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La delega di funzioni e’ una questione di contenuti non di parole

Con una sentenza particolarmente significativa la Corte di Cassazione afferma che ”non puo’ parlarsi di delega di funzioni prevenzionistiche quando si tratti della mera nomina di un responsabile di servizio; ovvero di un atto che concretizza l’articolazione organizzativa aziendale”. Al contrario, per potersi veramente parlare di delega di funzioni, occorre che traspaia dall’atto scritto di incarico la chiara e indubbia individuazione dei compiti di natura prevenzionistica che vengono trasferiti in forza di esso.

L’ordinamento giuridico italiano è chiarissimo nello stabilire che, se a rispondere di violazioni che colpiscono interessi costituzionalmente tutelati quali la salute e la dignità della persona umana può essere chiamato non solo il datore di lavoro e il lavoratore ma, almeno in teoria, chiunque, a rispondere, al contrario, delle violazioni che colpiscono lo specifico principio di tutela del lavoro possono essere chiamati soltanto il datore di lavoro o, in subordine, chi ne svolga in concreto l’attività .

Rientrano in questa seconda categoria di soggetti, anche alla luce dei precisi interventi legislativi del d.lgs. 19 settembre 1994, n. 626 prima e del d.lgs. 9 aprile 2008, n. 81 poi, coloro che rivestono la qualifica sia di dirigenti che di preposti.

Storicamente in materia prevenzionistica, il legislatore si limitava a fare riferimento alla sola figura del “datore di lavoro”, senza ulteriori specificazioni, quasi che, ai fini di una eventuale configurazione di responsabilità, sussistesse una sostaziale identità tra quest’ultimo e le figure di persona giuridica imprenditoriale e rappresentante apicale.

Altre volte, invero, non erano mancati riferimenti alla ripartizione endoaziendale degli obblighi di sicurezza con lo scopo di porre le premesse per una rideterminazione delle responsabilità in caso di infortunio, tuttavia, ciò suscitava profonde diffidenze, se non vera e propria ostilità da parte degli interpreti, specie di estrazione giuslavoristica, in quanto il rischio di scaricare sull’anello più basso della piramede aziendale la colpa di scelte organizzative in realtà riconducibili a vere e proprie politiche d’impresa appariva molto concreto e reale.

Tuttavia, tanto in dottrina quanto in giurisprudenza, appariva evidente come, alla luce delle moderne tendenze produttive, l’imputazione di responsabilità avrebbe dovuto configurarsi in termini diversi quando si trattava di violazioni commesse nell’ambito di imprese individuali o, ad ogni modo, con una struttura interna molto semplice, e quando invece si trattava di violazioni commesse all’interno di società a struttura complessa e articolata.

Se questa necessità era certamente sentita nell’occasione dei giudizi in sede risarcitoria così, altrettanto, doveva dirsi in giudizi concernenti una possibile responsabilità penale per omicidio o lesioni colpose aggravate dalla violazione delle norme in tema di salute e sicurezza sul lavoro.

In relazione al principio della personalità in materia penale che permea il nostro sistema, in particolare, non è sufficiente fermarsi all’approfondimento delle qualifiche formali, ma occorre stabilire in concreto a chi si dirige il precetto, ossia su quale soggetto incombano concretamente gli obblighi di legge.

A tal fine fondamentale rilievo assumono le funzioni realmente e concretamente esercitate in base all’organigramma aziendale, il che permette di indagare sul destinatario specifico degli obblighi e conseguentemente sul soggetto sul quale incombe la responsabilità per la loro violazione.

Con particolare riguardo alla materia prevenzionistica, per quanto concerne la figura del dirigente egli è da considerarsi il primo collaboratore del datore di lavoro, chiamato a dare attuazione alle decisioni di carattere generale da questi assunte, nel rispetto dell’incarico conferitogli.

Mentre è ben possibile che tale attività venga svolta senza trasferire i doveri che ex lege gravano sul datore di lavoro quale principale debitore di sicurezza , ora, grazie all’introduzione dell’art. 16 d.lgs. 81/08, è stata pienamente legittimata la possibilità di trasferire, in capo al soggetto delegato, la posizione di garanzia in materia prevenzionistica anche per mezzo di un mero atto di autonomia privata, che assume il nome di delega di funzioni.

Tale ripartizione delle aree funzionali gravate dal debito di sicurezza, pur nei limiti e alle condizioni previste dalla legge stessa nel medesimo articolo e nel successivo viene lasciata dal legislatore essenzialmente all’autonomia della parte datoriale assecondando la necessità di organizzare liberamente la propria attività conformemente, a sua volta, al principio della libertà di iniziativa economica di cui all’art. 41 della Costituzione.

Mettendo una volta per tutte la parola fine a numerose oscillazioni interpretative nel tempo succedutesi sulla questione, vera problematica in sede di valutazione giudiziale sarà d’ora in poi quella di verificare in concreto se le attribuzioni conferite per contratto ai vari dirigenti o preposti all’interno di un’azienda configurino una delega efficace ai fini dell’attribuzione delle competenze prevenzionistiche o, come spesso accade, una delega in senso “atecnico” ininfluente sul piano dell’esonero dall’obbligo di garanzia.

