Federazione Sindacati Indipendenti

Tasso aziendale, infortuni, rapporti, precisazioni

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 9 febbraio – 30 marzo 2010, n. 7668

(Presidente Sciarelli – Relatore Amoroso)

Svolgimento del processo

1. Con ricorso depositato il 9 gennaio 1996, la s.r.l. Magis chiedeva al Giudice del lavoro di Taranto che l’Inail fosse condannato alla restituzione delle somme pagate in eccedenza rispetto a quelle realmente dovute, giacché nel periodo dal 1985 al 1992, aveva corrisposto premi assicurativi computati sulla base di tassi superiori a quelli da considerare e di un tasso specifico aziendale determinato con criteri diversi da quelli utilizzati per la determinazione del tasso medio, senza peraltro aver mai ricevuto alcuna comunicazione di aumento del tasso.

L’Inail, costituitosi, contestava la domanda e, in via riconvenzionale, chiedeva la condanna della ricorrente al pagamento dei premi assicurativi relativi al secondo semestre del periodo dal 1988 al 1996 in base ai tassi risultanti dalla classificazione dell’attività esercitata attribuita all’esito di specifici accertamenti.

Il giudice adito, con sentenza in data 3.2.2004-11.5.2004, rigettava la domanda e, in parziale accoglimento di quella riconvenzionale, condannava la società a pagare all’Inail i premi assicurativi in riferimento al periodo indicato con le percentuali all’uopo specificate.

2. La società proponeva appello del quale l’Inail costituitosi chiedeva il rigetto.

Con sentenza del 27 settembre – 25 novembre 2005 la Corte d’appello di Lecce rigettava l’impugnazione, compensando le spese del grado.

3. Avverso tale sentenza la società ha proposto ricorso per cassazione, contro il quale l’Inail resiste con controricorso.

Fissata la trattazione del ricorso in camera di consiglio, il Procuratore Generale concludeva per il rigetto.

La società ha anche depositato memoria.

Motivi della decisione

1. Con il ricorso, articolato in tre motivi, la società ricorrente denuncia la violazione dell’art. 40 d.P.R. n. 1124 del 1965 nella determinazione del tasso specifico aziendale; contesta l’affermazione della sentenza impugnata secondo cui la questione della mancata comunicazione era stata posta per la prima volta in appello; nega che fosse mancata un’adeguata contestazione del mutamento (in via retroattiva) della classificazione operata dall’INAIL.

2. Il ricorso – i cui tre motivi possono essere esaminati congiuntamente – è infondato.

Come ha osservato il Procuratore Generale, il contributo dovuto dall’azienda all’Inail è determinato dal tasso medio nazionale, mentre il tasso specifico aziendale serve esclusivamente per apportare al tasso medio alcune variazioni percentuali marginali che sono dirette a premiare le aziende meno sinistrogene e a sanzionare quelle più sinistrogene della media (nella determinazione del tasso specifico aziendale, cosi come per il tasso medio nazionale, concorrono tre voci: la prima, denominata tasso puro di tariffa e definita come relativa agli oneri diretti relativi ai casi definiti del triennio di riferimento; la seconda definita come riserva sinistri; la terza denominata caricamento e definita come relativa agli oneri indiretti; è evidente che la sinistrosità specifica aziendale influisce sulla prima di tali tre voci). La determinazione del tasso specifico serve esclusivamente per individuare quali imprese presentano un andamento infortunistico migliore della media e quali aziende presentano un andamento infortunistico peggiore della media per applicare alle prime un’aliquota contributiva inferiore e alle seconde un’aliquota contributiva maggiore.

La ricorrente in effetti ha invocato un orientamento giurisprudenziale che ha accolto la tesi secondo cui il tasso specifico aziendale determina in base ai sinistri avvenuti realmente nel triennio e nell’ambito della singola azienda è seguita dal maggior numero di sentenze (Cass. 3 aprile 1993 n. 4036, 8 giugno 1996 n. 5937, 28 marzo 2000 n. 3767), sicché tale tasso, proprio per la sua specificità, non potrebbe essere ricavato dai bilanci consuntivi dell’INAIL, necessariamente riferiti ad una media nazionale.

