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Sanità in Puglia Il «gioco dell’oca» della burocrazia

BARI – In Italia, nel Sud, in Puglia, spesso si muore perchè in quell’ospedale manca per esempio la Tac che avrebbe potuto diagnosticare la malattia. Altre volte si muore per una sbagliata organizzazione delle strutture della Sanità pubblica. Altre volte ancora per l’incapacità di chi avrebbe dovuto diagnosticare il problema medico.Spesso a queste cause bisogna aggiungere la stupidità delle procedure burocratiche studiate dai super manager della stessa sanità pubblica. In questo caso della Regione Puglia messe in atto dalla Asl di Brindisi.

Un esempio? Per avviare l’iter presso l’Asl della richiesta di accertamento di invalidità civile, l’assistito o paziente, oltre che malato spesso è anche anziano deve: rivolgersi al medico di famiglia, il quale compilerà un certificato (costo 60 euro) che poi invierà via telematica all’Asl, la quale lo girerà all’Inps e dunque alla Commissione che inviterà il paziente a presentarsi in quel determinato giorno presso l’ufficio dell’Asl per essere sottoposto a visita.

Se il paziente poi è gravemente ammalato (come risulta dai documenti inviati dal medico di famiglia) ha il diritto di essere sottoposto a visita, anche a domicilio. Questa, in sintesi la procedura sulla carta. Nella realtà bisogna fare i conti con i tempi e la lista interminabile di certificati richiesti dalla stessa Commissione ad altri specialisti dell’Asl. Oltre che con la disponibilità della Commissione (super impegnata e sottopagata).

Tradotto vuol dire mesi di attesa. Che in Puglia si moltiplicano per la lentezza della burocrazia delle stesse Asl. Nel caso in cui la Commissione, oltre alla mole di documentazione presentata (risultati degli esami clinici, strumentali, certificati e infine esame diretto del soggetto) dovesse, una volta visitato il paziente, fare richiesta di ulteriore certificazione medica, l’attesa si allunga.

In pratica l’assistito che già aspettava da mesi la visita della Commissione (il massimo organismo delegato dalla legge che stabilisce lo stato di bisogno e dunque la legittimità della richiesta) dovrà nuovamente ripetere l’iter. Cioè: tornare dal medico di famiglia; chiedere l’ulteriore visita specialistica; sottoporsi alla visita (quando il medico lo deciderà); infine inviare l’esito della visita nuovamente alla Commissione che dovrà poi decidere.

Insomma la Commissione, anzichè richiedere un nuovo accertamento, direttamente allo specialista dell’Asl, obbliga l’assistito a rivolgersi nuovamente al suo medico di famiglia, il quale dovrà a sua volta, stilare la ricetta che poi il paziente invierà allo stesso specialista Asl. Lo stesso al quale la Commissione avrebbe potuto inoltrare «d’ufficio» la richiesta, evitando così perdite di tempo al paziente.

E invece no. Troppo difficile. Alla fine abbiamo scoperto (e la stessa commissione ha ammesso) che il problema che complica questo iter è la mancanza di un semplice blocchetto rosa (il ricettario per le prescrizioni specialistiche) che il presidente della Commissione, da tre anni non riesce ad ottenere dall’Asl. Documento che consentirebbe alla Commissione di inoltrare in maniera automatica al medico specialista la richiesta di ulteriore accertamento. Una dimenticanza che ritarda la definzione della pratica di altri mesi.

Intanto il paziente, spesso anziano, deve fare i conti con il suo precario stato di salute. Nella maggior parte dei casi, il malcapitato (vecchio e malato) non arriverà mai a “vedere” il risultato di quella sua richiesta. Perchè quel paziente – dopo mesi o anni di attesa – sarà «bello e morto» prima del responso finale da parte della Commissione chiamata ad esaminare la domanda.

Basterebbe che l’assessore regionale alla Sanità, o uno dei super manager che non ha ancora verificato di persona questa richiesta per invalidità, disponga una verifica delle procedure burocratiche che rendono la vita difficile agli ammalati e alle loro famiglie.

di FRANCO GIULIANO