Federazione Sindacati Indipendenti

Licenziamento, giustificato motivo, ridimensionamento, produzione, legittimità

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 5 ottobre – 17 novembre 2010, n. 23222

Svolgimento del processo

Con sentenza del 19.4 – 22.5.2006 la Corte d’Appello di Napoli rigettò il gravame proposto da *** Benedetto ed *** Rodolfo nei confronti della ***Costruzioni e C. srl Edilizia Pubblica e Privata avverso la sentenza di prime cure che aveva respinto le impugnazioni dei licenziamenti, per giustificato motivo oggettivo, loro intimati il 18.5.1995 dalla predetta Società.

A sostegno del decisum la Corte territoriale osservò quanto segue:

– le testimonianze assunte, nel loro complesso, unitamente alla documentazione acquisita, avevano attestato la progressiva riduzione dell’attività dell’impresa, caratterizzata dalla sospensione a tempo indeterminato prima del cantiere di Roma (presso cui era occupato il ***) e poi, dopo pochi mesi, dalla conclusione del ciclo lavorativo presso il cantiere di Santa Maria Capua Vetere (presso cui era occupato l’***);

– in caso di riduzione dell’attività aziendale comportante la necessità di ridimensionare i costi di produzione, doveva ritenersi legittima ogni decisione in senso economico ravvisata dall’imprenditore per fronteggiare la crisi e riflettentesi anche sul piano organizzativo, spettando al giudice il controllo che all’origine delle decisioni imprenditoriale vi fosse effettivamente una ragione economica;

– nella specie l’effettività della scelta imprenditoriale posta all’origine dei licenziamenti risultava connessa in modo evidente alla innegabile e progressiva riduzione dell’attività per effetto delle indicate vicende relative ai cantieri ove i lavoratori erano occupati, cosicché tale scelta doveva ritenersi non pretestuosa, ma connessa a reali e oggettive ragioni economiche;

– la prova, gravante sulla parte datoriale, circa l’impossibilità di un utile reimpiego dei lavoratori licenziati in mansioni diverse doveva essere contenuta nei limiti della ragionevolezza e delle contrapposte deduzioni delle parti, dovendo escludersi, in linea di principio, la rilevanza al riguardo dei fatti sopravvenuti al licenziamento;

– nell’ambito di un ragionevole contemperamento delle esigenze aziendali con l’interesse all’occupazione di ciascuno dei lavoratori impiegati nell’azienda, laddove, come nella specie, risultava essere stato dedotto in primo grado, con affermazioni peraltro smentite, unicamente che presso i cantieri anzidetti l’attività era proseguita ed emergeva anche, dall’esame del libro matricola, che dal 2.9.1994 al 2.10.1995 nessun altro operaio era stato assunto, doveva presumersi che gli appellanti, dotati di modesta specializzazione, non fossero utilmente collocabili in mansioni equivalenti;

– gli stessi appellanti, del resto, avevano rifiutato ogni offerta successivamente proposta loro dall’azienda di riprendere l’attività presso un cantiere sito in Modena, ove evidentemente si erano create nuove opportunità di impiego di operai con la loro qualifica, e le giustificazioni dai medesimi fornite al riguardo erano risultate tutt’altro che comprensibili.

Avverso tale sentenza della Corte territoriale *** Benedetto ed *** Rodolfo hanno proposto ricorso per cassazione fondato su due motivi.

L’intimata ***Costruzioni e C. srl Edilizia Pubblica e Privata ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione dell’art. 5 legge n. 604/66, assumendo che, secondo la decisione impugnata, l’onere probatorio della carenza del giustificato motivo oggettivo era stato illegittimamente posto a loro carico.

1.1 Il motivo è infondato, poiché, come emerge dalle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata, nei termini sinteticamente indicati nello storico di lite, la Corte territoriale ha fondato la propria decisione sul positivo accertamento della sussistenza del giustificato motivo oggettivo, prendendo in considerazione le allegazioni dei lavoratori interessati unicamente per rilevare la mancata dimostrazione di quanto dai medesimi assunto.

2. Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano violazione di norme di diritto (artt. 3 e 5 legge n. 604/66, anche in riferimento agli artt. 115 e 116 cpc; art. 2967 cc), nonché vizio di motivazione, deducendo che i mezzi di prova offerti dalla parte datoriale erano stati insufficienti a dimostrare la concreta riferibilità dei licenziamenti individuali ad iniziative collegate ad effettive ragioni di carattere produttivo – organizzativo, così come a dimostrare l’impossibilità di un loro utilizzo in altre mansioni compatibili con la qualifica rivestita; la fine della fase lavorativa non poteva infatti ritenersi idonea a comprovare una situazione di squilibrio fra costi e ricavi e il carattere non transitorio della crisi; né era stato dimostrato che essi ricorrenti non avrebbero potuto essere impiegati utilmente in altri cantieri, la cui esistenza era innegabilmente emersa.

2.1 Secondo il condiviso orientamento della giurisprudenza di legittimità, nella nozione di giustificato motivo oggettivo di licenziamento è riconducibile anche l’ipotesi del riassetto organizzativo dell’azienda attuato al fine di una più economica gestione di essa e deciso dall’imprenditore non semplicemente per un incremento del profitto, ma per far fronte a sfavorevoli situazioni, non meramente contingenti, influenti in modo decisivo sulla normale attività produttiva ed imponenti un’effettiva necessità di riduzione dei costi; tale motivo oggettivo è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, atteso che tale scelta è espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall’art. 41 della Costituzione, mentre al giudice spetta il controllo della reale sussistenza del motivo addotto dall’imprenditore, con la conseguenza che non è sindacabile nei suoi profili di congruità ed opportunità la scelta imprenditoriale che abbia comportato la soppressione del settore lavorativo o del reparto o del posto cui era addetto il lavoratore licenziato, sempre che risulti l’effettività e la non pretestuosità del riassetto organizzativo operato (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 13021/2001; 2121/2004; 21282/2006).

A tale principio si è attenuta la decisione impugnata, avendo accertato che l’effettiva contrazione dell’attività imprenditoriale, con la sospensione ovvero la conclusione del ciclo lavorativo, aveva interessato proprio i cantieri a cui erano rispettivamente addetti gli odierni ricorrenti.

2.2 Ancora la giurisprudenza di questa Corte ha reiteratamente affermato che, in ipotesi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, il datore di lavoro ha l’onere di provare, con riferimento all’organizzazione aziendale esistente all’epoca del licenziamento e anche attraverso fatti positivi, tali da determinare presunzioni semplici (come il fatto che i residui posti di lavoro riguardanti mansioni equivalenti fossero stabilmente occupati da altri lavoratori o il fatto che dopo il licenziamento e per un congruo periodo non vi siano state nuove assunzioni nella stessa qualifica del lavoratore licenziato), l’impossibilità di adibire utilmente il lavoratore licenziato in mansioni diverse da quelle che prima svolgeva (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 8057/1998; 5893/1999; 2353/2003; 12367/2003).

Anche a tale principio si è attenuta la sentenza impugnata, considerando specificamente la mancata prosecuzione dell’attività presso i cantieri dove gli odierni ricorrenti erano stati impiegati e l’assenza di altre assunzioni di operai da parte della datrice di lavoro in un ampio periodo di tempo antecedente e successivo ai licenziamenti impugnati, traendone la prova presuntiva, con valutazione immune da vizi logici, che gli appellanti, dotati di modesta specializzazione, non fossero utilmente collocabili in mansioni equivalenti (cfr, con specifico riferimento al licenziamento per giustificato motivo oggettivo nel settore delle opere edili, Cass., n. 22417/2009).

2.3 La valutazione tanto dell’effettività delle ragioni poste a base della scelta imprenditoriale, quanto dell’impossibilità di utile reimpiego dei lavoratori conseguentemente licenziati, configura un accertamento di fatto, come tale riservato al giudice di merito ed incensurabile in sede di legittimità se adeguatamente motivato. A tal fine deve tenersi conto che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico – formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge, all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti; con la conseguenza che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico – giuridico posto a base della decisione (cfr, ex plurimis, Cass., SU, nn. 5802/1997; 13045/1997; Cass., nn. 13359/1999; 12467/2003; 8718/2005; 27464/2006).

Al contempo va considerato che, affinché la motivazione adottata dal giudice di merito possa essere considerata adeguata e sufficiente, non è necessario che essa prenda in esame, al fine di confutarle o condividerle, tutte le argomentazioni svolte dalle parti, ma è sufficiente che il giudice indichi le ragioni del proprio convincimento, dovendosi in questo caso ritenere implicitamente rigettate tutte le argomentazioni logicamente incompatibili con esse (cfr, ex plurimis, Cass., n. 12121/2004).

Nel caso all’esame la sentenza impugnata, tenuto conto dell’ambito oggettivo della controversia quale emergente dalle contrapposte allegazioni delle parti, ha esaminato tutte le circostanze rilevanti ai fini della decisione, svolgendo un iter argomentativo esaustivo, coerente con le emergenze istruttorie acquisite e immune da contraddizioni e vizi logici; le valutazioni svolte e le coerenti conclusioni che ne sono state tratte configurano quindi un’opzione interpretativa del materiale probatorio del tutto ragionevole e che, pur non escludendo la possibilità di altre scelte interpretative anch’esse ragionevoli, è espressione di una potestà propria del giudice del merito che non può essere sindacata nel suo esercizio.

2.4 Anche il motivo all’esame, nei distinti profili in cui si articola, non può quindi trovare accoglimento.

3. In definitiva il ricorso va rigettato.

Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido alla rifusione delle spese, che liquida in euro 16,00 oltre ad euro 3.000,00 per onorari, spese generali, IVA e CPA come per legge