Federazione Sindacati Indipendenti

Superamento, periodo di comporto, licenziamento, malattia, legittimità

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 5 ottobre – 25 novembre 2010, n. 23920

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte d’appello di Catania, in riforma della decisione del Tribunale della stessa città, giudice del lavoro, in data 19 gennaio 2005, respingeva la domanda di N..B. , dipendente della società cooperativa agricola X r.l., intesa ad impugnare il licenziamento intimatogli il 25 settembre 2003 per superamento del periodo di comporto previsto dal contratto collettivo, pari a dodici mesi durante l’arco degli ultimi ventiquattro mesi.

Per quanto rileva nella presente sede di legittimità, la Corte d’appello osservava che: a) la datrice di lavoro non era tenuta a comunicare i singoli giorni di assenza per malattia, così come preteso dal dipendente; b) il periodo di comporto previsto dal c.c.n.l. era stato superato, in quanto il B. era rimasto assente per 364 giorni negli ultimi ventiquattro mesi, non potendosi, peraltro, condividere l’assunto del lavoratore, secondo cui il calcolo delle assenze andava effettuato “a mese” computando solo le assenze continuative di un mese, né potendosi escludere dal calcolo il periodo di assenza – dedotto dal lavoratore – successivo ad infortunio sul lavoro, pari a 133 giorni (dal 30 dicembre 2002 all’11 maggio 2003), che per tale periodo l’INAIL non aveva riconosciuto l’esistenza di una “ricaduta” connessa all’infortunio; c) non poteva configurarsi una violazione del principio dell’immediatezza del recesso, poiché il lasso di cinque mesi fra il superamento del periodo di comporto e il licenziamento doveva ritenersi congruo, anche in relazione alla necessaria valutazione datoriale circa le gravi conseguenze del recesso in pregiudizio del lavoratore.

2. Avverso tale sentenza il B. propone ricorso per cassazione deducendo cinque motivi di impugnazione, illustrati con memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

La società resiste con controricorso.

Considerato in diritto

1. In via preliminare, va disattesa la deduzione del ricorrente, formulata in sede di discussione, circa la intempestività del controricorso ai sensi dell’art. 370 c.p.c.; risulta, infatti, che l’atto è stato tempestivamente consegnato all’ufficiale giudiziario in data 21 marzo 2007 (in tempo utile rispetto alla data di notificazione del ricorso, avvenuta il 9 febbraio 2007), sebbene con l’indicazione del destinatario, per errore materiale, come avvocato “Scarrozzi” anziché “Scartozzi” (indicazione comunque idonea al raggiungimento dello scopo dell’atto, ai sensi dell’art. 156, terzo comma, c.p.c., ancor prima dell’avvenuta rinnovazione della notificazione al medesimo avvocato Scartozzi).

2. Il ricorso si articola in cinque motivi.

2.1. Con il primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione degli art. 2110 c.c., dell’art. 2 della legge n. 604 del 1966 e degli art. 1175 e 1375 c.c., il ricorrente domanda alla Corte, ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., di affermare che la datrice di lavoro, in relazione alla specifica richiesta avanzata dal lavoratore licenziato per superamento del periodo di comporto, era tenuta a indicare le giornate di assenza, onde consentire un’adeguata difesa.

2.2. Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli art. 2110, 2963, 1362 ss. c.c., dell’art. 155 c.p.c., dell’art. 41 del c.c.n.l. per le aziende cooperative alimentari ovvero dell’art. 47 del c.c.n.l. per l’industria alimentare, nonché vizio di motivazione. Si chiede alla Corte di affermare che le citate disposizioni contrattuali, l’una o l’altra applicabile nella specie, nella parte in cui fanno riferimento al “mese” di conservazione del posto di lavoro, prevedono un criterio di calcolo del periodo di comporto operato secondo il calendario comune, sì che occorre considerare i soli periodi di assenza continuativa dal giorno di riferimento allo stesso giorno del mese precedente.

2.3. Il terzo motivo denuncia, in via subordinata, violazione e falsa applicazione degli art. 112 c.p.c. e dell’art. 2110 c.c., nonché vizio di motivazione, in ordine alla statuizione della decisione impugnata relativa all’avvenuto superamento del periodo di comporto, se pure effettuato con il calcolo “a giorno”.

2.4. Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2 del d.P.R. n. 1124 del 1965, dell’art. 2110 c.c., dell’art. 47 del c.c.n.l. per le aziende alimentari o dell’art. 41 del c.c.n.l. per le cooperative alimentari, nonché di altre disposizioni dei medesimi contratti, e degli art. 1362 ss. c.c., oltre a vizio di motivazione. Si deduce che, alla stregua delle citate disposizioni collettive, da interpretare anche in base ai criteri della correttezza e della buona fede, il periodo di assenza per infortunio sul lavoro debba essere escluso dal calcolo del periodo di comporto e che, a tali fini, il mancato riconoscimento dell’infortunio da. parte dell’INAIL non esime il giudice dall’accertamento, in concreto, della riconducibilità dell’assenza ad infortunio lavorativo.

