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«Test di medicina, il solo meritocratico»

Martedì pomeriggio, di ritorno dal reparto ospedaliero che sto frequentando per potermi abilitare alla professione di medico chirurgo e prima di cominciare a studiare per l’esame di Stato, ho fatto un salto su Corriere.it e mi sono imbattuta nell’intervista estrapolata da Ok Salute al dott. Alberto Zangrillo. E così ho potuto leggere – con grande commozione – del suo dispiacere di padre di fronte a un figlio, così meritevole e perfetto per la professione medica, che non è riuscito a superare l’INIQUO test di ingresso di Medicina.

È buffo notare come la mia esperienza discordi totalmente con quella del dottor Zangrillo e di suo figlio: il caso voglia che il test di ingresso per la facoltà di Medicina, attualmente ministeriale, con domande a risposta multipla casuali e non estratte da un database presistente, sia l’unico (assieme a quello per l’ingresso al corso di Medicina generale) in tutto il panorama della facoltà e del post-laurea ad essere realmente meritocratico.

Esso, pur con molti limiti, ha al momento il grande, grandissimo merito di far si che i più bravi e preparati (pur senza conoscere alcun professorone o alcun parlamentare che possa dargli “un aiutino”) riescano a mettere a frutto gli anni di studio e le proprie conoscenze, e riescano a inserirsi nell’ambito della sanità, ambito che dovrebbe accogliere solo i “migliori” perché vi si gioca la vita delle persone, ma che spesso invece va ad accogliere “i più conosciuti” o “i più sponsorizzati” a discapito della qualità del servizio erogato.

A dirla tutta, leggendo il testo dell’articolo (cosa che ho fatto ripetutamente), non si riesce bene a capire quale sia la critica di base che Zangrillo fa a questo famigerato test di ingresso: il problema è il numero eccessivo delle domande in poco tempo? O forse che l’emozione gioca brutti scherzi? Oppure che le materie su cui verte il test sono troppo numerose?

Qualsiasi sia la risposta, occorre ricordare al dott. Zangrillo che spesso in medicina ci si trova a combattere con l’emozione e con l’ansia, e che forse un ragazzo o una ragazza che si fanno prendere dal panico per un test a risposta multipla non sono poi così indicati per il ruolo del medico che spesso è costretto a lavorare sotto tensione.

O ancora: se un ragazzo non riesce a rispondere a quelle domande così numerose in così poco tempo, mentre altri suoi coetanei che partono dalle medesime possibilità vi riescono, forse non può essere inserito nel gruppo dei “più meritevoli”. O ancora: se le materie del test di ingresso sembrano al dottor Zangrillo troppo numerose, forse dovrebbe dare un’occhiata al numero attuale di esami e materie che uno studente di medicina deve affrontare per il conseguimento della laurea.

O forse, e questo è quello che pensa la sottoscritta e che qualsiasi persona onesta intellettualmente e che si sia almeno una volta scontrata con l’ambiente medico, così ricco di favori, nepotismo e “figli di”, il vero problema per il dottor Zangrillo è che questo è un test che bypassa qualsiasi tipo di raccomandazione: questo sì che è un vero problema.

Perchè un test in cui mamma e papà non possono aiutarti, dove non conta se sei figlio del medico di Berlusconi o del falegname che non sa con certezza dove sia situata la colecisti, è un test che dà la certezza all’utente di trovarsi, un domani, non di fronte al solito “figlio di” col nome famoso e che poi magari non riconosce un tumore quando lo dovrebbe fare, ma di fronte a medici preparati che, pur con tutti i limiti umani che ciascuno può avere, hanno studiato e si sono preparati a dovere per ricoprire l’incarico che hanno.

Certo, comprendo che il dottor Zangrillo preferirebbe per l’accesso alla facoltà di Medicina un concorso simile a quello per l’accesso alle Scuole di Specializzazione: là è probabile che suo figlio e i tanti, tantissimi “figli di” che affollano gli ospedali e le università, potrebbero arrivare addirittura primi.

Là, dove il potere è tutto in mano ai direttori di Specializzazione, dove i cognomi stranamente sono tutti molto simili, dove la seconda prova (discussione di un caso clinico) è miracolosamente svolta bene da ragazzi che fino all’anno prima balbettavano a tutti gli esami frasi incomprensibili e logicamente non corrette (salvo poi avere sul libretto fior fior di trenta). È strano che su questo test di ingresso nessuno (tranne i poveri studenti che non conoscono nessuno di famoso) abbia mai niente da ridire.

Trovo assurdo che un giornale come Corriere possa dare spazio a un’intervista del genere, almeno (per par condicio) riportate anche l’intervista a uno dei tanti ragazzi che, entrati tra i primi posti al test di ingresso a medicina, laureatisi in tempissimo con 110 e lode, si sono visti superare al concorso di specializzazione dal raccomandato di turno. Chiedete a loro, quale dei due concorsi possa dirsi meritocratico.

Lettera firmata