Ma questo orientamento, che si poneva in contrasto con altro orientamento, è stato smentito dalle Sezioni Unite (Cass., Sez. Un., 11 giugno 2001, n. 7853) che, al contrario, componendo il contrasto di giurisprudenza, hanno affermato che i fini della determinazione del premio dovuto dalle aziende industriali per l’assicurazione dei dipendenti contro gli infortuni e le malattie professionali, nel calcolo del tasso specifico aziendale devono essere inclusi gli oneri per i casi di infortunio e di malattia professionale ancora da definire alla data di tale calcolo (riserva sinistri), anche quando nell’azienda non si siano verificati infortuni nel periodo considerato; ed infatti il detto tasso specifico aziendale è stato previsto dal D.M. 18 giugno 1988 e dai precedenti decreti (contenenti le tabelle di classificazione delle diverse lavorazioni con i corrispondenti tassi di tariffa, nonché i criteri di determinazione del tasso specifico aziendale) con riferimento non all’andamento infortunistico della singola azienda, bensì al rapporto tra l’andamento infortunistico in ciascuna categoria di lavorazione ed il numero di lavoratori assicurati nelle singole imprese, in corrispondenza di un principio di mutualità tra le imprese assicuranti, che – salvaguardando l’equilibrio finanziario dell’ente assicuratore e ripartendo gli effetti dei sinistri fra le imprese – consente di evitare che l’assenza di eventi dannosi per una pluralità di imprese e la conseguente riduzione contributiva, eventualmente assai consistente nel complesso, si traduca in un pesante aggravio per le imprese colpite da sinistri o si ripercuota sul bilancio dell’ente assicuratore, mentre l’assenza di sinistri per la singola azienda può eventualmente comportare per quest’ultima il beneficio di una riduzione del tasso, una volta che questo sia stato determinato previa inclusione della detta riserva (ex art. 20, quarto comma, del citato D.M. del 1988).

Quindi il tasso aziendale non si riferisce all’andamento infortunistico della singola impresa bensì al rapporto tra l’andamento infortunistico in ciascuna categoria di lavorazione ed il numero dei lavoratori assicurato nelle singole imprese, nonché le loro retribuzioni.

In tal modo gli oneri presunti vengono distribuiti secondo un criterio di probabilità basato su gruppi di imprese, in modo che il rischio venga ripartito secondo il criterio mutualistico, proprio dell’assicurazione.

Il criterio probabilistico, inoltre, sottostà a tutta la tecnica assicurativa e deve governare anche la determinazione dei tassi specifici (la assenza di infortuni o di malattie nella singola azienda non influisce sulla probabilità di sinistri futuri). Per tal motivo il d.m. del 2000 chiarisce nell’art. 22, comma 3, che gli oneri presunti debbono essere calcolati a stima su base nazionale e attribuiti alle singole posizioni assicurative con criterio statistico attuariale.

In particolare dagli artt. 19 e 20 del cit. dm del 1988 – si ricava che il tasso specifico aziendale deve essere rappresentativo dell’andamento degli infortuni nell’azienda – in termini di peso finanziario degli infortuni stessi – in paragone all’andamento medio degli infortuni nel settore. E quindi il tasso specifico aziendale – stabilisce l’art. 20 del dm del 1988 – è quello dato dal rapporto tra oneri e retribuzioni riscontrabile nell’azienda.

Questo è – semplificando – il meccanismo previsto dalla legge, rispetto al quale le censure esposte nel ricorso non hanno congruenza.

4. Neppure ha fondamento il secondo motivo di ricorso: il difetto di motivazione della comunicazione dell’INAIL era censura nuova in appello, come verificato dalla Corte territoriale, mentre il rilievo di segno contrario della ricorrente appare generico ed inidoneo ad inficiare la lettura degli atti che ha fatto la Corte salentina. Spetta ai giudici di merito l’interpretazione e la ricognizione della portata delle singole eccezioni in punto di fatto sollevate dalle parti nel corso del giudizio.

Infondato è anche il terzo motivo essendo parimenti generica la contestazione della non corrispondenza dell’attività dell’azienda – attività di escavazione – rispetto a quanto accertato dall’INAIL e verificato, in punto di fatto, dalla Corte d’appello. In ogni caso si tratta di tipica valutazione rimessa ai giudici di merito e non censurabile in sede di legittimità.

3. Il ricorso va quindi rigettato.

Alla soccombenza consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali di questo giudizio di cassazione nella misura liquidata in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di cassazione liquidate in euro 16,00 per esborsi ed oltre euro 3.000,00 per onorario d’avvocato ed oltre IVA, CPA e spese generali