Federazione Sindacati Indipendenti

Licenziamento, precedenti disciplinari non contestati e risalenti ad oltre due anni

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 29 settembre – 14 ottobre 2009, n. 21795

(Presidente Sciarelli – Relatore Bandini)

Svolgimento del processo

B. S. convenne in giudizio avanti al Tribunale di

Milano la Itic Telecom spa chiedendo:

– l’accertamento della natura subordinata del rapporto lavorativo intercorso tra le parti dal 6.4.1998 al 18.1.1999;

– l’annullamento delle sanzioni disciplinari conservative irrogategli dalla convenuta il 26.2.2001 e il 27.3.2001;

– la declaratoria di nullità ovvero l’annullamento del licenziamento disciplinare irrogatogli il 26.10.2001, con conseguente applicazione della tutela reale.

Avendo il Giudice adito respinto le domande, il B. propose impugnazione avanti alla Corte d’Appello di Milano, che, ricostituitosi il contraddittorio, con sentenza dell’1.6 – 26.7.2006 confermò la sentenza di prime cure. La Corte territoriale osservò, a sostegno del decisum, quanto segue:

– quanto al primo periodo di lavoro, la volontà delle parti si era contrattualmente espressa nel senso del carattere autonomo del rapporto (collaborazione coordinata e continuativa) e quindi il lavoratore avrebbe dovuto fornire elementi di fatto idonei a superare siffatto regolamento di interessi; erano irrilevanti sia lo svolgimento di un’attività diversa da quella prescritta, sia la conclusione e lo svolgimento, nel secondo periodo, di un rapporto di lavoro subordinato, potendo qualsiasi attività essere svolta sia in regime di subordinazione che di autonomia, avendo peraltro lo stesso lavoratore riferito, nei due periodi, orari di lavoro diversi e diverse attività; alla stregua dei principi rilevanti ai fini di ritenere la natura subordinata di un rapporto di lavoro, i testi escussi avevano confermato lo svolgimento delle attività indicate in ricorso, ma nulla avevano riferito a proposito della disciplina a cui il lavoratore sarebbe stato assoggettato, nel mentre le modalità di svolgimento dell’attività erano state coerenti con la regolamentazione formale del rapporto quale voluta dalle parti;

– era stato provato il comportamento ripetutamente insubordinato del lavoratore, al quale le sanzioni conservative erano state applicate “in una fiduciosa prospettiva di continuazione del rapporto, prima di adottare il licenziamento”;

– risultavano provati sia i fatti che avevano condotto all’applicazione delle sanzioni conservative, sia quelli di cui ad una lettera di contestazione dell’1.10.2001 non impugnata dal lavoratore, sia gli alterchi esposti dalla Società a dimostrazione del comportamento ripetutamente insubordinato del B., sia i fatti di cui alla lettera di contestazione che aveva condotto al licenziamento (l’assenza ingiustificata del B. dal luogo di lavoro e l’atteggiamento di assenza e disinteresse da lui assunto in una riunione tecnica presso un cliente), nel mentre, con riferimento a tali ultimi addebiti, non erano state provate le circostanze giustificative addotte dal lavoratore.

Avverso l’anzidetta sentenza della Corte territoriale, B. S. ha proposto ricorso per cassazione fondato su quattro motivi.

L’intimata Itic Telecom spa ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione di legge (artt. 1362 e ss. cc, 116 cpc, 2094 e 2222 cc), nonché vizio di motivazione, deducendo che la Corte territoriale aveva omesso di considerare i fatti, confermati dai testi, relativi all’avvenuto svolgimento di compiti diversi da quelli previsti dal contratto di collaborazione e all’assenza di modificazione sostanziale della prestazione tra il primo e il secondo periodo di lavoro.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione di legge (artt. 2104, 2106, 2118 e 2119 cc; art. 3 legge n. 604/1966), deducendo che il comportamento addebitatogli, quand’anche provato, non avrebbe potuto giustificare la irrogazione del licenziamento disciplinare, nel mentre le precedenti sanzioni disciplinari, peraltro neppure indicate nella lettera di contestazione, non potevano costituire il presupposto del successivo licenziamento.

Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione di legge (art. 5 legge n. 604/1966; art. 2967 cc), deducendo che la Corte territoriale non aveva applicato correttamente il principio dell’onere della prova, gravante sulla parte datoriale, ritenendolo erroneamente assolto da quest’ultima, mentre ad esso ricorrente non avrebbe potuto essere addebitata, trattandosi di circostanza negativa, la mancata dimostrazione del non avere partecipato alla riunione di cui alla lettera di contestazione.

