Federazione Sindacati Indipendenti

Lavoro occasionale autonomo o in collaborazione

La distinzione civilistica
La differente qualificazione giuridica relativa ai soggetti operanti nell’ambito del lavoro occasionale pone di fronte alle imprese, ed ai professionisti del settore, un complesso problema di corretto inquadramento della figura del lavoratore/collaboratore. Una posizione, questa, che deve essere ben analizzata e risolta fin dall’origine del rapporto che andrà ad instaurarsi.
Ogni possibile distinzione nasce, innanzitutto, in termini civilistici. L’attento esame sotto questo profilo, infatti, è di estrema importanza al fine di definire, con precisione, la conseguente sistemazione tributaria e previdenziale del soggetto in esame.
Dal punto di vista civilistico, quindi, si possono distinguere, nell’ambito del lavoro occasionale, due differenti figure di operatore:

• il lavoratore autonomo occasionale;
• il collaboratore occasionale.

La definizione di “lavoratore autonomo occasionale” si ottiene da un’analisi congiunta di differenti norme di legge. Si trae dapprima, circa il concetto di autonomia, dall’art. 2222 c.c., il quale, trattando specificamente del contratto d’opera, ne offre questa definizione: «Quando una persona si obbliga a compiere verso un corrispettivo un’opera o un servizio con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente … omissis…».Questo articolo chiarisce, di fatto, i canoni generali del “lavoro autonomo”; esso parla, infatti, di “lavoro prevalentemente proprio esenza vincolo di subordinazione”.

Il concetto di occasionalità, al contrario, deve essere tratto da una disposizione prettamente tributaria, ossia dell’art. 5, comma 1, D.P.R. n. 633/72 (legge Iva), dove si legge: «Per esercizio di arti e professioni si intende l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di qualsiasi attività di lavoro autonomo da parte di persone fisiche ovvero da parte di società semplici o di associazioni senza personalità giuridica costituite tra persone fisiche per l’esercizio in forma associata delle attività stesse». L’attenzione deve concentrarsi su queste parole: “esercizioper professione abituale, ancorché nonesclusiva, di qualsiasi attività di lavoro autonomoda parte di persone fisiche….”. Trattandosi di una definizione che riguarda l’esercizio di arti e professioni, intese nello specifico come svolte in forma “professionale”, si deve operare, nel caso dell’occasionalità, una lettura contraria del testo di legge.

Sono quindi due, in sintesi, i requisiti base che emergono dalla attenta lettura del disposto normativo: autonomia e non abitualità.
La figura del “collaboratore occasionale” viene invece spiegata dall’art. 61, D.Lgs. n. 276/2003 (c.d. legge Biagi), il quale, partendo dalla definizione del lavoro a progetto cui al comma 1, giunge, nel successivo comma 2, alla specifica indicazione: «Dalla disposizione di cui al comma 1 sono escluse le prestazioni occasionali, intendendosi per tali i rapporti di durata complessiva non superiore a trenta giorni nel corso dell’anno solare con lo stesso committente, salvo che il compenso complessivamente percepito nel medesimo anno solare sia superiore a 5 mila euro, nel qual caso trovano applicazione le disposizioni contenute nel presente capo».

Una distinzione, all’interno della medesima figura giuridica del collaboratore coordinato e continuativo, che esclude la necessità del c.d. progetto, in virtù del ridotto contributo lavorativo apportato, tanto che in dottrina si è spesso parlato di “mini – co.co.co”.
Si riferiscono, dunque, a questa fattispecie quei rapporti contraddistinti sia da una determinata limitazione temporale (durata complessiva non superiore a trenta giorni nel corso dell’anno solare con lo stesso committente), sia da uno specifico quantum in relazione al compenso percepito (salvo che il compenso complessivamente percepito nel medesimo anno solare sia superiore a 5.000 euro).

Sul piano teorico, pertanto, nessun problema; ove il rapporto si instauri come una vera e propria attività di collaborazione, in forma coordinata con l’attività imprenditoriale e, dunque, continuativa, si rientra nell’ambito della figura del collaboratore occasionale (sempre nel rispetto dei limiti anzi citati). Al contrario, ove la prestazione venga svolta in mancanza dei requisiti della collaborazione e del coordinamento, prende corpo la figura del lavoratore autonomo occasionale. Si intuisce, pertanto, che proprio sulla definizione di collaborazione e coordinamento, nonché sul loro continuativo svolgimento, si gioca il tema interpretativo e fondante della concreta situazione.

Un contributo alla chiarezza, su tale fondamentale questione, viene offerto, tra gli altri, da due autorevoli punti di vista. L’Inps, che si è espresso sull’argomento con circ. n. 103 del 6 luglio 2004 (con rif. Circ. n. 9/2004), ha specificato che «i caratteri differenziali del lavoro autonomo occasionale rispetto alla collaborazione coordinata, a progetto od occasionale, vanno individuati, tendenzialmente, nell’assenza del coordinamento con l’attività del committente, nella mancanza dell’inserimento funzionale nell’organizzazione aziendale, nel carattere episodico dell’attività, nella completa autonomia del lavoratore circa il tempo ed il modo della prestazione ». Per suo conto l’Inail, con circ. n. 32 dell’11 aprile 2000, ha affrontato la tematica delle caratteristiche della co-co-co. Questa posizione descrive il collaboratore come colui che risulta «svincolato dall’inserimento strutturale nell’organizzazione gerarchica dell’impresa, la quale è destinataria di un’opera o di un servizio predeterminato, per la cui realizzazione il prestatore medesimo gode di autonomia circa le modalità, il tempo ed il luogo dell’adempimento». Il coordinamento con il richiedente, secondo l’Istituto assicurativo «consiste nel collegamento funzionale dell’attività del lavoratore parasubordinato con la struttura del committente, in quanto concorre alla realizzazione dell’attività economica di quest’ultimo». Da ultimo, circa la forma continuativa, in opposizione alla occasionalità, l’Inail spiega che l’attività «non deve essere meramente occasionale, bensì continuativa e resa in misura apprezzabile nel tempo» e «deve comportare lo svolgimento di una serie imprecisata di adempimenti a contenuto professionale per un arco di tempo determinato cosicché l’attività da prestarsi sia programmata dal prestatore in funzione dell’esigenza a carattere non transitorio del richiedente».

Risulta determinate, pertanto, la qualificazione contrattuale che le parti andranno a porre in essere, in quanto da tale precisa sistemazione scaturisce il giusto inquadramento civilistico del lavoratore e, per conseguenza, la sua corretta qualificazione tributaria e previdenziale. Non si dovrà tuttavia mai perdere di vista la concreta attività di fatto svolta, in quanto il nomen iuris contrattuale risulta essere un parametro che potrebbe venire facilmente superato dalla prova di una differente effettiva attività esercitata.
Per tali tipologie contrattuali si parla di forma scritta ad probationem. È quindi consigliabile formalizzare il rapporto, ponendo la massima attenzione, nella redazione del contratto, ai seguenti punti: presenza o meno di coordinamento con l’attività imprenditoriale; mancanza o meno di inserimento funzionale in azienda; svolgimento episodico dell’attività; completa autonomia su tempi e modi di realizzazione dell’opera.

Fonte: Roberto Lucarini – dottore commercialista in Viareggio (LU) – Novecento Lavoro