Federazione Sindacati Indipendenti

Processo in Cassazione, giudizio di rinvio, limiti, potere del giudice di merito

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 14 ottobre 2010, n. 21216

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 1 luglio 1998 il Pretore di Messina, giudice del lavoro, accoglieva la domanda di D.S., intesa all’annullamento del licenziamento intimatogli dalla Banca Commerciale Italiana in data 13 luglio 1995, in relazione al procedimento penale cui egli era stato sottoposto per avere agevolato, mediante la sua attività di dipendente bancario, l’attività di prestito ad usura svolta da terzi. In particolare, al D. era stato contestato, in sede penale, di avere agevolato il comportamento delittuoso di tale S. facendo ottenere alla moglie e alla figlia di un cliente della banca, tale L.F., l’immediata apertura di due conti correnti destinati all’emissione di assegni a garanzia dei prestiti concessi dalla S. e partecipando, inoltre, alla concessione allo stesso L.F. di un prestito di L. 12 milioni al tasso di interessi del 240% da parte dell’agenzia finanziaria di tale G., detraendo una parte di tale importo e degli interessi dal corrispettivo della cessione, da parte del L.F. al cognato del D., del contratto preliminare di acquisto di un appartamento; il D., condannato in primo grado per concorso in usura, era stato infine assolto in grado d’appello.

2. La decisione pretorile veniva confermata dal Tribunale di Messina, in sede di gravame, ma, su ricorso della Banca, la sentenza d’appello veniva annullata da questa Corte di cassazione, con sentenza in data 8 febbraio 2006, con rinvio alla Corte d’appello di Messina.

3. A seguito della riassunzione, il giudice di rinvio definiva la controversia, con la sentenza ora impugnata, con il rigetto della domanda del D.. In particolare, la Corte territoriale, alla stregua delle indicazioni della sentenza rescindente della Cassazione e a prescindere dall’esito del giudizio penale che aveva escluso una sua diretta partecipazione all’attività di usura, riteneva determinante il comportamento del dipendente, realizzato mediante diversi episodi e consistito nell’avere dirottato il suddetto L. F., che non poteva accedere al credito bancario per la notevole esposizione debitoria, verso l’agenzia finanziaria di G. e verso l’usuraia S..

3. Di questa decisione il D. domanda la cassazione deducendo tre motivi di impugnazione, cui resiste con controricorso la Intesa San Paolo s.p.a. (già Banca Commerciale Italiana s.p.a.). Entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

1. Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli art. 383 e 384 c.p.c. e dell’art. 12 preleggi. Si lamenta che il giudice di rinvio, non interpretando correttamente la sentenza di annullamento della Cassazione e, comunque, non attenendosi a quanto in essa prescritto, abbia attribuito carattere di accertamento vincolante alle indicazioni di metodo e di principio ivi contenute, finendo così per omettere le valutazioni di fatto demandate dalla medesima pronuncia, soprattutto in relazione alla autonomia del giudizio civile rispetto a quello penale e alla necessità di un esame globale dei fatti.

2. Il secondo motivo denuncia, in via subordinata, violazione delle medesime disposizioni per il distinto profilo del vizio di procedimento conseguente alla impropria applicazione della sentenza rescindente.

3. Il terzo motivo denuncia vizio di motivazione. Si lamenta che la Corte d’appello non abbia riesaminato alcuni dei fatti contestati, quale l’apertura di un conto corrente in favore dei congiunti del L. F., espressamente esclusa dai testimoni escussi in corso di giudizio, e abbia ritenuto, senza adeguata motivazione, che il D. fosse a conoscenza dell’attività usuraria svolta dalla S. e dal G., finendo così per esprimere una valutazione complessiva del comportamento del ricorrente fondata su elementi di fatto non accertati adeguatamente.

