Federazione Sindacati Indipendenti

Il sistema pensionistico italiano e’ sostenibile ma diminuisce l’adeguatezza delle prestazioni

Sostenibilita’ finanziaria e adeguatezza delle prestazioni sono le parole chiave di un sistema previdenziale. Qual’e’ la situazione italiana? Secondo le tendenze di medio lungo periodo della Ragioneria Generale dello Stato il nostro sistema, per effetto delle diverse riforme che sono intervenute, e’ in equilibrio finanziario nonostante la transizione demografica negativa. Le future prestazioni saranno pero’ sempre meno generose per effetto dell’applicazione estesa del metodo contributivo di calcolo.

Un segnale confortante sulla tenuta finanziaria del nostro sistema previdenziale proviene dal Rapporto annuale della Ragioneria Generale dello Stato.

La descrizione degli andamenti di medio-lungo periodo della spesa per pensioni in rapporto al PIL evidenzia infatti che il processo di riforma del sistema pensionistico italiano è riuscito, in misura sostanziale, a compensare i potenziali effetti della transizione demografica sulla spesa pubblica nei prossimi decenni. Considerando gli effetti degli interventi adottati nel corso del 2012 (in particolare l’innalzamento graduale dell’aliquota contributiva e di computo dei lavoratori parasubordinati esclusivi al 33%, entro il 2018, e quella dei parasubordinati non esclusivi (pensionati o lavoratori con altra iscrizione) al 24% entro il 2016 e gli effetti della revisione dei coefficienti di trasformazione secondo quanto previsto dalla L 335/1995, come modificata dalla L 247/2007 e dalla L 214/2011), dopo un fase iniziale di crescita, esclusivamente imputabile alla recessione economica che è prevista proseguire anche nel 2013, la spesa per pensioni in rapporto al PIL flette gradualmente fino a raggiungere il 14,8% nel 2029. Negli anni successivi, si apre una nuova fase di crescita che porta il rapporto al suo punto di massimo relativo, pari a circa il 15,6%, nel triennio 2044-2046.

Da qui in poi, il rapporto spesa/PIL scende rapidamente attestandosi al 15,3% nel 2050 ed al 13,9% nel 2060, con una decelerazione pressoché costante.La flessione del rapporto fra spesa pensionistica e PIL, osserva la Ragioneria Generale dello Stato, nella prima parte del periodo di previsione, è largamente spiegata dall’aumento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e dalla applicazione, pro rata, del sistema di calcolo contributivo. La successiva fase di crescita, evidenziata nella parte centrale del periodo di previsione, è dovuta all’incremento del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati indotto dalla transizione demografica, solo in parte compensato dall’innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento.

Tale incremento sopravanza l’effetto di contenimento degli importi pensionistici esercitato dalla graduale applicazione del sistema di calcolo contributivo sull’intera vita lavorativa. La rapida riduzione del rapporto fra spesa pensionistica e PIL, nella fase finale del periodo di previsione, è determinata dall’applicazione generalizzata del calcolo contributivo che si accompagna alla stabilizzazione, e successiva inversione di tendenza, del rapporto fra il numero di pensioni e il numero di occupati.

Tale andamento si spiega con la progressiva eliminazione delle generazioni del baby boom e l’adeguamento automatico dei requisiti minimi di accesso al pensionamento in funzione della speranza di vita. Considerando una visione internazionale l’Italia presenta una variazione della spesa in rapporto al PIL in netta controtendenza rispetto alla dinamica prevista per la maggior parte dei Paesi europei. Infatti, a fronte di un valore della spesa pensionistica in rapporto al PIL che cresce in media, per l’insieme dei paesi dell’UE (e la Norvegia), di 1,4 punti percentuali nel periodo2010-2060, nel caso dell’Italia il rapporto scende di 0,9 punti percentuali segnalando, sotto questo aspetto, un rischio assai contenuto in termini di impatto dell’invecchiamento demografico sulla sostenibilità delle finanze pubbliche.

Come altra faccia della medaglia pensionistica va però considerato il tema dell’adeguatezza delle future prestazioni. I tassi di sostituzione, ovvero il rapporto tra la prima pensione liquidata e l’ultimo stipendio incassato, tenderanno a decrescere nelle decadi a venire. I tassi di sostituzione netti, nell’ipotesi base ricavata su alcune tipologie di beneficiari, scendono di diversi punti.

Per esempio, per un lavoratore dipendente con 38 anni di anzianità contributiva che si ritira a 65 anni e 4 mesi, si passa dall’83,2% del 2010 al 77,6% previsto nel 2030. Più forte il calo in caso di lavoro autonomo con gli stessi anni di versamenti e un ritiro a 65,7 anni d’età: si passa da 94% del 2010 al 68,6% del 2030. A controbilanciare queste tendenze la possibilità, data dai nuovi coefficienti, di continuare a lavorare (potendo) fino a 70 anni, prospettiva che risolleva di diversi punto il tasso di sostituzione.

Considerando poi la spesa previdenziale come componente della più complessiva spesa pubblica complessiva (che comprende anche sanità e ltc) in rapporto al PIL, dopo l’incremento del biennio 2012-2013, dovuto esclusivamente alla recessione, tale aggregato tende a decrescere fino al 2027, dove raggiunge il valore di 23,1%. Nella fase successiva, il rapporto cresce fino al valore massimo del 25,1%, nel triennio 2046-2048. Nell’ultimo decennio, il rapporto assume un andamento decrescente che lo porta ad attestarsi al 23,9% nel 2060, circa 0,1 punti percentuali in meno rispetto al livello iniziale del 2012.

Giuseppe Rocco ipsoa