Federazione Sindacati Indipendenti

Dubbi e criticità della nuova disciplina introdotta dal Collegato lavoro

 

Il Tribunale di Busto Arsizio, con decisione del 29 novembre 2010 n. 528, nel riconoscere la nullità del termine apposto al contratto, per la totale mancanza delle ragioni tecniche, organizzative, produttive e sostitutive previste dall’art. 1 del D.Lgs. n. 368/2001 – si trattava, peraltro, di un lavoratore assunto dalle liste di mobilità ai sensi dell’art. 8 della L. n. 223/1991 – ha dato applicazione alla indicata disposizione prevedendo da un lato, la conversione automatica del contratto, per nullità del termine e, dall’altro, la condanna del datore di lavoro al pagamento sia delle retribuzioni nel frattempo maturate, sia dell’indennità risarcitoria prevista dalla novella.

Appare, dunque, necessario, valutare brevemente la portata di tale interpretazione nel contesto della disciplina del contratto a termine – anche tenendo conto delle peculiarità dell’assunzione dei lavoratori dalle liste di mobilità – ma, soprattutto, nel contesto delle finalità che il legislatore ha voluto perseguire con la indicata disposizione della L. n. 183/2010.

Va, infatti, ricordato che la disciplina in materia di contratto a termine di cui al D.Lgs. n. 368/2001, di derivazione comunitaria (Dir. CE n. 1999/70), mira a regolare l’assunzione del lavoratore a tempo determinato, come eccezione alla regola dell’assunzione a tempo indeterminato.

Tale criterio è stato riaffermato anche dalla più recente giurisprudenza, la quale ha precisato che “l’art. 1 del D.Lgs. n. 368/2001,(…), ha confermato il principio generale secondo cui il rapporto di lavoro subordinato è normalmente a tempo indeterminato, costituendo l’apposizione del termine un’ipotesi derogatoria pur nel sistema, del tutto nuovo, della previsione di una clausola generale legittimante l’apposizione del termine “per ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” (Cass. Sez. Lav. 21 maggio 2008 n. 12985).

Il decreto, tuttavia, all’art. 10, comma 6 nel prevedere che “restano in vigore le discipline di cui all’art. 8, comma 2 della L. n. 223/1991”, pare sottolineare che, in presenza di una motivazione finalizzata al reimpiego del lavoratore, quale quella relativa all’assunzione dello stesso dalle liste di mobilità, è possibile prescindere dalla causale perché attratta nella più mirata finalità della ricollocazione al lavoro perseguita dalla norma speciale (Cfr. sul punto Tribunale di Bolzano 24 novembre 2009; Cass. Sez. Lav. 20 giugno 2008, n. 16871 e Cass. Sez. Lav. 10 luglio 2000, n. 9174). In tale contesto normativo, l’effetto che la legge riconduce al riconoscimento della nullità del termine apposto al contratto – per mancanza della causale – è quello della conversione del rapporto di lavoro in rapporto di lavoro a tempo indeterminato con le conseguenze risarcitorie proprie di tale conversione, vale a dire la condanna al pagamento delle retribuzioni non percepite fino al momento della effettiva riammissione in servizio del lavoratore. Retribuzioni che decorrono, secondo consolidato orientamento, non dalla scadenza del contratto ma dall’atto di messa in mora del datore di lavoro, cioè dall’effettiva offerta della propria prestazione da parte del lavoratore il cui contratto a termine sia venuto a scadenza.

E’ fuor di dubbio che se tra l’atto di offerta della prestazione e la decisione di riammissione in servizio scaturente dal relativo giudizio, dovesse decorrere un notevole lasso di tempo, l’effetto risarcitorio proprio della conversione del rapporto di lavoro di lavoro in rapporto a tempo indeterminato sarebbe particolarmente rilevante in termini economici, determinando un effetto non dissimile da quello che si realizza nei casi di riconoscimento dell’illegittimità del licenziamento intimato nell’area della tutela reale, comportante la reintegrazione nel posto di lavoro.

Proprio al fine di evitare effetti risarcitori eccessivi il legislatore, già nel 2008 era intervenuto con il D.L. n. 112/2008, convertito con modificazioni in L. n. 133/2008, inserendo nel D.Lgs. n. 368/2001, l’articolo 4bis il quale prevedeva: “con riferimento ai soli giudizi in corso alla data di entrata in vigore della presente disposizione – cioè il 22 agosto 2008 – e fatte salve le sentenze passate in giudicato, in caso di violazione delle disposizioni di cui agli articoli 1, 2 e 4, il datore di lavoro è tenuto unicamente ad indennizzare il prestatore di lavoro con un’indennità di importo compreso tra un minimo di 2,5 ed un massimo di sei mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell’articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni”.

