Federazione Sindacati Indipendenti

Recesso, datore di lavoro, accordi sindacali, lavoratori, rifiuto, nuovo posto

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 6 ottobre – 25 novembre 2010, n. 23922

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza depositata il 27 febbraio 2007 la Corte d’appello di Milano, in riforma della decisione del Tribunale della stessa città, giudice del lavoro, n. 424 del 2005, respingeva la domanda della società SERVAIR AIR CHEF s.r.l., intesa alla declaratoria di legittimità del licenziamento intimato ai dipendenti Gennaro *** e Vincenzo *** per giustificato motivo soggettivo. Per quanto rileva nella presente sede di legittimità, la Corte d’appello osservava che: a) i lavoratori, ex dipendenti della società GESAC, avevano ottenuto dal Tribunale di Napoli, in via cautelare, l’ordine di revoca del trasferimento disposto dalla datrice di lavoro dall’aeroporto di Capodichino allo scalo di Firenze, e ciò in virtù di accordi sindacali – intervenuti all’atto del loro passaggio dalla precedente datrice di lavoro alla società SERVAIR CHEF – che garantiva ai lavoratori della GESAC la inamovibilità dall’originario luogo di lavoro; b) dopo circa due mesi, in data 22 aprile 2004, la SERVAIR aveva comunicato la disdetta degli indicati accordi sindacali e confermato i trasferimenti all’aeroporto di Firenze, ma i lavoratori non si erano presentati per prendere servizio nel nuovo luogo di lavoro, ritenendo illegittimo il trasferimento, e la società aveva intimato il licenziamento; c) il comportamento della società doveva ritenersi, in effetti, non conforme a correttezza e buona fede, poiché si era risolto nella unilaterale disdetta di accordi sindacali, in ordine alla cui efficacia era pendente l’accertamento giudiziale, al fine di sottrarsi all’ordine del giudice, disposto in via cautelare, di revocare i trasferimenti; d) il rifiuto dei lavoratori di prendere servizio presso lo scalo di Firenze era dunque giustificato, sì che il conseguente licenziamento intimato dalla datrice di lavoro doveva considerarsi illegittimo.

2. Avverso tale sentenza la società propone ricorso per cassazione deducendo due motivi di impugnazione, illustrati con memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c. I lavoratori resistono con controricorso.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione degli art. 342 e 434 c.p.c. per avere la Corte d’appello “erroneamente riformato la sentenza impugnata per una ragione non indicata nei motivi di appello”.

2. Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 39 Cost. e degli art. 1373 e 1375 c.c. Si domanda alla Corte di affermare che al datore di lavoro sia consentita la disdetta, per il futuro, di accordi collettivi senza termine di durata e di escludere che tale disdetta integri una condotta contraria a buona fede e correttezza.

3. Il primo motivo è inammissibile, poiché avverso sentenza pubblicata il 27 febbraio 2007, per la quale trova applicazione la disciplina introdotta dal decreto legislativo n. 40 del 2006, l’illustrazione delle censure non si conclude con le formulazioni e le indicazioni prescritte dall’art. 366 bis c.p.c. Al riguardo, le Sezioni unite di questa Corte hanno già affermato che il quesito di diritto deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la Corte di cassazione in condizione di rispondere ad esso con l’enunciazione di una regula juris che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all’esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata; ciò vale a dire che la Corte di legittimità deve poter comprendere dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico – giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare: in conclusione, l’ammissibilità del motivo è condizionata alla formulazione di un quesito, compiuta e autosufficiente, dalla cui risoluzione scaturisca necessariamente il segno della decisione (cfr., ex plurimis, Cass., sez. un., n. 18759 del 2008; id., n. 3519 del 2008, e altre successive conformi).

Nel caso di specie, la parte ricorrente non ha adempiuto all’onere, dai contenuti sopra precisati, della proposizione di una valida impugnazione, poiché in calce al ricorso viene formulato un quesito del tutto generico, limitato alla sola richiesta alla Corte di accertare se il giudice di appello possa riformare la sentenza di primo grado per ragioni non contenute nei motivi di gravame: una formulazione in tal modo del motivo di ricorso – come le Sezioni unite di questa Corte hanno precisato – equivale ad un’omessa formulazione, siccome la norma, se detta una prescrizione di ordine formale, incide anche sulla sostanza dell’impugnazione, imponendo al ricorrente di chiarire, con il quesito e con l’indicazione specifica di cui all’art. 366 bis c.p.c., l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in relazione alla concreta fattispecie; né alla carente indicazione si può sopperire integrando il quesito con le deduzioni articolate nella trattazione del motivo.

2. Il secondo motivo non è fondato.

Le censure della società ricorrente si compendiano nella affermazione della facoltà datoriale di disdetta degli accordi sindacali relativi alla inamovibilità dei lavoratori odierni intimati, siccome la disdetta operata de futuro non implicava, nella specie, la violazione dei diritti già sorti. In tal modo, però, l’impugnazione non investe la ratio che sorregge la decisione della Corte d’appello, così come esattamente rilevato dai controricorrenti. Ed infatti la violazione dell’obbligo di buona fede e correttezza è stata precisamente individuata, nella statuizione qui censurata, nel comportamento della società che “nelle more dell’accertamento giudiziale sulla portata degli accordi e la verifica degli impegni assunti, sceglie di disdettarli, con il pratico risultato di sottrarsi all’ordine giudiziale che, sia pure in sede di cognizione sommaria della fase cautelare, ne aveva stabilito il rispetto”. Con ciò, il giudizio applicativo di norme elastiche, quali quelle che prescrivono il dovere di correttezza e di buona fede dei contraenti (art. 1175, 1375 c.c.), viene riferito dal giudice di merito, non tanto al recesso unilaterale della società datrice di lavoro dagli obblighi assunti negli accordi de quibus, di per sé considerato, quanto all’essersi sottratta al provvedimento emesso dal giudice in via cautelare, sì da impedire l’accertamento giudiziale, in sede di cognizione ordinaria, circa la portata e gli effetti degli impegni assunti in sede sindacale; la quale ratio decidendi, peraltro, è in linea con le precisazioni fornite dalla giurisprudenza di questa Corte in ordine alla rilevanza, ai fini della individuazione della violazione delle clausole generali di correttezza e buona fede da parte del datore di lavoro, di comportamenti atipici, eventualmente connessi all’esercizio improprio, o vessatorio, di facoltà pure ricomprese nei poteri dell’imprenditore (cfr. Cass. n. 6763 del 2002; n. 9501 del 1995), sì che le predette clausole assurgono, anche in tal caso, a norme integrative del contratto di lavoro in relazione all’obbligo di solidarietà imposto alle parti contraenti dalla comunione di scopo che entrambe, sia pure in diversa e talora opposta posizione, perseguono nel sinallagma contrattuale. Se non che a tali profili, pure determinanti nell’impianto decisionale della Corte di merito, non corrisponde una specifica critica della ricorrente, le cui deduzioni – riferendosi esclusivamente a profili diversi, rimasti indiscussi nella decisione di merito, relativi ai poteri di autonomia e di disdetta unilaterale dell’azienda – si rivelano ininfluenti.

3. In conclusione, il ricorso è respinto. Le spese del giudizio sono compensate in ragione della particolarità della fattispecie e dell’esito alterno dei giudizi di merito.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di cassazione