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La malasanità in Calabria: Cinque ospedali in 30 km e niente pronto soccorso

Catanzaro – Da tre a cinque ospedali chiuderanno in Calabria. E il prossimo anno la spesa per farmaci, personale, strutture e forniture dovrà ridursi di almeno 150 milioni di euro. È l’ennesimo tentativo di risanare il disastro sanitario della regione. Ci provano da più legislature, ma la catena inarrestabile di morti, scandali e sprechi dice chiaramente che il tentativo è sempre miseramente fallito.

Sembra incredibile, eppure ancora non c’è nemmeno l’importo esatto del disavanzo.

Una prima stima lo dava a 2 miliardi e 166 milioni, ora ammonterebbe a 870 milioni, però manca il conteggio di due aziende sanitarie. Le nuove misure antideficit, il governatore Scopelliti le ha snocciolate nell’aula del Consiglio regionale la scorsa settimana: «Spendiamo 238 milioni di euro solo per chi va a curarsi fuori. Mettere mano alla sanità calabrese – ha detto Scopelliti – significa rivedere innanzitutto la rete ospedaliera. Ci sono strutture fotocopia ovunque, venti ospedali con meno di cento posti-letto e tra questi, undici a rischio sicurezza». Ma in questa regione ci sono tanti ospedali fantasma: nella sola piana di Gioia Tauro, in 30 chilometri ci sono sei nosocomi: Palmi, Gioia Tauro, Taurianova, Cittanova, Rosarno, Oppido Mamertina, ma per le urgenze bisogna andare a Polistena.

Il paradosso è rappresentato dalla struttura di Rosarno, che insieme a quelle di Gerace, Pizzo, Cassano e Scalea, benché siano stati spesi centinaia di migliaia di euro non è mai entrata in funzione. Addirittura quello di Scalea, costruito per la prima volta 40 anni fa, mai aperto, è stato ristrutturato cinque anni fa, e ora funziona solamente come poliambulatorio, nonostante all’interno fossero già pronte sale operatorie e laboratori per esami di ultima generazione. Ma che dire dell’ospedale di Gioia Tauro, dove esiste un reparto di chirurgia d’urgenza, che però non effettua le urgenze, e quindi gli utenti della zona devono rivolgersi al pronto soccorso di Polistena, 30 chilometri, nella zona interna dell’Aspromonte. Ospedali in cui si rischia la vita. Per capire lo sfacelo basta andare ad Amendolara, nell’alto jonio cosentino, dove c’è una mamma di 27 anni che si è salvata con cinque trasfusioni di sangue e ancora piange disperata la sua bimba morta subito dopo il parto cesareo.

La donna si presenta al nosocomio di Trebisacce con forti dolori addominali. I medici capiscono che c’è un distacco della placenta e bisogna operare subito. Il reparto di Ostetricia, però, l’hanno chiuso i Nas un anno fa perché cadeva a pezzi, è cosi è rimasto. Peraltro quel giorno non c’e nemmeno un’ambulanza libera. Allora marito e cognato caricano nuovamente la donna in macchina e impiegano un’altra ora per andare a Rossano. Un’ora e passa, troppo il tempo sprecato, la madre si salva la bimba muore. Era già successo, tre anni fa, anche a Polistena. Flavio Scutellà, dodici anni, doveva essere operato d’urgenza per un ematoma alla testa che si era procurato cadendo dall’altalena. Ma a Polistena non c’erano neurochirurghi e neanche un’ambulanza disponibile. Alla fine Flavio arrivo ai «Riuniti» di Reggio Calabria ben sette ore dopo la caduta. Troppo tardi.

Il tributo più alto per la pessima gestione della sanità l’hanno pagato proprio i giovani: Flavio, Andrea Bonanno morto per un’ingessatura troppo stretta, Eva Ruscio per una tracheotomia sbagliata, Sara Sarti rimandata a casa con fortissimi dolori addominali da un medico che lavorava in Pediatria a Locri senza che ne avesse i titoli e Federica Monteleone, morta per un black-out elettrico mentre veniva operata di appendicite. È un micidiale mix di incompetenza, cattiva gestione, degrado strutturale, disorganizzazione amministrativa e infiltrazioni mafiose quello che stritola gli ospedali calabresi, 37 pubblici, 36 privati per un totale di 8874 posti letto. Ma chiudere un nosocomio in Calabria è un’impresa titanica. Per decenni niente è stato più facile del trovare un posto di lavoro in ospedale per migliaia di calabresi.

‘Ndrangheta e politica hanno fatto da efficientissimo ufficio di collocamento per i per propri protetti. Francesco Macrì, meglio noto come don Ciccio Mazzetta, ex sindaco e presidente della Usl di Taurinova, fece assumere più di mille persone. Negli ospedali della Piana, i dipendenti sono 1.758 per 234 posti letto: 7,5 a letto, contro una media nazionale di 2,9. A Gioia Tauro, in ospedale ci sono 26 cuochi, anche se i pasti li porta una ditta esterna. Nell’Ospedale di Vibo Valentia, per 200 letti, lavorano ben 115 medici, 220 infermieri, 16 ausiliari e 10 tecnici. Ospedali imbottiti di personale che, il più delle volte, non sa neanche come passare il tempo, mentre la spesa regionale cresce a dismisura.