Federazione Sindacati Indipendenti

Nel corridoio dei trenta letti

GENOVA – Al piano delle ambulanze, aperto a tutti, il pronto soccorso è un’ eccellenza: neppure un braccio rotto, una testa sanguinante, un malato in barella. Nessuno che aspetta, al San Martino, il tempio della sanità ligure. Ma poi una signora sussurra: «Li hanno nascosti al primo, vai vai… se riesci». Su della rampa c’ è una porta antipanico con un cartello bianco: «Ingresso riservato al personale ospedaliero, pronto soccorso».

Suoniamo, bussiamo, risuoniamo. Alla fine qualcuno apre ed è come se aprisse su un girone dantesco: parenti che urlano, pazienti che penano, infermieri che corrono. Dieci, venti, trenta letti in doppia fila sul corridoio stretto, tutti occupati. E più in là uno slargo, con altri degenti incastrati in una sorta di pietoso mosaico, dove spuntano teste bianche di uomini e donne, in pigiama e vestiti, tutti insieme ad aspettare qualcuno che sembra non arrivare mai.

Ma è un brutto sogno o è tutto vero? Siamo a Nuova Delhi o a Genova? Poi c’ è lui, Davide, 17 anni, moribondo in mezzo alla stanza. È sdraiato a pancia in su con la testa piegata, ancora in jeans e scarpe da tennis. Sua madre Roberta gli asciuga le orecchie con un batuffolo fiocco di cotone macchiato di rosso: «Perde sangue, non so cos’ abbia, speriamo non sia un danno grave. Stanotte è svenuto quattro volte e mi sono spaventata: ho pensato a un ictus, giù mi hanno detto che forse non gli arriva il sangue al cervello.Aspettiamo che ci dicano qualcosa, ma questo è un inferno…».

Sono qui dalle quattro del mattino. Che dignità questa signora che nasconde in silenzio gli occhi lucidi mentre intorno a lei c’ è un gran rumore, di letti che entrano ed escono, di uomini che protestano. Un’ infermiera porta le flebo e le lenzuola e alza la voce con un parente: «Le ho detto che la signora deve aspettare fino alle nove di sera». Nessuno però se la prende davvero con le infermiere: «Stanno sgobbando come muli, avanti e indietro tutto il giorno».

Neppure i dottori sono nel mirino: «Fanno quel che possono, in questo macello». Un passo più in là dorme il signor Carlo De Barbieri. Il nome ce lo dice la figlia Silvia che gli stringe la mano per farsi sentire. Chissà dov’ è in questo momento, il signor De Barbieri. Ma lui almeno il pigiama ce l’ ha e ha pure la maschera per l’ ossigeno.

«È gravissimo – spiega Silvia – ha fatto una polmonite e un’ infezione all’ esofago, non mi riconosceva più oggi… noi siamo qui da una settimana». In questo corridoio? «Sì, ci hanno detto che non possono spostarlo». A fianco del papà dorme una signora anziana, sola. Di fronte ce n’ è un’ altra, con un cartello appeso. Hanno scritto a penna il numero di letto, le iniziali di nome e cognome e, con una croce, il sesso. Gli ultimi arrivati si distinguono così. Lei è PI, letto 27. «Mi riconosci mamma? Sai chi sono?», le chiede la figlia che non si dà pace.

«Siamo in un dimenticatoio, tutti in attesa che qualche reparto se li prenda ma i reparti non se li prendono più». Lei lo sa bene perché all’ ospedale ci lavorava ed è pure un rappresentante sindacale. Si chiama Lella Trotta, segretario della Uil ligure. A sua madre si è scaricato il pace-maker e lei ha voluto scrivere una lettera di denuncia che ci fa pure vedere: «…mai avrei voluto farle vivere questa orrenda sensazione di abbandono, di mancanza di dignità assoluta fatta di pannoloni e cateteri cambiati davanti a tutti.

Mi sono vergognata di aver lavorato al San Martino, anche se qui ho trovato medici e infermieri attivissimi e non vorrei che fossero gli unici a farsi carico di questi problemi. Eppure ho fatto provare a mia madre il peggio del peggio. Togliere dignità a un anziano è togliergli la vita. Come può esporre la propria nudità in una bolgia infernale come questa?». La sindacalista Trotta pensa che il problema sia strutturale, di tagli alla sanità, di risorse mal distribuite.

Ma anche di privilegi duri a morire e di corsie preferenziali per i ricoveri dei parenti di chi conta. «Roba da procura». Si agita, si sbraccia, si strugge. Mentre accanto a lei il signor Michele guarda la moglie anziana che è sul letto e ha gli occhi sbarrati: codice rosso, broncopolmonite. «Siamo arrivati ieri sera, sto cercando di capire cosa fare. Ma come possono mancare posti letto per una persona ridotta così?». Il San Martino ha 1.500 posti letto, 52 sono quelli del pronto soccorso.

Il primario è Paolo Moscatelli che cerca di calmare gli animi: «Il problema è generale. Qui abbiamo solo alcune peculiarità: la convergenza dell’ intera rete metropolitana genovese, l’ età media molto alta dei degenti, 80 anni, la difficoltà a trasferirli, la mancanza di deflusso. Ma, ripeto, si tratta di una criticità nazionale, anzi, internazionale». Quanto alla «concentrazione» dei pazienti dice che «siamo solo organizzati diversamente rispetto ad altri ospedali».

Centomila i ricoverati ogni anno, dodicimila nel suo reparto. Ieri alle cinque del pomeriggio risultavano 54 persone in attesa, tre in codice rosso, cioè in pericolo di vita. Al letto 25 c’ è IC, sesso F, tutta rossa in faccia e con un bernoccolo sulla fronte grande come una noce: «La signora è caduta, siamo qui da ieri mattina, aspettiamo che le dicano qualcosa», sussurra la badante. Al 30 c’ è MP, sesso M: «Stanotte pensavo di morire, ora vediamo».

Mentre la mamma di Davide è sempre lì, a coccolare il suo colosso che non risponde più: «Vogliono farmelo portare a casa ma pesa il doppio di me e non si muove». Prende il cotone e lo asciuga ancora una volta. È ormai sera e la porta in ferro del girone infernale si chiude. Al piano terra il mondo cambia: corsie libere, bagni vuoti, sei distributori di bibite caffè e patatine pieni. E tutto sembra davvero bello.

Il caso Roma L’ inchiesta che il «Corriere della Sera» sta svolgendo tra i Pronto soccorso degli ospedali italiani è partita ieri con il racconto dello stato del San Camillo di Roma, dove chi ha l’ ictus viene sistemato in una barella e aspetta Genova Oggi il viaggio negli ospedali prosegue con la visita del Pronto soccorso del San Martino di Genova. Apparentemente in ordine, pulito e silenzioso, in realtà mostra tutt’ altro aspetto al primo piano, dove i degenti stanno sui letti nell’ unico corridoio

 

di Pasqualetto Andrea
Fonte: il Corriere della Sera