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Ferma la fabbrica delle staminali costata due milioni

TORINO – Senza 350 mila euro, subito, e poco più di un milione nel prossimo biennio non può essere avviata l’attività della prima e sinora unica «tissue and cell factory» piemontese, «fabbrica di tessuti e cellule». Questo laboratorio di trattamento delle staminali, costato oltre 2,5 milioni di euro (in gran parte offerti da fondazioni bancarie e privati) ed inaugurato a luglio 2009, è da allora una struttura di ricerca applicata preziosa quanto inutilizzata.

Accade a Torino, via Nizza 52, l’indirizzo della Scuola interfacoltà per le Biotecnologie, un incubatore di ricerca che coinvolge ormai 150 specialisti, laureandi, tecnici di laboratorio. «Sembra un’oasi di America» sorride largo, in maniche di camicia, il dottor Enzo Calautti, 48 anni, di cui tredici spesi negli States, a Boston, a lavorare a progetti di sviluppo della ricerca per la rigenerazione della pelle nei pazienti ustionati e della cornea in chi ha subìto un danno alla superficie oculare.

«Sono stato tentato di rimanere in America, ma tornare a casa mia, a Torino, città bellissima, ha contato di più. Qui mi hanno affidato la direzione di un progetto Telethon». La questione è che qualsiasi ricerca in vitro non può tradursi in sperimentazione clinica senza quel laboratorio attrezzato con impianti sofisticati e chiuso da ormai 16 mesi al primo piano interrato. Accesso possibile solo a pochi addetti, livelli C, B ed A di progressiva decontaminazione, indispensabili perché i processi di purificazione o di coltura «espansiva» di cellule avvengano in condizioni di assoluta sterilizzazione.

«E’ finita l’era della ricerca pionieristica e artigianale delle terapie cellulari. I protocolli internazionali oggi impongono di realizzare la ricerca applicata in strutture che rispondano a standard molti rigidi» dice a sua volta la dottoressa Sara Giunti, dirigente medico universitario. Lei, dopo la laurea, ha lavorato due anni in Australia e nel 2009 è stata inviata in «missione» a Miami per acquisire il background scientifico nell’«isolamento» delle insule pancreatiche sviluppato nel Diabetes Research Institute diretto dal professor Camillo Ricordi.

«Il trapianto di insule pancreatiche veniva eseguito a Torino – spiega la ricercatrice – dal 2004 nel laboratorio delle Molinette. Il programma è stato sospeso per essere trasferito qui, in via Nizza, nel nuovo centro. Non c’è bisogno che io dica che stiamo scalpitando: siamo potenzialmente operativi». A beneficiarne possono esserne i pazienti con diabete di tipo 1: si parte dal trattamento di pancreas espiantato a donatori sani, isolandone le insule, cioè la componente endocrina.

Per isolamento si intende il processo di separazione e purificazione delle insule, che vanno poi «mantenute vive» al fine di verificarne l’adattabilità al trapianto. Una procedura ormai collaudata ma che richiede «una tecnologia sofisticata ed un team addestrato a lavorare su colture cellulari». Manca solo la convenzione con le Molinette che una delibera di giunta regionale del 22 marzo scorso aveva individuato come referente del nuovo «Centro regionale di medicina rigenerativa».

L’Università aveva pronta da nove mesi la sua tissue and cell factory. La Regione la inseriva nella «rete regionale» (con i relativi fondi) per implementare la sperimentazione clinica sui «filoni già avviati a Torino delle insule pancreatiche, della cornea e della cute, oltre che del sangue. Su queste ultime il professor Curtoni aveva cominciato a lavorare molti anni fa», ricordano il direttore del centro, il professor Lorenzo Silengo, e la coordinatrice del corso di laurea in biotecnologie molecolari, la professoressa Fiorella Altruda.

Dov’è che il circuito virtuoso si è inceppato? Per capire si deve passare dalla stanza del direttore generale delle Molinette, Giuseppe Galanzino. La sua risposta è disarmante: «Mancano i fondi per far partire le nuove iniziative. L’anno prossimo, con le prospettive che ci sono oggi, sarà ancor peggio».

Ad aprile la nuova giunta regionale di centrodestra nel varare una politica draconiana della sanità ha stoppato tutti i progetti, quelli di ricerca compresi, staminali comprese. Il professor Silengo non dispera, ha cominciato a far la spola fra via Nizza e la Regione: «L’assessore Caterina Ferrero si è mostrata interessata e disponibile».

Intanto, nell’incubatore delle terapie cellulari, i ricercatori aspettano di potersi mettere al lavoro. Il dottor Alessandro Cignetti vi è stato distaccato dall’ematologia del Mauriziano dopo «due anni e 8 mesi di specializzazione a Seattle». Sul sangue il fronte di ricerca è ampio: procedure consolidate e in fase di sperimentazione. In vista della «fase clinica per cui è prevista al Mauriziano l’apertura di un reparto di ematologia e terapie cellulari con il finanziamento della Compagnia di San Paolo».

Ma si deve poter dar vita a quelle stanze in via Nizza. Silengo: «Senza un’attività pubblica la speranza dei malati si rivolge altrove. Anche ai truffatori che, purtroppo, a Torino non sono mancati».