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Droga, soldi e mafia: i 5 anni di malaffare della sinistra barese

Difficile, proprio difficile, trovare un cerotto di dimensioni tali da coprire una volta per tutte le disavventure giudiziarie in cui, sul terreno della sanità, è incespicata, in questi anni, la sinistra in Puglia. Ricordarle, anche molto sinteticamente per ragioni di spazio, è come sfogliare il manuale delle peggiori nefandezze che la politica del consociativismo, del voto di scambio, della corruzione, può mettere in fila in una regione. Tornare indietro di qualche anno, per esempio al 2005, consente di rievocare nomi e vicende ancora di triste memoria e rinnovata attualità.

Sono affari, anzi malaffari, siglati con l’intreccio soffocante di droga, escort, festini, mafia e politica, in modo da legare, quasi con il cappio al collo, corrotti e corruttori, quelli che vengono messi in luce nella seconda metà del mese di luglio del 2009, quando la procura di Bari decide di acquisire i bilanci dei partiti politici del centrosinistra in Puglia nell’ambito dell’indagine del pm Desirèe Digeronimo sugli appalti pubblici nel settore sanitario. Le acquisizioni vengono fatte nelle sedi regionali di Pd, Socialisti, Prc, Sinistra e Libertà, Lista Emiliano.

Gli accertamenti riguardano l’ipotesi di illecito finanziamento pubblico ai partiti di cui sopra, dal 2005 in poi, comprese le elezioni al Comune di Bari. Viene ipotizzato per la prima volta il reato di voto di scambio. La procura vuol far luce sulla gestione degli appalti pubblici nel settore sanitario, sulle nomine dei primari, viene ascoltato per cinque ore dal magistrato anche il governatore Nichi Vendola. Tra manager delle Asl pugliesi, dirigenti della Regione e politici sono circa 20 gli indagati, e tra loro spunta l’assessore regionale alla Sanità, Alberto Tedesco (Pd), ora senatore. Le ipotesi di reato sono di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, alla concussione, al falso, alla truffa; per alcuni reati si ipotizza l’aggravante di aver favorito un’associazione mafiosa. Niente male per una sanità, quella della Puglia, commissariata a suo tempo da Prodi, per aver creato un buco nei conti di 291 milioni di euro (motivo per cui vennero aumentati i ticket).

Scavano i magistrati, si susseguono le intercettazioni, le inchieste diventano due, tre, quattro con diversi filoni e i nomi si moltiplicano come i soldi e i favori si intrecciano. I giudici vogliono vederci chiaro su Giampaolo Tarantini e i suoi maxi-appalti vinti, forse, anche con l’aiuto di tangenti e donnine ma anche appunto su Alberto Tedesco, indagato dal sostituto procuratore Desirèe Digeronimo, assieme al direttore generale dell’Asl Bari, Lea Cosentino e altri 12 tra funzionari Asl e fornitori di assistenza e riabilitazione domiciliare.

I reati ipotizzati: associazione per delinquere, falso, truffa, millantato credito. Il polverone è di proporzioni gigantesche perché la nomina di Tedesco ad assessore, decisa da Nichi Vendola, era già stata accompagnata da polemiche sollevate dall’Italia dei Valori. Il motivo? Molto semplice: la famiglia Tedesco lavora nel settore delle forniture mediche e fa affari d’oro con la sanità pubblica. Nel mirino ci sono sia le aziende di fornitura di materiale sanitario che fanno capo ai figli di Tedesco sia le aziende che fanno capo alla famiglia Tarantini. Accertamenti vengono fatti soprattutto sugli appalti della Global System Hospital di Tarantini nelle Asl Bari.

Nomi e inchieste, dunque, che ci raccontano una sinistra che in Puglia da cinque anni vive pericolosamente. E ai margini della legge. Se non addirittura fuori legge. Come ribadisce ai giudici «gola profonda» Gianpi Tarantini che incastra l’ex vice presidente della Regione Puglia Sandro Frisullo (che il 18 Marzo di quest’anno è stato arrestato per aver intascato mazzette di banconote oltre a favori sessuali).

Tarantini confessa di essersi accaparrato appalti per un milione di euro, per la fornitura di materiale sanitario, e per quattro milioni di euro per la «gestione dinamica dei documenti cartacei e cartelle cliniche» banditi dalla Asl di Lecce. «Con Frisullo – ammette – avevo un accordo per una sorta di protezione politica ad un costo fisso di 12mila euro a mese, somma che ho versato da gennaio-febbraio 2008 fino a novembre 2008. Per le delibere che avevo vinto alla Asl di Lecce consegnai a Frisullo in due, tre tranche 50mila euro. Di seguito iniziai i pagamenti mensili».