La questione appare particolarmente complessa, non solo per le notevoli conseguenze sanzionatorie eventualmente imputabili ma anche, e sopratutto, per la difficoltà di valutare dal punto di vista terminologico e metodologico documenti di natura interna all’impresa, il cui linguaggio risulta influenzato più dai principi di economia aziendale piuttosto che che da quelli giuridici e in cui l’aspetto formale e sostanziale quasi mai coincidono.

Sotto questo profilo, sebbene i recenti interventi del legislatore rappresentino un importante passo in avanti verso un sistema più coerente ed armonico, il ruolo interpretativo della giurisprudenza in questo campo appare ancora del tutto ineludibile.

Particolarmente significativa in questo senso la sentenza pronunciata dalla Suprema Corte, sez. IV, in data 11 marzo 2013, n. 11442 che ha condannato, per l’infortunio accorso ad un dipendente, il direttore di stabilimento con delega alla sicurezza e coordinatore dei diversi servizi interni, nell’ambito di uno dei quali si era verificato l’infortunio.

Il fatto contestato riguardava un incidente verificatosi a seguito della prova di un nuovo macchinario (un protitipo ) testato per la prima volta nella catena di lavorazione, cui faceva seguito il cedimento strutturale di parte del macchinario stesso con conseguente lesione del lavoratore addetto.

Il punto della controversia, oggetto del principale motivo di ricorso per Cassazione, era costituito dall’esistenza, oltre alla specifica delega in tema di sicurezza conferita dal Consiglio di amministrazione al suddetto direttore dello stabilimento, anche di una nomina ad hoc ad un altro soggetto, responsabile del servizio di ingegneria industriale e progettazione “con il compito di sovrintendere allo studio dell’organizzazione dei metodi di produzione, alla progettazione esecutiva dei nuovi macchinari”, compiti nei quali rientrava esattamente l’attività posta all’origine dell’infortunio.

Sosteneva sul punto la difesa del ricorrennte che, stante l’esistenza dei generali obblighi di “alta vigilanza” comunque a carico del dirigente delegato (adempiuti e non contestati in giudizio), ogni altra attività in concreto non potesse essere in alcun modo a lui imputabile, specie se fin dall’origine non compiuta “nel rispetto di tutte le norme infortunistiche”, come esplicitamente prevedeva la nota di incarico.

Merito della menzionata sentenza è, pertanto, proprio quello di ricondurre le diverse accezioni di significato degli atti interni di gestione ad un unico canone interpretativo conforme al dettato normativo previsto dal decreto legislativo in tema di sicurezza.

Statuisce la Corte infatti “che non può parlarsi di delega di funzioni prevenzionistiche quando si tratti”, come nel caso di cui ci si occupa, “della mera nomina di un responsabile di servizio; ovvero di un atto che concretizza l’articolazione organizzativa aziendale”.

Al contrario, per potersi veramente parlare di delega di funzioni, occorre che, quasi alla stregua di un requisito ontologicamente implicito nella normativa stessa, traspaia dall’atto scritto di incarico la chiara e indubbia individuazione dei compiti di natura prevenzionistica che vengono trasferiti in forza di esso.

Ogni locuzione che faccia generico riferimento alle norme antinfortunistiche non ha alcuna rilevanza per l’ordinamento, costituendo al massimo un semplice richiamo ai generali doveri di cautela e prudenza comuni ad ogni attività umana ma nulla di più.

Il fatto che poi venissero comunque predisposti mezzi e risorse ingenti in capo ad un soggetto particolarmente esperto e competente e quest’ultimo fosse libero di agire in sostanziale autonomia nella gestione del servizio, non assume rilevanza ai fini del futuro giudizio di responsabilità penale, stante la non volontà dell’ordinamento di riconoscere effetti ad un atto, simile per attribuzioni conferite, alla delega di funzioni, ma non formalmente configurato come tale dalle parti.

In tal caso statuisce la Corte, nel dubbio sull’esistenza di una autonoma posizione di garanzia, ogni responsabilità continuerà a gravare sul soggetto originariamente incaricato che, pertanto, in caso di infortunio accorso ad un subordinato potrebbe essere ritenuto responsabile in toto dell’accaduto per mancata predisposizione di misure idonee a prevenire l’evento lesivo.

Al più, ove nell’analisi dell’accaduto emergessero comunque specifici rilievi tali da inferire un nesso causale tra l’infortunio e la condotta del responsabile del servizio, quest’ultimo potrebbe essere chiamato a rispondere a titolo di concorso, eventualmente nel rispetto del principio di effettività di cui all’art. 299 del d.lgs. 81/2008 senza, tuttavia, liberare in nessun modo l’originario titolare principale dell’obbligo di sicurezza nell’impresa.

In conclusione, tale pronuncia si pone in linea con l’interpretazione più rigorosa, ma certamente più attinente al dato letterale della norma, del disposto di cui all’art. 16 del T. U. per la sicurezza e la salute dei lavoratori, con ciò chiarendo come possa definirsi delega di funzioni, premessi i limiti e le formalità di legge, solo quell’atto reputato ed accettato come tale dalle parti, escludendosi ogni effetto esimente sotto il profilo penalistico in caso di dubbio, specie per quanto riguarda le cosiddette “deleghe atecniche”.

ipsoa.it di Stefano Maria Corso
(Cassazione civile)