Con il quarto motivo il ricorrente denuncia violazione di legge (art. 7 legge n. 300/70; art. 2106 cc), nonché vizio di motivazione, deducendo che la Corte territoriale non aveva motivato relativamente alla giustificatezza del licenziamento e alla gravità del comportamento addebitatogli, senza considerare che né nella lettera di contestazione, né in quella di licenziamento, era stato fatto riferimento agli episodi delle precedenti contestazioni e alle precedenti sanzioni.

2. Il primo motivo, sotto il profilo del denunciato vizio di motivazione, non ottempera al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, non essendo stato ivi riportato il contenuto delle fonti probatorie (peraltro genericamente indicate) asseritamente dimostrative degli assunti fattuali esposti.

Inoltre va considerato che, secondo il condiviso orientamento di questa Corte:

– ogni attività umana economicamente rilevante può essere oggetto sia di rapporto di lavoro subordinato sia di rapporto di lavoro autonomo, a seconda della modalità del suo svolgimento (cfr, ex plurimis, Cass., n. 4036/2000; 326/1996);

– l’elemento tipico che contraddistingue il rapporto di lavoro subordinato è costituito dalla subordinazione, intesa quale disponibilità del prestatore nei confronti del datore di lavoro con assoggettamento alle direttiva da questo impartite circa le modalità di esecuzione dell’attività lavorativa, mentre altri elementi, come l’osservanza di un orario, l’assenza di rischio economico, la forma di retribuzione e la stessa collaborazione, possono avere, invece, valore indicativo, ma mai determinante (cfr, ex plurimis, Cass., n. 7966/2006; 5989/2001; 4036/2000; 326/1996);

– l’esistenza del vincolo della subordinazione va concretamente apprezzata dal giudice di merito con riguardo alla specificità dell’incarico conferito al lavoratore e al modo della sua attuazione, fermo restando che, in sede di legittimità, è censurabile soltanto la determinazione dei criteri generali ed astratti da applicare al caso concreto, mentre costituisce accertamento di fatto, come tale incensurabile in tale sede se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici e giuridici, la valutazione delle risultanze processuali che hanno indotto il giudice di merito ad includere il rapporto controverso nell’uno o nell’altro schema contrattuale (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 4171/2006; 20669/2004; 4036/2000).

Nel caso che ne occupa la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione dei ricordati criteri discretivi tra lavoro subordinato ed autonomo e, con motivazione lineare ed adeguata, ha rilevato, alla luce delle risultanze probatorie acquisite, che le modalità di svolgimento del rapporto erano risultate coerenti con la regolamentazione (nel senso dell’autonomia), voluta dalle parti.

Il motivo all’esame va dunque disatteso.

3. In ordine alle doglianze relative alla ritenuta legittimità del licenziamento impugnato è logicamente prioritaria la disamina del terzo motivo.

La censura svolta con tale mezzo è tuttavia assolutamente infondata, poiché, come già sinteticamente esposto, la Corte territoriale ha fondato la propria decisione sul positivo riscontro probatorio dei fatti oggetto della lettera di contestazione, limitandosi ad aggiungere che, per contro, il lavoratore non aveva provato le circostanze giustificative addotte.

4. Il secondo e il quarto motivo vanno esaminati congiuntamente siccome fra loro strettamente connessi.

Secondo il condiviso orientamento di questa Corte il principio della immutabilità della contestazione dell’addebito disciplinare mosso al lavoratore ai sensi dell’art. 7 Statuto lavoratori preclude al datore di lavoro di licenziare per altri motivi, diversi da quelli contestati, ma non vieta di considerare fatti non contestati, e collocantisi a distanza anche superiore ai due anni dal recesso, quali circostanze confermative della significatività di altri addebiti posti a base del licenziamento, al fine della valutazione della complessiva gravità, sotto il profilo psicologico delle inadempienze del lavoratore e della proporzionalità o meno del correlativo provvedimento sanzionatorio dell’imprenditore (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 7734/2003; 5093/1995).

Correttamente, quindi, la Corte territoriale ha preso in considerazione, ai fini della valutazione complessiva della gravità della condotta, anche fatti, di rilevanza disciplinare, non indicati nella lettera di contestazione propedeutica al licenziamento, rilevando specificamente il comportamento ripetutamente insubordinato del lavoratore e, con ciò, fornendo non illogica valutazione della gravità dell’inadempimento imputato al lavoratore in relazione al concreto rapporto e a tutte le circostanze del caso.

Anche i motivi all’esame vanno quindi disattesi.

5. In forza delle considerazioni che precedono il ricorso va pertanto rigettato.

Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese, che liquida in Euro 37,50, oltre ad Euro 3.000,00 per onorari, spese generali, IVA e CPA come per legge