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Riforma del lavoro: impedisce l’avvio di nuovi contratti

Giovani a rischio

Secondo l’indagine condotta dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro la riforma del lavoro lascia fuori dal mercato proprio i giovani, che invece il ministro del Welfare Elsa Fornero diceva di voler favorire.

Addirittura il 93% del campione afferma che la riforma Fornero ha impedito l’avvio di nuovi contratti a progetto.

Contratto a termine

E neanche i risultati relativi al contratto a termine, con la possibilità di eliminare la causale non ha prodotto gli effetti sperati, per il 52% degli intervistati dei consulenti sostiene che la novità non ha prodotto un aumento significativo dei rapporti di lavoro, contro un 20% che prevede effetti positivi a seguito dell’introduzione di questa norma.

Lavoro intermittente

Vengono inoltre segnalate difficoltà operative nell’applicazione di norme come l’obbligo di comunicazione per i rapporti di lavoro intermittente: il 41% lamenta problemi legati alla mancanza di strumenti adatti, il 36% alla carenza di personale idoneo.

Nessun miglioramento poi sulla natura di questo tipo di rapporti, che rimangono occasionali con solo il 3% dei datori di lavoro che si dimostra disposto ad assumere i dipendenti a tempo indeterminato al termine del periodo transitorio.

Dimissioni in bianco

Problemi applicativi sono stati riscontrati poi, nel 56% dei casi, anche con riferimento alla norma che cerca di dare un taglio alla pratica delle dimissioni in bianco delle donne, mentre per il 36% le difficoltà maggiori riguardano la burocrazia.

Riforma del lavoro rigida e costosa

In generale, secondo il 90% dei consulenti, ad impedire la nascita di nuovi posti è l’eccessiva rigidità introdotta dalla riforma, ma anche l’eccessivo costo del lavoro dipendente ha il suo peso. Per le imprese si tratta di un +114% rispetto al netto in busta per il contratto a tempo determinato e per i contratti a termine c’è un 1,4% in più per finanziare l’Aspi.

I consulenti si dimostrano infine scettici anche con riferimento alle norme per la flessibilità in uscita con il 73% che le ritiene penalizzanti dal 73% ed il 23% che pensa agevoli solo le grandi imprese.