Federazione Sindacati Indipendenti

Formazione per salvare il lavoro

La disoccupazione giovanile ha raggiunto in Italia un tasso del 42% sull’aggregato degli occupati e di chi cerca lavoro nella classe di età tra i 15 e i 24 anni . Il primo trimestre del 2013 segna un aumento di quasi 6 punti percentuali sul corrispondente del 2012. Circa 1,2 milioni di giovani (che salgono a 2,2 fino 29 anni) sono Neet. Acronimo anglosassone per chi è disoccupato, non cerca lavoro, non è inserito in percorsi formativi.

La Ue sta “meglio” con un tasso di giovani disoccupati superiore al 23% (e con impressionanti divari tra il 62% della Grecia e il 7,6% della Germania) e con 7,5 milioni (che salgono a 14 fino a 29 anni) di Neet. È un dramma sia per le persone che per la società e l’economia, sia nel presente che per il futuro dati gli inevitabili effetti intergenerazionali. Bene ha fatto il presidente del Consiglio Enrico Letta a mettere il problema tra i più urgenti sia del Governo sia dal suo posizionarsi in Europa specie in vista del Consiglio Europeo di fine giugno. Persino il Ministro dell’economia tedesco Schäuble, noto per il suo rigorismo, ha detto che sulla disoccupazione giovanile l’Europa rischia la propria integrazione.Vediamo allora il posizionamento dell’Europa, dell’Italia e della Germania.

L’Europa. Le sue istituzioni si occupano da anni della disoccupazione giovanile con accentuazione nella crisi. Di recente ne ha trattato un vertice franco-tedesco preceduto da una lettera del Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy a tutti i leaders europei per porre il tema al centro del vertice dei Capi di Stato o di Governo di fine giugno.Per non essere vittime delle parole esaminiamo le politiche europee in atto, progettate, auspicabili.

Le istituzioni Ue hanno molti programmi. Nel 2011 è partito il programma «Opportunità per i Giovani» con 10 miliardi di euro (preventivati) per 800 mila giovani negli otto Paesi della Ue con il peggior tasso di disoccupazione giovanile. La loro destinazione riguarda sussidi per l’occupazione, per la formazione professionale, per contrastare l’abbandono scolastico. Nel dicembre 2012 è partito il «Pacchetto per l’occupazione giovanile» per dare ai giovani una garanzia di lavoro, studio, apprendistato o tirocinio, sia nel loro Paese sia in altri della Ue, entro quattro mesi dalla perdita dell’occupazione o dalla conclusione degli studi. Importante è l’ «Alleanza per l’apprendistato» per diffondere a tutti i Paesi Ue le migliori pratiche e per riconoscere gli apprendistati svolti in altri Paesi Ue. Lo stesso dicasi per i tirocini. In febbraio 2013 sono stati preventivati 6 miliardi sul bilancio comunitario (Qfp) 2014-2020 per tali programmi.

Risorse addizionali possono venire dalla Bei che con il recente aumento di capitale ha incrementato la capacità di prestiti di 60 miliardi nei prossimi tre anni e che dovrebbe privilegiare le Pmi che creano vera occupazione giovanile.

L’Italia. Letta e il ministro del Lavoro Enrico Giovannini si muovono sulla linea europea sia per ottenere risorse (si parla di 400 milioni sui 6 miliardi QFP 2014-2020) sia per flessibilizzare i vincoli di bilancio per gli interventi a favore dell’occupazione sia per avere cofinanziamenti. Sul fronte interno si punta a modificare la legge 92/2012 per ridare flessibilità in entrata (contratti a termine con minori intervalli, acausalità ed altro) e per semplificare l’apprendistato. Al proposito è importante il confronto con le parti sociali (la cui volontà di dialogo è emersa chiara con lo storico accordo del 31 maggio). Bisogna comunque evitare gli estremi che vanno dall’impossibile garanzia del posto fisso fino al sussidio senza alcuna attività di seria formazione e/o lavoro. Gli interventi (come risulta nella Carta europea della Qualità per i Tirocini e gli Apprendistati) devono essere di qualità adatta alle attuali tecnologie produttive altrimenti l’inserimento lavorativo sarà effimero. Perciò le normative di supporto ai processi di inserimento devono essere semplici, rigorose, aggiornate (e non ondivaghe come ha dimostrato l’inchiesta del Sole24 Ore del lunedì di ieri).

La Germania. Spesso abbiamo criticato l’eccessivo rigore fiscale imposto da questo Paese all’Europa durante la crisi. Ma sui temi dell’occupazione giovanile la Germania è grande esempio ed è molto aperta come risulta dalla preoccupazione (citata) del ministro Schäuble. Così il ministro del Lavoro Ursula von der Layen in un recente Forum franco-tedesco sul lavoro (al quale ha anche partecipato il ministro Giovannini) si è espressa a favore sia del credito alle Pmi che creano occupazione sia del duale formazione-apprendistato alla tedesca anche sotto forma di un nuovo “Erasmus per tutti”. E ha aggiunto che la Germania è in grado di offrire subito 1 milione di posti lavoro a risorse umane qualificate. Il sistema duale tedesco (istruzione tecnica e applicazioni), dove entrano 500mila giovani all’anno, dovrebbe essere adottato in tutta la Ue magari integrato da quello scandinavo per i servizi all’impiego che minimizzano i tempi di inserimento. Ci vorrebbe impegno per applicare questi modelli in altri Paesi ma tutte le realizzazioni serie costano.

In conclusione. Va utilizzata la disponibilità della Germania su questi temi per aumentare la dotazione del Qfp europeo 2014-2020 e per concentrala su un minore numero di anni superando così il contrasto tra Parlamento (che vuole aumentare genericamente le risorse) e Consiglio Europeo(che vuole ridurle). Le maggiori risorse dovrebbero però andare a programmi di formazione-apprendistato-lavoro concordati con le imprese e utili sia per i giovani che per il sistema economico. L’Europa ha avuto il Nobel per la pace nel 2012. Se vuole continuare a meritarselo deve adesso promuovere una cultura del lavoro che unisca formazione e sviluppo.

Il sole 24 ore