Federazione Sindacati Indipendenti

SPESA SANITARIA: L’ITALIA UN PAESA DA IMITARE

 

Nel 2002 l’Italia era passata al sedicesimo posto, nel 2003 al diciassettesimo e nel 2004 al diciannovesimo posto, superata stabilmente da Regno Unito, Irlanda, Finlandia, e per qualche anno insidiata da Giappone e Grecia.

 

STESSO POSTO PER DUE CLASSIFICHE

Esistono due modi per misurare la posizione relativa di un paese nei confronti degli altri: il primo è attraverso la spesa pro-capite (in dollari a parità di potere d’acquisto), il secondo come incidenza percentuale della spesa sanitaria sul Pil. La spesa da considerare è quella corrente totale (pubblica e privata), esclusi gli investimenti. (1)
Secondo la prima graduatoria, l’Italia con 3.020 dollari (in ppa) nel 2009 è superata non solo dai maggiori paesi (Usa 7.598 dollari, Canada 4.139, Germania 4.072, Francia 3.872, Regno Unito 3.311), ma anche da piccoli paesi come Svizzera, Paesi Bassi, Norvegia, Danimarca, Austria, Belgio (vedi tabelle 1A e 1B). Oggi è sotto la media dei paesi Ocse. La classifica cambia poco se si considera la sola spesa sanitaria pubblica. L’Italia perde quattro posizioni nell’ultimo decennio, passando dal quattordicesimo al diciottesimo posto.

Anche secondo l’altra classifica l’Italia si colloca oggi al diciottesimo posto con il 9,1 per cento sul Pil, dopo aver tenuto per un decennio la quattordicesima-sedicesima posizione. È stata superata nel 2009 da Portogallo, Grecia, Spagna e Regno Unito. I maggiori paesi hanno da tempo oltrepassato la soglia del 10 per cento: Francia (11,5 per cento), Germania (11,2 per cento), Canada (10,8 per cento), per non dire degli Stati Uniti, che hanno raggiunto addirittura il 16,6 per cento . La graduatoria si basa sul rapporto tra due grandezze e dunque risente dell’andamento del Pil (al denominatore), che negli ultimi anni è crollato o è rimasto fermo.

Ma la perdita di posizioni non è una cattiva notizia, anzi è ottima, perché l’Italia dimostra di avere saputo controllare la dinamica della spesa più e meglio di altri paesi. Tra il 2000 e il 2009 il tasso di crescita reale (depurato dell’inflazione) della spesa pro-capite è stato in Italia dell’1,6 per cento all’anno, contro una media Ocse del 4 per cento, percentuale che ci colloca al terzultimo posto per incremento. Nello stesso periodo nel Regno Unito la crescita annua è stata del 4,8 per cento, in Spagna del 4 per cento, in Grecia del 6,9 per cento, negli Usa del 3,3 per cento.

Una crescita inferiore alla media Ocse si era registrata anche nel decennio precedente (2 per cento per l’Italia contro il 3,7 per cento dell’Ocse), segno che la politica di controllo della spesa, perseguita da tutti i governi in carica, ha avuto successo. Senza peraltro fare troppi danni, perché l’Italia è pur sempre al terzo posto in assoluto per aspettativa di vita (81,8 anni), dietro a Giappone e Svizzera. Spendere di meno o di più non implica di per sé un peggioramento o un miglioramento delle condizioni di salute: non c’è a tutt’oggi evidenza scientifica di questa relazione. Il nostro paese segue da anni un sentiero virtuoso per la sanità (statisticamente provato), spendendo quanto il livello di sviluppo economico ci “permette” di spendere. Non vive al di sopra dei propri mezzi, come sembra invece accadere per Germania, Francia, Canada, Svizzera, Grecia, Portogallo e, soprattutto, Stati Uniti.

Dunque, se non fosse per le pessime condizioni della finanza pubblica e l’impegno ad azzerare il deficit, non vi sarebbe ragione di negare risorse a una crescita “fisiologica” della sanità italiana (+1,6 per cento reale e +2 per cento di crescita dei prezzi). Come fa invece la manovra finanziaria, che prevede solo un +1 per cento sull’intero triennio. È la solita – ma efficace – politica del sotto-finanziamento, che ha prodotto alcuni guasti, ma garantito il controllo della spesa (deficit compresi). In attesa di mettere mano ai veri sprechi della sanità.

(1) Diversamente dall’Ocse, che abitualmente li include.

 

spesa_sanitaria_1

 

 

spesa_sanitaria_2

 

 

 

di Vittorio Mapelli