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La crisi che «uccide» i giovani Il 53% degli occupati è precario

Aveva ragione il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi quando, lunedì, spiegava che «non si vede ancora la luce in fondo al tunnel, semmai solo un lumicino». Perché la ripresa della crescita del Pil che dovrebbe registrarsi nel secondo semestre del 2013 non si tradurrà istantaneamente in un rilancio dell’occupazione. Anzi, il tasso dei senza lavoro in Italia continuerà a crescere fino al 12,6% alla fine del 2014. E i più colpiti, come sempre in questa crisi senza fine, saranno i più giovani.

Lo certifica il rapporto dell’Ocse sull’occupazione per il 2013. Che, specie per il nostro Paese, continua a dipingere un quadro decisamente tendente al nero. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, infatti, in Italia il tasso di disoccupazione dal 12,2% del maggio 2013 passerà al 12,6 alla fine del 2014. Un livello nettamente superiore a quello dell’insieme dei paesi Ocse, in cui la disoccupazione scenderà, nello stesso periodo, dal’8% al 7,8, mentre nell’area euro salirà dal 12,2% al 12,3%.

Solo in sei paesi europei il tasso di disoccupazione crescerà di oltre un punto percentuale entro la fine del 2014 e l’Italia, secondo l’Ocse, è uno di questi, insieme a Grecia, Olanda, Polonia, Portogallo e Spagna. Nel nostro Paese i più colpiti dalla recessione sono i giovani tra i 15 e i 24 anni, il cui tasso di disoccupazione ha ormai superato il 35%. Più preoccupante ancora è l’aumento in Italia dei cosidetti Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, cresciuti del 5,1% e che hanno raggiunto il 21,4% alla fine del 2012. «Per i giovani Neet italiani – scrive l’Ocse – c’è un rischio crescente di conseguenze di lungo termine, perché perdono competitività rispetto alle loro controparti in altri paesi che hanno sostituito all’esperienza di lavoro una buona istruzione. E che quindi arriveranno più “preparati” alla fine della crisi».

Altro dato drammatico è quello riguardante i contratti precari per i giovani sotto i 25 anni, che sono passati dal 26,2% del 2000 al 52,9% del 2012, contro una media Ocse che dal 24,3% del 2000 è rimasta sostanzialmente stabile al 24,5% del 2012. «Questo sviluppo – afferma l’Ocse – è stato determinato dagli incentivi fiscali e regolamentari che furono introdotti con le riforme della fine degli anni ’90 e primi anni 2000 e che hanno incoraggiato la concentrazione delle assunzioni in questi contratti». E così, quando arriva la recessione, i giovani sono i primi a scontarne le conseguenze.

A tal proposito, viene invece promossa la riforma Fornero, che «aumenterà la creazione di posti di lavoro stabili nel medio termine», anche perché ha «limitato i casi di licenziamento senza giustificato motivo in cui il reintegro nel posto di lavoro può essere ordinato dal giudice e avendo reso le procedure dei conflitti più veloci e prevedibili». «Tuttavia – prosegue il rapporto – queste restrizioni ai contratti temporanei e atipici potrebbero deprimere le assunzioni in un periodo di scarsa crescita occupazionale».

Allargando il quadro a tutti i paesi dell’Ocse, i disoccupati sono oltre 48 milioni, di cui ben 16 milioni sono il frutto di 5 anni di crisi. Un dato destinato a calare nei prossimi mesi, anche se non tutti i Paesi viaggeranno alla stessa velocità. Se infatti ci sono alcune nazioni nelle quali durante la crisi il tasso di disoccupazione è salito di oltre 18 punti percentuali (Spagna e Grecia) e altre in cui è salito tra i 5 e i 10 punti (Italia, Irlanda, Slovenia e Portogallo), vi sono dei Paesi che hanno continuato a veder aumentare i propri lavoratori anche negli anni più difficili, come Germania, Turchia e Israele.

A concludere il rapporto Ocse il paradosso delle ore lavorate. Nonostante i luoghi comuni e i pregiudizi, gli italiani (e più in generale i cittadini dei Paesi più in difficoltà) «sgobbano» di più rispetto ai tedeschi. Nel nostro Paese si lavora infatti per circa 1.752 ore l’anno (comunque in calo rispetto alle 1.772 del 2011), cioè il 25% in più rispetto alle 1.397 ore dei tedeschi. Viene conferma, dunque, la correlazione negativa fra sistema di welfare e tempo dedicato al lavoro. Nella ricca Olanda, ad esempio, le ore assorbite dal lavoro sono appena 1.381 mentre la Norvegia si attesta a 1420 ore e la Francia a 1479. Là dove la crisi colpisce più duro o il sistema sociale è meno «protettivo», l’impegno dei lavoratori è superiore: la Grecia infatti si attesta a 2.034 ore, il Cile a 2.029 e il Messico resta al top con 2.226 ore l’anno, il 60 % in più di un olandese.

Carlantonio Solimene
Il tempo.it