Federazione Sindacati Indipendenti

Reintegrazione, lavoro, transazione, ammissibilità

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 15 luglio – 19 ottobre 2009, n. 22105

(Presidente De Luca – Relatore Monaci)

Svolgimento del processo

Con ricorso depositato il 27 settembre 1993, la signora G. E. conveniva in giudizio la

Unicoop Soc. Coop. a r.l., e – dopo avere premesso che era dipendente della società e che la datrice di lavoro le aveva inflitto varie sanzioni economiche, comminandole, in ultimo, il licenziamento disciplinare, in quanto in tre occasioni aveva inoltrato in ritardo il prescritto certificato medico – chiedeva l’annullamento delle sanzioni stesse e del licenziamento, nonché il risarcimento del danno.

La parte convenuta si costituiva e chiedeva il rigetto della domanda.

Con sentenza in data 28 febbraio/5 marzo 1994 il Pretore di Grosseto respingeva la domanda, compensando le spese. Con sentenza n. 304/96, a seguito dell’appello proposto dalla G., il Tribunale di Grosseto dichiarava illegittime le sanzioni applicate, sia quelle conservative, sia il licenziamento ed ordinava la reintegrazione della ricorrente nel posto di lavoro, condannando la società datrice al risarcimento del danno nella misura di cinque mensilità.

Contro la decisione di secondo grado proponeva ricorso per Cassazione la Unicoop, cui resisteva con controricorso la G., chiedendo, con ricorso incidentale, l’annullamento della sentenza del Tribunale di Grosseto nella parte in cui la datrice di lavoro non era stata condannata al pagamento, a titolo di risarcimento dei danni ai sensi dell’art. 18 della legge n. 300/1970, di un’indennità pari alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, nonché al versamento dei relativi contributi assistenziali e previdenziali; chiedeva, infine, il parziale annullamento della sentenza di secondo grado nella parte in cui non aveva condannato la resistente al pagamento delle spese di tutti i gradi di giudizio.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 4968/99 del 21 maggio 1999, rigettava l’impugnazione principale della società Unicoop, accogliendo, invece, quella incidentale della G.; cassava la sentenza in relazione all’impugnazione incidentale accolta e rinviava la causa, anche per la liquidazione delle spese, al Tribunale di Siena.

Con ricorso depositato il 16 maggio 2000 la signora E. G. riassumeva il giudizio dinanzi al Tribunale di Siena, chiedendo che condannasse l’Unicoop al risarcimento del danno conseguente all’illegittimità del licenziamento di cui alla lettera del 28 maggio 1993 nella misura pari alla retribuzione dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, nonché al versamento dei contributi prescritti.

Con sentenza del 10 ottobre/19 dicembre 2001, il Tribunale di Siena dichiarava la propria incompetenza a decidere la causa, in favore della Corte d’Appello di Firenze.

La Unicoop Orbetello ricorreva con un unico motivo per la cassazione di tale decisione.

La controversia veniva sottoposta perciò una seconda volta all’esame di questa Corte, che, con sentenza n. 18979/03, in data 3 giugno/11 dicembre 2003, accoglieva il ricorso, cassava la sentenza impugnata e rinviava la causa, anche per le spese, al medesimo Tribunale di Siena in diversa composizione.

A questo proposito, infatti, la Corte, dopo avere dichiarato che il primo atto di riassunzione era stato correttamente notificato, riaffermava il principio che la designazione del giudice di rinvio da parte della Corte di Cassazione fissava una competenza funzionale, inderogabile ed incontestabile.

La signora G. riassumeva la causa per una seconda volta dinanzi al Tribunale di Siena.

Quest’ultimo, però, con sentenza n. 60/2005, depositata in cancelleria il 14 giugno 2005, respingeva l’appello della G. e la condannava alle spese dei due giudizi di riassunzione e del secondo giudizio di cassazione, mentre compensava quelle del primo giudizio di cassazione.

La sentenza riteneva, infatti, che la transazione del 15 luglio 1998 fosse legittima.

In quell’occasione la G., a fronte di un conteggio delle spettanze di lire 124.819.000 per 15 mensilità, aveva accettato la somma di 70 milioni di lire, a titolo di danno biologico ed a saldo e stralcio di ogni spettanza, rinunziando agli atti ed alla impugnazione del licenziamento.

L’atto, infatti, non rientrava nella previsione dell’art. 2113 c.c., che riguardava soltanto i diritti indisponibili.

La lavoratrice, invece, poteva disporre del proprio posto di lavoro, e ne aveva disposto a titolo transattivo.

Avverso questa sentenza di rinvio, che non risulta notificata, la signora G. ha proposto ricorso per cassazione, con due motivi di impugnazione, notificato a mezzo del servizio postale con plico inviato, in termine, il 13 giugno 2006, e pervenuto a destinazione il 15 giugno 2006.

L’intimata Unicoop Orbetello, società cooperativa in liquidazione, ha resistito con controricorso notificato, in termine, il 25 luglio 2006.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo di impugnazione la ricorrente denunzia la violazione degli artt. 2113 c.c., 18 dello Statuto dei Lavoratori, quarto e quinto comma, 1362 e segg. c.c., e comunque il difetto di motivazione su di un punto decisivo della controversia.

La ricorrente riporta, innanzi tutto, il testo della transazione, intervenuta quando la lavoratrice, successivamente alla sentenza che aveva disposto la sua reintegrazione nel posto di lavoro, aveva esercitato il diritto di opzione (per 15 mensilità di retribuzione) previsto dal quinto comma dell’art. 18.

Dato che il rapporto di lavoro si era già risolto, la transazione non poteva riguardare il posto di lavoro perché l’atto transattivo concerneva la rinunzia della lavoratrice agli atti ed alla domanda relativa al giudizio di impugnazione del licenziamento, ma non dichiarava di rinunziare alla impugnazione del licenziamento.

La transazione riguardava, piuttosto, proprio i diritti relativi alle conseguenze dell’opzione, che aveva come presupposto il licenziamento, ma non si identificava con esso.

E questi diritti rientravano tra quelli indisponibili di cui all’art. 2113 c.c.

2. Con il secondo motivo di impugnazione la ricorrente denunzia, invece, la violazione degli artt. 18 dello Statuto dei Lavoratori, 2118 e 2119 c.c., 3 e 6 della legge n. 604/1966, 2113 c.c. e 36 della Costituzione.

Pur espressamente consapevole dell’esistenza di un diverso orientamento giurisprudenziale, la ricorrente sostiene che anche quello alla reintegrazione nel posto di lavoro debba essere ricompreso tra i diritti indisponibili di cui all’art. 2113 c.c., e chiede alla Corte di riconsiderare il proprio orientamento.

3. Questa volta la controversia deve essere esaminata nel merito.

Il ricorso non è fondato e non può trovare accoglimento.

4. I due motivi di impugnazione, connessi tra loro, possono essere esaminati unitariamente.

Come, per la verità, riconosce la ricorrente, che nel secondo motivo, chiede alla Corte di mutare il proprio indirizzo, la giurisprudenza di questa Corte è univoca nel ritenere che quello alla reintegrazione nel posto di lavoro sia un diritto disponibile escluso dalla previsione dell’art. 2113 c.c.

Come è noto, secondo questo orientamento, “il lavoratore può liberamente disporre del diritto di impugnare il licenziamento, facendone oggetto di rinunce o transazioni, che sono sottratte alla disciplina dell’art. 2113 c.c., che considera invalidi e perciò impugnabili i soli atti abdicativi di diritti del prestatore di lavoro derivanti da prestazioni inderogabili di legge o dei contratti collettivi o accordi collettivi; e, infatti, l’interesse del lavoratore alla prosecuzione del rapporto di lavoro rientra nell’area della libera disponibilità, come è desumibile dalla facoltà di recesso ad nutum, di cui il medesimo dispone, dall’ammissibilità di risoluzioni consensuali del contratto di lavoro e dalla possibilità di consolidamento degli effetti del licenziamento illegittimo per mancanza di una tempestiva impugnazione”. (Cass. civ., 3 ottobre 2000, n. 13134; nello stesso senso, 24 marzo 2004, n. 5940; 14 gennaio 1998, n. 304)

Infatti, “la rinunzia o la transazione conclusa tra dipendente e datore di lavoro, avente ad oggetto la risoluzione del rapporto di lavoro, non rientra nell’applicazione dell’art. 2113 c.c. in quanto, anche quando tale è garantita la disponibilità del posto di lavoro, tale garanzia dipende da leggi o da disposizioni collettive, mentre l’ordinamento riconosce al lavoratore il diritto potestativo di disporre negozialmente e definitivamente del posto di lavoro stesso, in base all’art. 2118 c.c.” (Cass. civ., 28 marzo 2003, n. 4780).

Questo Collegio condivide questo orientamento, e non ritiene che sussistano motivi di discostarsi da esso, ma piuttosto di ribadirlo.

5. Né le argomentazioni della ricorrente offrono motivi convincenti per giungere ad una diversa soluzione, anche limitatamente soltanto al caso di specie.

Non lo è, in particolare, il fatto che la signora G. abbia accettato il licenziamento e la controversia, in questa fase, concerna soltanto l’entità del risarcimento che le deve essere riconosciuto.

Si deve stabilire se quest’ultima abbia diritto al pagamento a questo titolo delle quindici mensilità dell’ultima retribuzione (determinate dall’interessata nella somma complessiva di L. 124.819.000) previste, a titolo di indennità sostitutiva della reintegrazione, dall’art. 18, quinto comma, della legge 20 maggio 1970, n. 300, oppure soltanto a quello di cinque mensilità della stessa ultima retribuzione, come riconosciuto dal Tribunale di Grosseto con sentenza n. 304/1996 (pronunziando prima che l’interessata avesse effettuato in sede transattiva la rinunzia alla reintegrazione percependo, contestualmente, sia pure ad altro titolo, una somma di denaro di settanta milioni di lire), quale importo minimo previsto dal quarto comma dello stesso art. 18 come sanzione per l’illegittimità del licenziamento.

Nel caso di specie, però, non possono essere riconosciuti risarcimenti a questo titolo, perché il recesso, anche se non lo era prima, è divenuto legittimo successivamente a seguito dell’accettazione da parte del lavoratore dell’indennità sostitutiva.

Come ha spiegato la giurisprudenza di questa Corte (trattando, in particolare, delle somme corrisposte dal datore di lavoro in applicazione di sentenze non passate in giudicato che avevano provvisoriamente riconosciuto l’illegittimità di un licenziamento, ma esprimendo criteri e principi di carattere generale), “il lavoratore licenziato ha facoltà di pretendere, ai sensi dell’art. 18, quinto comma, legge n. 300 del 1970 […], anziché la reintegrazione, una indennità sostitutiva; tale prestazione patrimoniale, trovando la sua unica giustificazione nell’ordine di reintegra, deve essere restituita al datore di lavoro in caso di riforma della sentenza di reintegra, ai sensi dell’art.336, secondo comma, cod. proc. civ.” (Cass. civ., 17 giugno 2000, n. 8263; nello stesso senso, primo aprile 2003, n. 4943; 12 maggio 2004, n. 9062; 25 agosto 2005, n. 17330; 30 marzo 2006, n. 7543; e, con riferimento ad erogazioni effettuate non in esecuzione di pronunzie provvisorie, ma di semplici provvedimenti di urgenza, 17 agosto 2004, n. 16037, e 13 dicembre 2006, n. 26627).

4. Come si è detto in narrativa, nel caso di specie, il Tribunale di Grosseto ha riconosciuto (in sede di appello, dopo una pronunzia di primo grado non favorevole alla lavoratrice, e prima che la lavoratrice avesse rinunziato alla reintegrazione) l’illegittimità del licenziamento della G., riconoscendole a titolo di risarcimento del danno l’importo minimo di cinque mensilità di retribuzione.

Una volta, però, che la lavoratrice aveva rinunziato alla reintegrazione nel posto di lavoro, accettando, sia pure ad altro titolo, una somma “a saldo e stralcio di ogni sua spettanza” (come risulta dal testo dell’atto di transazione, trascritto dalla stessa ricorrente alle pagg. 7 – 9 dell’attuale ricorso), il recesso datoriale non era più illegittimo, e non erano più dovute somme a risarcimento di una eventuale illegittimità originaria del licenziamento.

Di conseguenza le attuali richieste, effettuate appunto a questo titolo, sono infondate, e non possono che essere respinte.

5. Il ricorso, perciò, è infondato, e deve essere rigettato.

Le spese del grado, liquidate nella misura indicata nel dispositivo, seguono la soccombenza in danno della ricorrente.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese che liquida in Euro 20,00, oltre ad Euro 3.000,00 per onorari, oltre a spese generali, IVA e CPA