2.5. Il quinto motivo denuncia vizio di motivazione in ordine alla ritenuta osservanza del principio dell’immediatezza. Si lamenta, in particolare, che la Corte di merito non abbia considerato il notevole lasso di tempo intercorso dal superamento del periodo di comporto al licenziamento, tale da far presumere una rinuncia datoriale al potere di recesso.

3. Il ricorso è improcedibile con riguardo al secondo e al quarto motivo. Le relative censure, infatti, involgono l’esame delle disposizioni contrattuali invocate dal ricorrente, in relazione sia all’individuazione del contratto collettivo applicabile nel rapporto di lavoro in esame, sia all’accertamento delle modalità di calcolo del periodo di comporto per la conservazione del posto in caso di assenza per malattia; il ricorrente, però, si è limitato a richiamare alcuni stralci della citata contrattazione, omettendo di curare il separato deposito dei contratti collettivi (v. la relativa indicazione dei documenti allegati), come anche di indicare, in calce al ricorso, l’avvenuta allegazione dei medesimi contratti nel fascicolo del giudizio di merito depositato in questa sede. L’onere di. deposito, invece, assume una sua rilevanza autonoma – ed è distinto, perciò, dall’onere di “autosufficiente” indicazione e trascrizione delle clausole contrattuali nel corpo dei motivi – corrispondendo alla funzione nomofilattica del giudice di legittimità, che si esercita – ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c. – anche con riferimento ai contratti e accordi collettivi nazionali, in ragione della peculiare efficacia di tali atti, sì che la distinta produzione (oltre che la specifica indicazione, in ricorso, delle singole disposizioni dedotte) è finalizzata ad una compiuta ricognizione da parte della Corte di cassazione, chiamata alla diretta interpretazione dei medesimi e non soltanto alla verifica dei canoni ermeneutici utilizzati dal giudice di merito. Nell’ambito della contrattazione di lavoro privato la conoscenza del giudice-interprete è consentita mediante l’iniziativa della parte interessata, da esercitare attraverso le modalità proprie del processo, non essendo previsti i meccanismi di pubblicità che assistono la contrattazione di lavoro pubblico (cfr. Cass., sez. un., n. 21558 del 2009, ord.; Id., n. 23329 del 2009). Al riguardo, le Sezioni unite di questa Corte hanno precisato, componendo la divergenza giurisprudenziale verificatasi al riguardo, che l’onere di produzione prescritto dall’art. 369 c.p.c., nel testo – applicabile nella specie ratione temporis – modificato dal d.lgs. n. 40 del 2006, si riferisce al deposito dell’intero contratto di diritto privato, onde consentire alla Corte l’interpretazione di ogni singola clausola mediante il raffronto con le altre (cfr. Cass., sez. un., n. 20075 del 2010); all’assolvimento dell’onere, poi, la parte ricorrente può adempiere anche con il deposito del fascicolo di merito, nel quale sia stato allegato il contratto, ma deve, anche in tal caso, specificare, nella indicazione degli allegati in calce al ricorso, in quale parte di tale fascicolo, depositato in cassazione, si trovi allegato il contratto collettivo (cfr. Cass. n. 7161 del 2010, ord.), non potendosi ritenere sufficiente, pertanto, il mero richiamo operato nella trattazione dei motivi di ricorso: precisazioni, queste ultime, che valgono a definire compiutamente le modalità di collaborazione, cui il giudice e le parti sono chiamati a seguito delle riforme di semplificazione processuale attuate dal Legislatore, e a delineare, in tale ambito, specifici doveri di comportamento delle parti, non meramente formalistici, finalizzati alla conoscenza e al reperimento immediato degli atti e, più in generale, alla più ampia garanzia dell’azione e del contraddittorio.

All’onere prescritto, così come qui puntualizzato, non si è provveduto nella specie, poiché l’indicazione del ricorrente riguarda, genericamente, la produzione del “fascicolo di parte dei precedenti gradi di giudizio”, senza indicazione né del deposito separato dei contratti, su cui il ricorso si fonda, né della sede in cui, all’interno del fascicolo di parte, i medesimi contratti – nell’intero testo – siano allegati; né a tale carente indicazione possono sopperire i richiami contenuti nell’ambito dei motivi in esame.

