di idoneità alle mansioni con limitazioni, se non impugnato, come non lo è stato, è vincolante per la parti e per il giudice, sicché non poteva essere disatteso il parere di idoneità alle mansioni tenuto conto anche della specifica conoscenza della realtà aziendale da parte del predetto medico, che, esprimendo un giudizio d’idoneità sia pure con limitazioni, ha valutato la compatibilità di tali limitazioni con l’espletamento delle mansioni inerenti la posizione rivestita da esso ricorrente nell’azienda.

Formula pertanto i seguenti quesiti di diritto: “dica la Corte che non è consentito al datore di lavoro, ove il medico competente abbia espresso giudizio d’idoneità alle mansioni attualmente svolte dal lavoratore, salvo specifiche limitazioni espressamente elencate, licenziare il dipendente per inidoneità alla mansione svolta valutando, diversamente dal medico competente, indispensabili alla specifica mansione le limitazioni imposte, senza aver impugnato preventivamente la valutazione espressa dal medico competente aziendale ottenendone la modifica o la revoca; dica altresì la Corte di Cassazione che il giudice adito per la declaratoria d’illegittimità del licenziamento per tali motivi intimato, non può, a sua volta, modificare o implicitamente revocare il giudizio espresso dal medico competente o comunque contraddirlo sulla base di valutazioni non comprovate da situazioni di fatto, salvo che sia stato impugnato di fronte allo stesso il giudizio espresso dal medico competente e previa specifica istruttoria circa le concrete modalità della prestazione lavorativa che si assumano non essere state tenute in debito conto dal medico competente medesimo nella redazione del proprio giudizio d’idoneità”.

La censura non può trovare ingresso in questa sede.

Invero, secondo giurisprudenza di questa Corte il quesito di diritto di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ. deve comprendere l’indicazione sia della “regula iuris” adottata nel provvedimento impugnato, sia del diverso principio che il ricorrente assume corretto e che si sarebbe dovuto applicare in sostituzione del primo. La mancanza anche di una sola delle due suddette indicazioni rende il ricorso inammissibile (Cass. SU 24339/08, 19769/08).

Nella specie difetta l’indicazione della opposta regola iuris adottata nel provvedimento impugnato e non poteva essere diversamente perché la questione che viene sottoposta , con il presente quesito di diritto, all’esame della Corte non risulta trattata nella sentenza impugnata ed in difetto di specifica allegazione del ricorrente, è da considerarsi sollevata per la prima volta in cassazione e, quindi, è inammissibile in questa sede, in quanto diversamente si introdurrebbe, per la prima volta, in sede di legittimità un tema del contendere totalmente nuovo rispetto a quelli già dibattuti nelle precedenti fasi di merito.

Con il secondo motivo il ricorrente deduce omessa o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso decisivo per il giudizio.

Allega al riguardo che rimane controverso se in base alle prescrizioni espresse dall’Ausl e dal medico competente nel comune giudizio d’idoneità sarebbe stato possibile per esso M. continuare a svolgere le proprie mansioni e sul punto la motivazione risulta del tutto illogica, contraddittoria ed insufficiente specie avuto riguardo alle nozioni di comune esperienza cui attinge la Corte territoriale; del tutto inconferente è la notazione dei giudici di secondo grado che esso appellante non coltiva la tesi del demansionamento e non contesta il calo del lavoro della omissis; di non aver mai prospettato che l’azienda avrebbe dovuto assegnargli personale subalterno con compiti di telefonista; la prova di una sua diversa collocabilità non è rilevante nel presente giudizio; la non condivisibilità del rilevo di non aver mai prospettato le modalità con le quali egli avrebbe potuto proficuamente assolvere i compiti affidatigli non essendo necessari, secondo il parere del medico competente l’uso prolungato del telefono e i viaggi alla guida dell’automobile.

Il motivo è infondato.

Infatti con la censura in parola, il ricorrente tende a contestare l’accertamento di fatto condotto dal giudice del merito che, in quanto adeguatamente e coerentemente motivato, si sottrae al sindacato di legittimità. Né la congruità della motivazione della sentenza impugnata è ridimensionabile in considerazione della denunciata incoferenza di alcune notazioni, che costituiscono considerazioni semplicemente rafforzative e che non intaccano la idoneità della adeguata argomentazione fondante posta a base delle decisione impugnata la quale, tra l’altro, trova supporto specifico, anche, nelle stesse allegazioni poste a base dal ricorrente nel ricorso di primo grado.

Sulla base delle esposte considerazioni, pertanto, il ricorso va rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in euro 32,00 oltre euro 3.000,00 per onorari, oltre spese, Iva e Cpa