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Professione forense e pubblico impiego: definitivamente confermata l’incompatibilità

La circolare del Ministero del Lavoro che fornisce indicazioni per il proprio personale, costituisce occasione per riepilogare le norme in vigore e la recente sentenza della Cassazione SS.UU., n. 11833/2013 che confermano l’incompatibilità fra la professione di avvocato e l’essere dipendente pubblico, anche con contratto part-time.

Con la circolare n. 22 del 12.6.2013, il Ministero del Lavoro, fornisce le indicazioni da seguire per il proprio personale dipendente, iscritto all’Albo degli Avvocati, a seguito dell’entrata in vigore della Legge n. 247/2012 e, soprattutto, della sentenza della Cassazione a Sezioni Unite Civili, n. 11833 del 16 maggio 2013 (cfr. ).

La circolare in questione merita attenzione in quanto, riepilogando le norme in vigore e illustrando la recente sentenza della Suprema Corte, evidenzia come allo stato attuale delle cose sia definitivamente confermata l’incompatibilità dell’esercizio della professione forense con il pubblico impiego in generale.

Infatti, l’articolo 18 della Legge 31 dicembre 2012, n. 247, alla lett. d) dispone l’incompatibilità fra la professione di avvocato e qualsiasi attività di lavoro subordinato anche se con orario limitato.

La suddetta norma si colloca nel solco già tracciato dalla Legge 25 novembre 2003, n. 339, che all’art. 1 ha reintrodotto il principio di incompatibilità dello status di dipendente pubblico in regime di part-time con l’iscrizione all’Albo degli Avvocati.

Al riguardo la circolare del Ministero del Lavoro, ricorda che la Corte Costituzionale, con sentenza n. 390/2006, ha già stabilito che non deve ritenersi manifestamente irragionevole la scelta del legislatore di escludere la sola professione forense dal novero di tutte le altre per il cui esercizio è prescritta l’iscrizione in un Albo e alle quali i pubblici dipendenti a tempo parziale possono, invece, accedere, in considerazione della “maggiore pericolosità e frequenza dei possibili inconvenienti derivanti dalla commistione tra pubblico impiego e libera professione quando detta commistione riguardi la professione forense”.

Inoltre:

– poiché l’art. 1, comma 3, della L. n. 247/2012, afferma che all’attuazione della legge medesima si provvede mediante regolamenti adottati con decreto del Ministro della giustizia, entro due anni dalla data della sua entrata in vigore; – il successivo art. 65, comma 1, prevede che “fino alla data di entrata in vigore dei regolamenti previsti nella presente legge, si applicano se necessario e in quanto compatibili le disposizioni vigenti non abrogate, anche se non richiamate” ;

per il Ministero del Lavoro, si deve intendere implicitamente confermata la vigenza della Legge n. 339/2003, con la conseguenza che, per l’art. 1 della L. n. 339/2003, nonché per l’art. 18, lett. d), della Legge n. 247/2012, i dipendenti pubblici, sia a tempo pieno che parziale, non possono più risultare iscritti all’Albo degli Avvocati e conseguentemente esercitare la relativa professione.

Tuttavia, a sostegno di tali argomentazioni, la circolare in questione evidenzia che la Corte Suprema di Cassazione – Sezioni Unite Civili – con sentenza n. 11833 del 16 maggio 2013, ha riaffermando il predetto principio di incompatibilità ritenendo di dover escludere che la sopravvenuta normativa di cui al D.L. n. 138/2011, convertito in Legge 14 settembre 2011, n. 148, nonché al D.P.R. 7 agosto 2012, n. 137 – concernenti, rispettivamente, la materia delle liberalizzazioni all’accesso e all’esercizio delle professioni e delle attività economiche, e la riforma degli ordinamenti professionali – abbia tacitamente abrogato la Legge n. 339/2003, che, pertanto, resta valida ed efficace, continuando, così, a produrre appieno i propri effetti giuridici.

In pratica è possibile sostenere che con quest’ultima sentenza il Supremo Collegio abbia posto definitivamente fine all’annosa questione sollevata in ordine ad una presunta abrogazione della citata Legge n. 339/2003.

D’altronde, come affermato dalla stessa Suprema Corte, anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con sentenza del 2 dicembre 2010, ha negato qualsiasi contrasto del regime di incompatibilità italiano con i principi comunitari in tema di tutela della concorrenza, libertà di stabilimento, legittimo affidamento e protezione dei diritti quesiti.

A cura della Redazione

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