4. Il primo motivo è infondato. Il licenziamento per superamento del periodo di comporto è assimilabile non già ad un licenziamento disciplinare, bensì ad un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, causale di licenziamento cui si fa riferimento anche per le ipotesi di impossibilità della prestazione, riferibile alla persona del lavoratore, diverse dalla malattia. Solo impropriamente, riguardo a tale licenziamento, si può parlare di contestazione delle assenze, non essendo necessaria la completa e minuta descrizione delle circostanze di fatto relative alla causale e trattandosi di eventi, quale l’assenza per malattia, di cui il lavoratore ha conoscenza diretta. Ne consegue, come questa Corte ha già precisato in analoghe controversie, che il datore di lavoro non deve indicare i singoli giorni di assenza, potendosi ritenere sufficienti indicazioni più complessive, idonee a evidenziare un superamento del periodo di comporto in relazione alla disciplina contrattuale applicabile, come l’indicazione del numero totale delle assenze verificatesi in un determinato periodo, fermo restando l’onere, nell’eventuale sede giudiziaria, di allegare e provare, compiutamente, i fatti costitutivi del potere esercitato (cfr. Cass. n. 11092 del 2005). Nella specie, l’onere è stato adempiuto dalla datrice di lavoro, essendosi accertato, da parte dei giudici di merito, che la cooperativa aveva indicato – in risposta alla relativa richiesta del dipendente – il superamento del periodo di dodici mesi nell’arco di ventiquattro mesi e, nel corso del giudizio, aveva provato, documentalmente, l’avvenuto compimento di tale periodo. D’altra parte, nella specie un onere di più dettagliata indicazione delle giornate di assenza non potrebbe neanche riconnettersi ad una specifica richiesta, o contestazione, del B., il quale, secondo quanto risulta dalla sentenza impugnata, si era limitato a richiedere “i motivi del provvedimento di recesso”, senza alcuno specifico riferimento alle giornate di assenza.

5. Il terzo motivo è inammissibile poiché avverso sentenza pubblicata il 4 agosto 2006, per la quale trova applicazione la disciplina introdotta dal decreto legislativo n. 40 del 2006, l’illustrazione delle censure non si conclude con le formulazioni e le indicazioni prescritte dall’art. 366-bis c.p.c. Al riguardo, le Sezioni unite di questa Corte hanno già affermato che il quesito di diritto deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la Corte di cassazione in condizione di rispondere ad esso con l’enunciazione di una regula juris che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all’esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata; ciò vale a dire che la Corte di legittimità deve poter comprendere dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare; in conclusione, l’ammissibilità del motivo è condizionata alla formulazione di un quesito, compiuta e autosufficiente, dalla cui risoluzione scaturisca necessariamente il segno della decisione (cfr., ex plurimis, Cass., sez. un., n. 18759 del 2008; id., n. 3519 del 2008).

Nel caso di specie, la parte ricorrente non ha adempiuto all’onere, dai contenuti sopra precisati, della proposizione di una valida impugnazione, poiché in calce al ricorso viene formulato un quesito del tutto generico, limitato alla sola richiesta alla Corte di accertare se il giudice è tenuto a pronunziarsi su tutta la domanda, anche in relazione a questioni formulate in subordine: una formulazione in tal modo del motivo di ricorso equivale ad un’omessa formulazione, siccome la norma, se detta una prescrizione di ordine formale, incide anche sulla sostanza dell’impugnazione, imponendo al ricorrente di chiarire, con il quesito e con l’indicazione specifica di cui all’art. 366 bis c.p.c., l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in relazione alla concreta fattispecie; né viene in alcun modo articolato, mediante una qualche indicazione o deduzione, il richiamo – contenuto nell’intestazione del motivo – al n. 5 dell’art. 360 c.p.c..

6. Il quinto motivo non è fondato. Come questa Corte ha precisato, la tempestività del recesso conseguente al superamento del periodo di comporto deve essere considerata in relazione all’esigenza di un ragionevole spatium deliberandi che va riconosciuto al datore di lavoro perché egli possa convenientemente valutare nel suo complesso la sequenza di episodi morbosi del lavoratore in rapporto agli interessi dell’azienda (cfr. Cass. n. 253 del 2005). Discende, da ciò, che il giudizio sulla tempestività, o meno, del recesso non può conseguire alla rigida e meccanica applicazione di criteri temporali prestabiliti, ma va condizionato, invece, ad una compiuta considerazione di ogni significativa circostanza idonea a incidere sulla valutazione datoriale circa la sostenibilità, o meno, delle assenze del lavoratore in rapporto con le esigenze dell’impresa, in un’ottica delle relazioni aziendali improntata ai canoni della reciproca lealtà e della buona fede, che comprendono, fra l’altro, la possibilità, rimessa alla valutazione dello stesso imprenditore nell’ambito delle funzioni e delle garanzie di cui all’art. 41 Cost., di conservazione del posto di lavoro anche oltre il periodo di tutela predeterminato dalle parti collettive, compatibilmente con le esigenze di funzionamento dell’impresa. A tali principi si è pienamente uniformata la decisione impugnata, che ha precisato, fra l’altro, del tutto ragionevolmente, che l’intervallo di tempo, cui si riferiva il B. già in appello, consisteva in un arco di alcuni mesi (meno di cinque), intercorsi dopo il superamento del periodo di comporto, che ben poteva ascriversi alla ponderazione datoriale circa la possibilità di evitare il licenziamento.

7. In conclusione, il ricorso è respinto. Il ricorrente va condannato, per il criterio della soccombenza di cui all’art. 385, primo comma, c.p.c., alla rifusione delle spese del giudizio, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in Euro 48,00 per esborsi e in Euro tremila per onorario, oltre a spese generali, IVA e CPA come per legge