Tale norma è stata dichiarata illegittima con sentenza della Corte Costituzionale n. 214/2009 in quanto prevede, per situazioni di fatto identiche (contratti di lavoro a tempo determinato stipulati nello stesso periodo, per la stessa durata, per le medesime ragioni ed affetti dai medesimi vizi) discipline sostanziali diverse (da un lato, secondo il diritto vivente, conversione del rapporto in rapporto a tempo indeterminato e risarcimento del danno, dall’altro, erogazione di una modesta indennità economica), per la mera e del tutto casuale circostanza della pendenza di un giudizio alla data (anch’essa sganciata da qualsiasi ragione giustificatrice) del 22 agosto 2008 (giorno di entrata in vigore della disposizione riconosciuta costituzionalmente illegittima).

La previsione dell’art. 32, comma 5 e segg. della L. n. 183/2010 – Collegato Lavoro – mirava, nel disegno del Legislatore, ad aggirare le difficoltà che avevano caratterizzato la formulazione della norma precedente e che avevano portato alla dichiarazione di incostituzionalità, ma ha di fatto posto altri problemi interpretativi. In particolare, anche da quanto è emerso da parte dei primi commenti, è dubbio se il legislatore abbia voluto considerare l’indennità risarcitoria:

  • sostitutiva della conversione del rapporto di lavoro e di ogni indennità risarcitoria ad essa connessa: interpretazione che non pare supportata né dalla lettera della norma che parla espressamente di “nei casi di conversione del contratto a tempo determinato” aggiungendo poi l’indennità risarcitoria, né dal confronto con la simile previsione di cui all’art. 50 della Legge per i contratti di collaborazione a progetto dove, invece, si dice che “il datore di lavoro è tenuto unicamente (…)”;
  • alternativa rispetto alle retribuzioni perse nel periodo intercorrente tra la data di cessazione del rapporto – o di messa in mora del datore di lavoro – e la data della riammissione in servizio, ferma restando la conversione del rapporto a tempo indeterminato;
  • aggiuntiva rispetto sia alla conversione del rapporto di lavoro, sia alle retribuzioni perse. Secondo la teoria allo stato più accreditabile, supportata anche da recentissima giurisprudenza di merito (Trib. Milano, Sez. Lav. 29 novembre 2010 nn. 4966 e 4971), in considerazione del fine sopra esplicitato, nonché del criterio di interpretazione letterale della norma, che qualifica l’indennità risarcitoria come onnicomprensiva, la stessa dovrebbe intendersi inclusiva di ogni risarcimento spettante al lavoratore, rimanendo salva la conversione del contratto a termine in contratto a tempo determinato.

La recente decisione del Tribunale di Busto Arsizio apre, invece, la strada all’ultima delle ipotesi interpretative indicate.

Orbene, se la finalità del Legislatore era quella di porre un limite al risarcimento posto a carico del datore di lavoro, nei casi di riconosciuta nullità del termine apposto al contratto di lavoro, per effetto anche della durata del processo, la decisione in commento pare contraddire proprio l’indicata finalità determinando, addirittura, un effetto “moltiplicatore” per le indennità risarcitorie poste a carico del datore di lavoro nei casi di conversione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

A questo va aggiunto poi che i dubbi di legittimità costituzionale che hanno coinvolto la disposizione di cui all’art. 4 bis del D.Lgs. n. 368/2001, sono stati appena riproposti anche con riferimento alla disposizione di cui all’art. 32, commi 5, 6 e 7 della L.n. 183/2010. Il Giudice del Tribunale di Trani ha infatti, con ordinanza del 20 dicembre 2010, sollevato la questione di legittimità delle disposizioni appena indicate con riguardo agli artt. 3, 11, 24, 101, 102, 111 e 117 Cost. principalmente per la disparità di trattamento che verrebbe a determinarsi per effetto della previsione di un’indennità omnicomprensiva diretta a “contenere le lungaggini del processo” per non parlare della perdita del diritto alla ricostruzione previdenziale del rapporto di lavoro.

Per il giudice del Tribunale di Trani “non avrebbe alcun senso logico (prima ancora che giuridico) parlare di conversione (e, quindi di ricostruzione ex tunc) di un rapporto, se a questa non si ricolleghi pure il diritto del lavoratore a percepire – così come accade per i licenziamenti illegittimi intimati in area di stabilità reale – tutte le retribuzioni (a partire dalla lettera di messa in mora e fino all’effettiva reintegra, al netto dell’alinde perceptum) e, soprattutto, il diritto a beneficiare della regolarizzazione della posizione contributiva”.

Il dibattito è ormai aperto e non resta che attendere, a questo punto, quali ulteriori sviluppi i giudici vorranno fornire in merito alla prima applicazione della nuova legge.

 

Autore: Luca Failla e Francesco Rotondi