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Formigoni attacca il Tar: asseconda la deriva abortista

MILANO – Un attacco a muso duro: «Il Tar avalla una deriva abortista». Il governatore Roberto Formigoni contesta il provvedimento del Tribunale amministrativo regionale che, come anticipato ieri dal Corriere della Sera, boccia le restrizioni sull’aborto adottate in Lombardia nel 2008. Una sentenza, quella firmata dal giudice Celeste Cozzi, destinata a riaccendere in Italia le polemiche sulla legge 194 del 1978.

«Viene annullato l’atto di indirizzo con cui la Lombardia invita i propri ospedali a non effettuare interruzioni di gravidanza oltre la 22ª settimana e 3 giorni – ammette Formigoni -. Ora sulla materia è auspicabile un intervento del Parlamento, anche se negli ospedali lombardi non cambierà nulla perché la prassi è ormai consolidata».

Dal punto di vista medico la questione riguarda solo lo 0,2% delle nascite. Ma le implicazioni toccano temi di bioetica tra i più controversi di sempre. In gioco c’è l’aborto dopo i primi 90 giorni (definito terapeutico): la sua disciplina deve trovare l’equilibrio tra il diritto di salute della donna e il diritto alla vita del nascituro. E si apre, poi, il dilemma della rianimazione dei bambini prematuri, con le cure da offrire a un feto che eventualmente sopravviva all’interruzione di gravidanza: prolungare la sua vita, in presenza di gravi malformazioni e danni cerebrali, può rivelarsi solo accanimento terapeutico.

Spiega il governatore Formigoni: «Il provvedimento, ora bocciato dal Tar, si limita a raccogliere le evidenze scientifiche: i progressi delle tecniche di rianimazione soprattutto nei centri all’avanguardia come la Mangiagalli di Milano, hanno anticipato temporalmente la possibilità di vita autonoma di un feto rispetto al 1978. Di qui la scelta di fissare il limite alla 22ª settimana e 3 giorni per l’interruzione di gravidanza terapeutica». Usa toni forti, Formigoni: «La sentenza è antiscientifica e anticlinica».

Per il Tar, però, è «del tutto illogico permettere che possa essere disciplinato differentemente sul territorio nazionale l’accesso alle prestazioni» sanitarie che permettono la tutela dei diritti della madre e del nascituro. Il potere legislativo, insomma, viene riconosciuto solo allo Stato facendo leva sull’articolo 117 della Costituzione. «Eppure sulla pillola abortiva Ru486 viene ammessa una competenza legislativa anche per le Regioni – ribatte Formigoni -. C’è una giustizia che ha due pesi e due misure. Mai in difesa, però, dei provvedimenti pro-vita».

Tutto inizia con la delibera della giunta lombarda del 22 gennaio 2008 sulle «Linee di attuazione operativa della legge 194 nelle strutture sanitarie della Lombardia». Un documento che – come viene messo in evidenza già nella sua prima pagina – è stato studiato insieme a ginecologi e neonatologi di spicco della Lombardia. «Non viene calata dall’alto nessuna disciplina come sostiene il Tar – insiste Formigoni -.

Ma si indicano a tutti gli ospedali lombardi le migliori pratiche definite in accordo con i più noti professionisti che operano in Lombardia, anche di opposto orientamento politico». Tra gli esperti chiamati in causa ci sono, per esempio, il ciellino Luigi Frigerio dei Riuniti di Bergamo e la «non obiettrice di coscienza» Alessandra Kustermann della Mangiagalli. Non c’è da sorprendersi, per Formigoni: «I medici hanno già adottato spontaneamente negli anni le pratiche oggi contestate dal Tar.

È il motivo per cui negli ospedali lombardi continueranno a essere utilizzate nonostante il provvedimento del Tribunale amministrativo regionale».

Ma nella sua sentenza il Tar sottolinea: così la Lombardia «contravviene alla chiara decisione del legislatore nazionale (non frutto di una svista, ma al contrario scelta precisa, consapevole e ponderata) di non interferire in un giudizio volutamente riservato agli operatori» per «non imbrigliare in una disposizione legislativa parametri che possono variare a seconda delle condizioni sempre diverse», e «soprattutto del livello raggiunto dalle acquisizioni scientifiche e sperimentali in dato momento storico».

Nel mirino del Tar, che è intervenuto su richiesta di 8 medici appoggiati dai sindacati, anche la decisione di fare compilare il certificato per l’interruzione di gravidanza da almeno due ginecologi e di prevedere l’intervento di uno psicologo. Il ricorso è stato presentato dagli avvocati Vittorio Angiolini, Ileana Alesso e Marilisa D’Amico. «Quello di Formigoni è stato uno sbaglio, la 194 non si tocca», esulta il senatore del Pd Ignazio Marino.

Soddisfazione anche da Sinistra ecologia e libertà: «Nel tentativo di ostacolare le donne nella loro libera scelta, Formigoni ha voluto utilizzare una discrezionalità che non gli è data». E il ginecologo Silvio Viale, presidente di Radicali italiani, noto per avere introdotto la RU486 in Italia, ammonisce: «La politica non deve ostacolare, ma sostenere chi applica la legge 194». Ma il dibattito non appare destinato a chiudersi.

Per il presidente dell’Udc Rocco Buttiglione è urgente portare in Parlamento la sua proposta per limitare l’aborto alla ventesima settimana di gravidanza.