4. Tali motivi, da esaminare congiuntamente per l’intima connessione delle relative censure, non sono fondati.

4.1. Costituisce jus receptum il principio secondo cui il giudice di rinvio, se pure è vincolato al principio di diritto affermato, in relazione ai punti decisivi e non congruamente valutati della sentenza cassata – pur non potendo rimetterne in discussione la decisività – ha il potere di procedere ad una nuova valutazione dei fatti già acquisiti e di quegli altri la cui acquisizione si renda necessaria in relazione alle direttive espresse dalla sentenza rescindente, la cui portata vincolante non si estende alla sussunzione nella norma della fattispecie concreta (cfr. ex plurimis Cass. 27 agosto 2007, n. 18087; 14 giugno 2006, n. 13719). In definitiva, in ordine al giudizio di fatto che il giudice di rinvio è tenuto a svolgere, il limite è costituito essenzialmente dalla impossibilità di fondare la decisione sui medesimi elementi ritenuti illogici dalla Corte di cassazione, in tal caso configurandosi la violazione degli artt. 383 e 394 c.p.c. (cfr. Cass. 13719/2006 cit., e altre conformi). Nella specie, la sentenza qui impugnata si è attenuta a tali criteri e non è incorsa in alcuna violazione, essendo rimasta indiscussa la necessità sottolineata dalla Corte di cassazione di valutare in maniera complessiva, ai fini della incidenza sul rapporto fiduciario con la banca datrice di lavoro, i comportamenti tenuti dal dipendente, secondo le concrete risultanze ritenute decisive dalla sentenza rescindente.

4.2. Nell’impianto della decisione della Corte d’appello di Messina l’apprezzamento relativo al comportamento del D. è scaturito, in concreto, dalla analitica valutazione delle risultanze indicate dalla sentenza di cassazione con riferimento all’obbligo di fedeltà e correttezza insito nelle mansioni svolte all’interno della banca. In particolare, la violazione di tale obbligo è stata riferita ad alcuni specifici comportamenti del dipendente, ritenuti con esso incompatibili, a prescindere dalla rilevanza penale dei medesimi, quali: l’avere partecipato alla procedura di apertura di conti correnti alla moglie e alla figlia del L.F., predisponendo la relativa documentazione, pur essendo consapevole della condizione di grave insolvenza e di indebitamento verso l’usuraia S., con la quale il dipendente intratteneva un rapporto di stretta amicizia, nonchè di assistenza bancaria e contabile, e comunque omettendo di informare i funzionari preposti alla firma della situazione economica delle suddette; l’avere comunque proposto al L.F. di rivolgersi alla finanziaria di G. per ottenere un prestito che la banca non avrebbe potuto concedere.

4.3. In relazione a tali circostanze, le critiche del ricorrente si compendiano in deduzioni in parte inammissibili e in parte inconferenti rispetto alla valutazione operata dalla decisione impugnata. In particolare, si insiste sulla assenza di alcuna responsabilità del D. nella procedura di apertura dei conti correnti in capo alle familiari del L.F., ma, da un lato, si finisce per contrapporre una propria valutazione della prova rispetto alla valutazione adottata dai giudici di merito e, dall’altro, non si considera che la violazione degli obblighi contrattuali da parte del ricorrente è stata ravvisata, in maniera autonoma, nell’avere questi, comunque, partecipato alla predetta procedura, predisponendo la documentazione occorrente e omettendo di informare i funzionari addetti alla firma della situazione di insolvenza delle richiedenti, della quale egli era a conoscenza. La decisione impugnata, poi, sottolinea il comportamento, di per sè inadempiente, consistito nel proporre al L.F., impossibilitato ad ottenere prestiti dalla banca, di rivolgersi all’agenzia finanziaria di G., della quale era stata accertata, anche in sede penale, l’attività di prestito ad usura.

4.4. Fatti e comportamenti, così accertati, sono stati correttamente valorizzati dalla Corte di merito, anche a prescindere da un coinvolgimento del dipendente nel reato di usura e dalla sua effettiva conoscenza dell’illecita attività svolta dall’agenzia, come anche dalla S.. Ed infatti, come questa Corte ha precisato nella sentenza di annullamento con rinvio, il rapporto di lavoro con un istituto di credito esclude, in ogni caso, che il dipendente possa dirottare la clientela verso agenzie di finanziamento o altri soggetti dediti alla concessione di prestiti; e non è irrilevante, d’altra parte, che di tali soggetti, conosciuti dal medesimo dipendente, sia rimasta accertato lo svolgimento di attività usuraria, come la decisione impugnata ha puntualmente osservato.

5. In conclusione, il ricorso è respinto. Le spese del giudizio restano compensate fra le parti, in ragione della complessità della vicenda e dell’esito alterno delle precedenti fasi del giudizio.

P.Q.M.

 

LA CORTE rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio