Federazione Sindacati Indipendenti

Il sessantotto delle pensioni

La Francia, paralizzata dalle proteste contro la riforma delle pensioni, vive uno dei suoi ricorrenti scontri sociali che resuscitano spirito rivoluzionario e suggestioni antagoniste del Sessantotto, allorché il movimento studentesco si mescola alle agitazioni sindacali. Bloccati aeroporti e trasporti pubblici, milioni di lavoratori in corteo e sit-in di liceali, prime tensioni con la polizia.

Scarseggia anche la benzina, per la paralisi di raffinerie e terminali. I sindacati, per quanto divisi su come proseguire le azioni, hanno buon gioco nel tenere in ostaggio il Paese. Lo sciopero, almeno nel pubblico impiego, è un diritto esercitato con molta più forza che nel privato e con largo consenso degli utenti, molti dei quali preferiscono andare a piedi pur di dare uno schiaffo a Sarkozy. Gli ingredienti di un film già visto ci sono tutti, ma le differenze con un passato lontano sono più forti delle suggestioni.

La Francia arrabbiata di oggi sembra infatti un Paese fuori dal tempo, impegnato in una battaglia ideologica di retroguardia che ricorda l’Italia degli anni Settanta e non tiene conto del quadro economico interno e globale in cui il Paese opera (deficit al 7,7 per cento del Prodotto interno lordo, sistema pensionistico alimentato dal debito) e che non ha molte possibilità di vittoria, essendo esauriti gli spazi di negoziato, dopo diciotto modifiche parlamentari e dopo che il governo ha escluso nuovi aggiustamenti.

La paralisi del Paese è dunque il prezzo da pagare alla politica, perché nessuna riforma passi sul velluto della condivisione, anche quando demografia e conti pubblici consiglierebbero il buon senso. Per comprendere la posta in gioco, occorre fermarsi al principio guida della riforma, l’innalzamento dell’età pensionabile a 62 anni, che manda in soffitta la soglia dei 60 che fu una bandiera dell’era Mitterrand, oggi sventolata dalla sinistra, che promette di ristabilirla se tornerà al potere, salvo non pronunciarsi sul valore effettivo delle future pensioni.

Il governo sostiene che si tratta di un sacrificio minimo e indispensabile. Si sa che su questioni di principio non è facile ragionare, soprattutto se la battaglia diventa anche la misura del consenso del presidente Sarkozy, il banco di prova della sua volontà riformatrice e il test per la sinistra che sogna l’alternativa nel 2012. La destra gioca la carta della fermezza, anziché quella della pedagogia. La sinistra la carta della piazza, anziché quella della responsabilità riformista.

Eppure, in sé, la riforma non ha nulla di devastante, evoca una giungla di eccezioni più che un livellamento egualitario. È un timido avvicinamento a quanto è già stato introdotto da tempo in diversi Paesi europei, Germania in testa, dove si va in pensione a 67 anni, e non ultima l’Italia, con le successive riforme di Maroni e Sacconi. Ovunque, il tema dell’impiego dei senior è all’ordine del giorno.

Di devastante, per le finanze pubbliche, c’è la non accettazione, da parte di molti francesi, delle leggi della demografia e, in ultima analisi, di un principio di realtà. Un principio che non tocca solo i francesi.Resterebbe da spiegare, sempre in nome del principio di realtà, perché tanti giovani non entrino prima nel mercato del lavoro e perché tante aziende anticipino l’età pensionabile al primo soffio di crisi.